Nero a metà, il tributo di Marco Spagnoli a Pino Daniele (Intervista)

3 Gennaio 2025

Arriva al cinema Nero a metà, il docufilm tributo di Marco Spagnoli e Stefano Senardi a Pino Daniele. Gli esordi del cantautore napoletano e i retroscena dell’album di successo del 1980 raccontati attraverso ricordi, immagini e musica. Una Napoli che non si accontenta di fare da sfondo di una storia, ma che quella storia, svelandosi, la racconta in prima persona. Il film sarà al cinema per soli tre giorni a partire da domani, 4 gennaio.

Dieci anni sono passati dalla prematura scomparsa di Pino Daniele che, insieme al panorama musicale italiano, ha lasciato un vuoto nel sentire partenopeo. Una musica che parla senza mezzi termini la sua, una voce popolare che ha bisogno di farsi sentire per colpire. Marco Spagnoli e Stefano Senardi tornano a Napoli per riscoprire l’anima di Pino e per regalarci un tuffo nel suo e nel nostro passato.

Intervista a Marco Spagnoli, regista di Nero a metà.

A dieci anni dalla scomparsa di Pino Daniele arriva un docufilm che ne ritrae lo spirito, il senso di appartenenza nei confronti della sua città e la voglia di esprimerlo in musica. Il desiderio di ricordarlo attraverso parole, immagini e musica è ascrivibile solamente all’anniversario della sua morte o c’è la necessità, ancora oggi, dopo quaranta anni, di porre una lente d’ingrandimento su una condizione che persiste?

L’anniversario della morte è solo un’occasione mediatica che non aggiunge nulla e non toglie nulla all’importanza di Pino Daniele e al ruolo culturale della sua rivoluzione musicale. E’ un racconto identitario e meridionalista che attinge la sua ragione di essere in una grande Storia e nella biografia di un grande personaggio, ma l’attualità del racconto deriva a noi dal presente, dalle domande – alcune ancora – senza risposta che Pino Daniele ha posto attraverso la sua opera. Le condizioni in cui è cresciuto Pino Daniele non ci sono più: sono evolute, cambiate, trasformate. Il senso però di inquietudine resta tangibile in una città come Napoli che solo relativamente da poco ha scoperto come trasparenza e legalità unite al lavoro e alla democrazia possano migliorare davvero la vita dei cittadini. C’è ancora molto da fare, ma tanto è stato fatto a partire da una rivoluzione politica che con Antonio Bassolino è iniziata davvero, ma che ha visto le sue premesse nelle istanze mosse da Pino Daniele e da tanti prima e dopo di lui anche in altri ambiti come Eduardo e Francesco Rosi.

“Portare Napoli nel mondo è una missione” dice Pino, per cui le chiedo: Com’è cambiata Napoli dopo essere stata cantata da Pino Daniele e perché la “napoletanità” si esprime così bene attraverso la sua musica?

Il napoletano è una lingua musicale che si è declinata attraverso una grande tradizione: da Murolo a Roberto De Simone, senza dimenticare i poeti tra la fine del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Napoli e la sua provincia hanno generato tanti grandissimi e diversissimi artisti legati alla musica: Caruso, Carosone, Sophia Loren, Sergio Bruni, Peppino Di Capri,  Lina Sastri, Teresa De Sio, la Nuova Compagnia di Canto Popolare,  i fratelli Bennato, Pietra Montecorvino senza dimenticare qualcosa di più popolare come Merola e i Neomelodici e nemmeno la divulgazione che negli anni Novanta ha fatto Renzo Arbore (cresciuto a Napoli) insieme alla sua band. Non si tratta di una missione, credo, bensì di una vocazione. Come dice la canzone “Partono i bastimenti”, ovvero ‘Partono le grandi navi per terre assai lontane, cantano a bordo, sono Napoletani’: è una questione identitaria, ma anche la capacità per un popolo in genera analfabeta prima della Seconda Guerra Mondiale di esprimere passioni, paure ed emozioni attraverso le canzoni che quietano il cuore e respingono le paure. 

Guardando il film si ha l’impressione non solo di star raccontando Napoli, ma che sia proprio Napoli a raccontare e raccontarsi. Quanto è stato importante ascoltare chi quella Napoli l’ha vissuta e condivisa con Pino Daniele, a partire da Stefano Senardi?

Questo è il mio modo di fare documentari: cercare un narratore che ci guidi alla scoperta di qualcosa che è tutt’altro che banale. Incontrare persone che hanno condiviso quegli spazi fisici e spirituali è fondamentale per la loro meditata testimonianza. Del resto io sono nato a Napoli da una famiglia non napoletana: non ho alcun accento e questo fa di me un napoletano atipico che conosce benissimo la città e la sua bellezza, ma che ai Napoletani sembra ‘forestiero’. Questo per dire che eravamo in una condizione unica: raccontare una città amata e odiata con la giusta distanza di Stefano che fa così davvero un viaggio alla scoperta di qualcosa di mai visto prima da lui stesso: la chiesa di Santa Maria La Nova sulle cui scale Pino suonava la chitarra, il cimitero delle Fontanelle, il teatrino di corte, i vicoli, il lungo molo dove una volta c’era l’Italsider sono tutti frammenti dell’immaginario vero o presunto di Pino Daniele. Noi abbiamo voluto “abitarli” cinematograficamente e penetrandoli abbiamo offerto allo spettatore questo gioco di potere entrare a vedere parti di una città dove arriviamo dall’alto e ce ne andiamo dall’alto. Di chi è quello sguardo? Mio? Del Pubblico? Di Pino? Sarà lo spettatore a decidere. 

All’interno del film sono presenti dei brani di Pino cantati da capisaldi della musica partenopea, ma anche da giovani cantautori come Gabriele Esposito e Andrea Radice, che siano il sintomo di una nuova leva di giovani che cantano le radici?

Senza dubbio il pubblico di Pino Daniele include persone di diverse età e provenienze. Era amato sia dai giovani che dagli adulti, grazie alla sua capacità di fondere suoni tradizionali e contemporanei in modo unico e coinvolgente. Le sue canzoni affrontavano temi universali come l’amore, la gioia, la sofferenza e la politica, raggiungendo un vasto pubblico di ascoltatori che si identificavano con i suoi testi e la sua musica.
La sua musica era un riflesso della cultura napoletana e delle sue radici, ma aveva anche un’attrattiva più ampia che ha superato i confini regionali. È riuscito ad affermarsi a livello nazionale e internazionale, conquistando fan in tutto il mondo. Il suo stile musicale unico, che univa influenze mediterranee e internazionali, lo ha reso un artista di grande rilevanza e ha contribuito a diffondere la musica italiana all’estero. Il suo pubblico era composto da persone che apprezzavano la sua abilità di mescolare generi diversi e di trasmettere emozioni intense attraverso le sue interpretazioni.
La sua musica ha continuato a essere amata e apprezzata anche dopo la sua scomparsa, testimoniando l’eredità duratura di questo grande cantautore italiano.
Pino Daniele – Nero a metà è, dunque, un’occasione per proporre al pubblico un documentario di impatto che oltre ad essere la summa del lavoro dei primi anni del cantante napoletano, possa dialogare con pubblici diversi, soprattutto con chi non ama la sua opera, ma può essere interessato al suo lavoro, alla sua vita, alla sua filosofia.
Del resto il cast di questo doc propone nomi in grado di fare appello a generazioni di spettatori differenti e non solo: il successo della prima tappa del nostro viaggio musicale di Senardi, Franco Battiato – La Voce del padrone, ha dimostrato che il genere doc musicale è quello che funziona meglio per permettere a pubblici diversi di scoprire un grande artista.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

L’Estranea – L’horror familiare che ha stregato Venezia e non solo

Arriva al cinema con 01 Distribution finalmente dall’8 ottobre L’Estranea.…