“Oppenheimer” o de la cinematografia imponente.

12 Settembre 2023

Vi ricordate quando i mesi estivi segnavano la chiusura delle sale cinematografiche per lasciare spazio alle arene che avrebbero riproposto i titoli più in voga della stagione appena trascorsa?

Oppure, in assenza delle alternative sopracitate – decisamente più tipiche di località balneari piuttosto che di piccoli centri provinciali, va detto -, avete memoria delle lunghe, interminabili pause che i titolari degli spazi bui dove si realizzano i sogni si concedevano al fine di ricaricare le pile prima di ricominciare, nel corso dei primi giorni di settembre, travolti da ondate di pellicole pronte ad accendere i nostri desideri più reconditi e no?

Bene, qualora apparteniate a quella/e generazione/i che serbano memoria di tutto ciò, molto probabilmente avrete trovato questa estate 2023 che si appresta a concludersi, oltre che insopportabilmente calda dal punto di vista meteorologico, anche decisamente ed insolitamente bollente da quello cinefilo, considerato che gli ultimi mesi sono stati inequivocabilmente segnati dal successo commerciale di due film che erano attesi e che non hanno sicuramente deluso né le aspettative economiche dei proprietari delle strutture predisposte alle proiezioni – vedasi banalmente “cinema” – né degli spettatori, cinefili e no, che, a quanto ho avuto modo di percepire, si sono ampiamente goduti – e stanno continuando a farlo, è evidente – due prodotti i cui hypes avrebbero tranquillamente potuto competere in grandezza e qualità con i maggiori eventi del settore intrattenimento tutto.

Beh, dunque, chiudendo questa verbosa e, spero, non noiosa premessa, va dichiarato apertamente che sto riferendomi ai film “Barbie” di Greta Gerwig e “Oppenheimer” di Christopher Nolan.

E se di quello che a tutti gli effetti può essere considerato il product placement dell’azienda Mattel si è già detto molto, se non troppo, e si possono ormai scorgere gli ormai ultimi residui di presenza nelle programmazioni dello Stivale tutto, del secondo – il film sulla vita di colui che diresse l’ormai celeberrimo “Manhattan Project” – si è sí detto parecchio, ma se ne avverte ancora la potente energia e nel dibattito pubblico e nelle conversazioni degli spettatori.

E allora, in questo spazio, il tentativo sarà appunto quello di offrire uno sguardo scattante e stimolante – si spera – su quest’ultimo lavoro del regista britannico ormai famosissimo in tutto il mondo per la fascinazione intellettuale che esercita e per la sua – parrebbe – naturale inclinazione a scavare tra i misteri della fisica e quindi del tempo e della tecnologia.

Oltre che – vedasi “line” di sceneggiatura nel poderoso e divisivo “Interstellar” – che in quelli del cuore.

Ad ogni modo è presto detto: “Oppenheimer” è un film impegnativo, mastodontico e, senza dubbio alcuno, forte di una perizia tecnica che nemmeno il più agguerrito dei detrattori vorrebbe – o potrebbe – contestare.

Cillian Murphy, attore protagonista del lavoro in oggetto, interpreta il fisico statunitense immolando il proprio fisico emaciato sull’altare di una restituzione – come suo solito, è doveroso e corretto affermare – rigorosa e che trova nelle privazioni espressive e nell’economia dei movimenti la strada per brillare di una luce abbagliante.

Alcuni osservatori mormorano di una difficoltosa dismissione dei panni di un suo, famosissimo, personaggio precedente – ossia quel Thomas Shelby che furoreggia nell’iconica serie televisiva “Peaky Blinders” -, ma in realtà la sensazione dominante è che il nativo irlandese abbia ulteriormente alzato il livello di sfida con sé stesso, portando allo stremo un corpo già di suo mingherlino e attraversando l’intera vita dell’ebreo geniale con la sua innata capacità di intercettare di volta in volta le vibrazioni più corrette a seconda del momento storico restituito.

Insomma si farebbe fatica, al netto di tutto quello che da qui al prossimo Febbraio potrà accadere, nel non vederlo reale protagonista alla prossima cerimonia degli Academy Awards, più banalmente noti al mondo come Oscar.

Ma quella dell’ex spaventapasseri nei film ambientati a Gotham City e sempre diretti dal regista di Memento, non è l’unica prova attoriale degna di menzione in un lavoro che ha comunque il merito di avvalersi di professionisti dell’Arte recitativa capaci di mettersi a disposizione nella gargantuesca narrazione non facendosi comunque schiacciare dall’enormità della Storia.

  • Storia che, per i pochi che non avessero ancora visto il film o che, ad ogni modo, non sono interessati a farlo – ruota per la maggior parte intorno alla costruzione del primo ordigno nucleare della Storia dell’umanità.

E quindi dicevamo che anche gli altri attori chiamati a lavorare sulla e nella ricostruita base/città di Los Alamos – sede di lavoro dove appunto il progetto di costruzione della bomba atomica si sviluppò – non hanno nulla da invidiare al collega dagli occhi blu protagonista del film tutto: infatti sia Matt Damon che Emily Blunt che Robert Downey J che Florence Pugh, oltre che un inaspettato e ai miei occhi redivivo Josh Harnett, navigano lunghe le acque della sceneggiatura con una sicurezza di difficile comprensione, considerate quelle che parrebbero oggettive difficoltà di sviluppo organico delle sottotrame dei loro personaggi che appaiono e scompaiono senza avere il tempo di calcare troppo a fondo il terreno “di scontro”, ma sempre con la capacità di lasciare, una graffiata dietro l’altra, dei segni determinanti all’interno della ricca e variopinta tela di “Oppenheimer”.

Il film non regala pause ed è di difficile digeribilità, sebbene abbia tutti gli elementi al massimo del proprio splendore.

La regia è quasi violenta nella sua precisione millimetrica, l’incessante musica di Göransson è senza timidezza alcuna elemento inscindibile nell’arco di 3h che saziano ma che richiedono un allenamento pregresso e costante alla visione e il montaggio ha il merito di ripulire il classico tourbillon scrittorio fatto di piani temporali alternati – ben 3 questa volta, tra presente della narrazione, recente passato e un passato del passato – tipico dei viaggi del cineasta che aveva già affrontato lo scenario della seconda guerra mondiale nel contestato “Dunkirk”.

Quindi, quasi in definitiva e tralasciando l’aspetto tecnico relativo al formato – Imax 70mm – con il quale il film è stato girato e che risulta essere disponibile in pochissime sale in tutto il mondo, si può affermare che uno dei lavori più attesi di questa nuova, interessantissima, finestra di mercato cinematografico ha soddisfatto sicuramente le attese in termini imprenditoriali e ha incontrato il piacere di parecchi interessati che hanno discettatto e continuano a farlo con una passione che pareva ormai sopita e che invece – è evidente – palpita ancora all’interno di una società che dimostra di volersi abbeverare ogni volta che le è possibile alla fonte dei racconti.

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