Rinascenze decadenti. Beecroft a Palermo.

22 Dicembre 2022

Dopo una prima residenza del 2008, Vanessa Beecroft è tornata a Palermo con il progetto VB94, performance tenutasi presso la Galleria regionale di Palazzo Abatellis. Un tempo convento di clausura, poi dimora nobiliare, il museo rappresenta ad oggi un luogo espositivo fortemente connotato, il cui carattere è senz’altro legato alle raffinate scelte espositive dall’architetto Carlo Scarpa. Questi, sensibile interprete dei valori plastici e pittorici delle opere esposte, ha impresso all’allestimento la propria riconoscibile firma: qualsiasi intervento successivo non può eludere il confronto con tale impostazione.

Vanessa Beecroft ricrea, in una piccola sala della struttura, un ambiente edenico nel quale, come di consueto, una schiera di performer si dispone secondo determinate direttrici compositive. Tra le interpreti vi sono donne di Palermo, di seconda generazione ed esponenti dell’aristocrazia locale – per inciso: dal referendum del 1946, di fatto, i titoli nobiliari sono decoro vuoto, privo di ogni valenza istituzionalmente riconosciuta: tutt’al più, i privilegi di cui forse ancora gli “aristocratici” dispongono, possono essere utili a definirli come alto-borghesi. Oltre ai corpi, l’artista introduce sculture di varie dimensioni. Volti plasmati come solidi primari, con chiaro riferimento all’arte dello scultore Laurana, sono appoggiati a supporti o direttamente a terra. Ma non è l’unico riferimento all’arte locale: nei ricci di nylon delle modelle, ad esempio, si trova qualcosa dei putti barocchi di Giacomo Serpotta. Le movenze lente e cadenzate del e delle performer, avvolte nelle belle e limpide vesti minimali di Mattia Preti, creano un’atmosfera onirica, un poco allucinata. L’immagine è certo elegante, ma nulla più. A Beecroft interessa la gradevole superficie, e quella soltanto.

VB94, al pari degli altri progetti della scultrice, si presenta come un’operazione puramente estetica. Delle preannunciate «pressioni sociali sulla condizione femminile contemporanea» non si vede traccia. Rifiutando ogni considerazione sul senso del bello nei tempi odierni, sul complicato rapporto che l’estetica può intrattenere con l’etica, la ricerca di Beecroft è lontana dal porre domande. Inoltre, sebbene l’artista abbia voluto sottolineare la profondità, quasi l’intimità del suo legame con il contenitore ospitante, il contenuto da lei proposto, per quanto suggestivo, non intrattiene nessun significativo scambio con il suo luogo, ridotto a limitata quinta scenografica. D’altronde, il modulo col quale la scultrice lavora, il solito esercito di avvenenti performer (avvenenti a prescindere dalle differenti età e carnagioni coinvolte), è uno standard su cui in fondo è facile intervenire con modifiche e citazioni adattabili a ogni contesto espositivo. Così, limpegnativo spazio dell’Abatellis non è stato oggetto di un’indagine critica e spaziale, ma è stato semplicemente arredato. Con classe, ma arredato.

Certo la composizione ha un suo innegabile fascino. L’occhio scorre su superfici e volumi captandone, nella presunta aristocrazia, una delicata nostalgia. Le sonorità di Gustave Rudman, gravi ed evocative, riempiono ed estendono l’ambiente, in realtà piuttosto angusto e sovrappopolato. I volti delle donne e dell’uomo (una bellezza androginica, una scultorea Eva nera) sembrano intrattenere un dialogo silenzioso col vuoto, e si lasciano osservare senza ricambiare lo sguardo. È quanto rimane di un mito ormai alla fine della sua parabola, e senza troppa convinzione ingloba fisicità appena divergenti dal canone. In un’atmosfera decadente, appena kitsch, forse il bello riesce ancora ad ammaliare chi osserva. Incanta, ma non ha più molto da dire.

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