The Fabelmans: Steven Spielberg e il difetto della perfezione

22 Dicembre 2022

di Emiliano Dal Toso

Il maggior pregio di The Fabelmans coincide con il suo unico difetto: essere il film che ciascuno di noi si aspettava di vedere. Un’opera autobiografica sulla meraviglia, sullo stupore e sull’incanto, senza colpi di scena e sorprese. Una pellicola-puzzle che lo spettatore attento al percorso di Steven Spielberg avrebbe potuto provare a ricostruire in autonomia: dentro questo romanzo famigliare e racconto di formazione, ritorna gran parte del cinema di uno degli autori più amati e celebrati di ogni tempo. Il volto del seienne Sammy Fabelman, per la prima volta davanti allo schermo di una sala cinematografica, di fronte a Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. De Mille è lo stesso dei giovani protagonisti di Jurassic Park alla vista del primo dinosauro: uno shock estetico ed emotivo, che rivela la trepidazione della prima volta. Un’epifania, un punto di non ritorno. E a partire da questa immagine, si sviluppa interamente un film che ruota attorno all’ossessione per le immagini e per il cinema, per la possibilità di produrlo e di riprodurlo, e all’impossibilità di farne a meno.

Immedesimandosi senza ambiguità nel piccolo Sammy, Spielberg porta il progetto e il processo di fare cinema addirittura ad assumere il senso unico e primigenio dell’esistenza, la sola risposta possibile ai dubbi e alle domande che durante il nostro passaggio terreno inevitabilmente siamo tutti costretti a porci. Sammy si forma e acquisisce la sua personalità soltanto dopo questa scoperta: grazie e per colpa del cinema. I primi filmini famigliari lo portano a conoscere il dolore per l’amore appassito dei genitori e, qualche tempo più tardi, la macchina da presa gli permette di riconfigurare e ridefinire lo stereotipo del bullo idiota della scuola, che non si riconosce nel racconto del personaggio che il regista Sammy ha portato sullo schermo. Secondo Spielberg, il cinema rappresenta quindi uno scudo esistenziale che permette di affrontare ogni tipo di trauma e disagio, dal bullismo all’antisemitismo, che concede la possibilità di psicanalizzare sé stessi, il proprio inconscio e il proprio rimosso, di combattere i demoni e di esorcizzare le paure e gli incubi. Un punto di vista assoluto e radicale, forse finora mai così dichiarato ed evidente nella filmografia del regista americano.

The Fabelmans è perfetto e impeccabile, privo di sbavature, come da copione: diverte, emoziona e commuove, trascinato dalle prove magnifiche di Michelle Williams, Paul Dano, Seth Rogen e della rivelazione Gabriel LaBelle. La perplessità s’instaura alla fine dei centocinquanta minuti di autobiografismo sentimentale, ovvero nel conflitto che si trova alla base della ragione del film, ma che è fuori campo rispetto a quello che vediamo: è difficile credere fino in fondo al tormento e alla condanna di Sammy che, passo dopo passo, diventerà Steven, nel momento in cui noi spettatori sappiamo che Steven sarà il più fortunato di tutti, nonché uno dei più bravi. The Fabelmans rischia così un eccesso di autocelebrazione e di autocommiserazione, mascherati da quel dramma interiore che riconduce la propria salvezza alla Settima Arte: una valida ed emozionante mappa dei topoi di Spielberg, senza dubbio, ma che non aggiunge altro a quello che sapevamo della sua arte e della sua poetica, anche senza vedere e attraversare con lui le tappe del suo privato e della sua formazione. E il pericolo è quello di confondersi, a tratti, con un bignamino confidenziale scritto dal primo della classe, che emoziona per il fatto di essere grande cinema (non è poco) ma senza rivelare segreti ed epifanie che ci lascino davvero a bocca aperta.

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