Dietro le quinte di “Hype” con Domenico Croce

30 Ottobre 2025

Il 31 ottobre uscirà su Rai Play Hype di Domenico Croce (Vetro) e Fabio Mollo (Il Padre d’Italia), la serie prodotta da Fidelio e Rai Fiction, narrata da Ernia, con Lorenzo Aloi, Gabriele Careddu, Martina Sini, Luka Zunic, Luigi Bruno, Fabio Barone, Dalila De Marco, Arianna Grillo, Leonardo Giuliani, Sabrine Zahid, Noè Batita, Alessandro Tedeschi, Alice Torriani e con la partecipazione dei 2Rari.

Attraverso la musica, Milano e una vicenda crime, Hype racconta i giovani, le relazioni complesse, l’imprevedibilità della vita e una società che fa di tutto per impedire la crescita sana di chi ne fa parte. Qui la nostra recensione.

In occasione della sua uscita abbiamo parlato con Domenico Croce, uno dei registi, che ci ha raccontato i dettagli della creazione di questa storia. Di seguito le sue risposte.

Hype parla di giovani, di libertà, di identità, di rivalsa e di una società pronta a chiudere le porte in faccia a chiunque provenga da quartieri più difficili, e lo fa attraverso la musica e una vicenda crime. Qual è stato il processo creativo alla base di tale storia? Cosa vi ha spinto a realizzarla?

“La nascita di HYPE la dobbiamo a Libero Pastore che, insieme a Gemma Pistis e Giulio Lepri, ha ideato il nucleo primigenio della storia. La volontà era quella di raccontare una storia di rivalsa sociale, di fame di farcela, di sogni e riscatti attraverso un linguaggio decisamente poco battuto nel panorama audiovisivo italiano: quello che fa della musica la sua grammatica fondamentale e, in particolare, la musica rap. La linea crime è uno strumento rivelatosi da subito necessario per “amalgamare” queste volontà, motivo per cui, a quella dei tre ragazzi, si è aggiunta anche la penna esperta di Salvatore De Mola, uno sceneggiatore in grado di guidare il team attraverso tutte queste stratificazioni. È esattamente così che è nata HYPE, una scommessa fuori dagli schemi per chi l’ha fatta, oltre che per i personaggi stessi che l’hanno vissuta”.

Com’è stato lavorare a quattro mani con Fabio Mollo? Come vi siete divisi i singoli episodi?

“Lavorare con Fabio è stato sicuramente uno degli aspetti più belli di tutta l’esperienza. Oltre ad un collega, ho scoperto un amico e un mentore. Umanamente ci siamo trovati sin da subito, quindi non è stato difficile condividere a pieno la preparazione della serie e creare un rapporto di stima e fiducia reciproca: le puntate divise hanno rappresentato, di fatto, un arricchimento, in cui ci siamo consigliati spesso a vicenda sul reciproco lavoro. Per quanto riguarda la scelta delle puntate, la ratio è stata semplice: Fabio, in quanto Autore e regista d’esperienza, rappresentava (per volontà del broadcaster stesso) il regista di riferimento del progetto, motivo per cui ha girato i primi e ultimi due episodi, quelli che notoriamente garantiscono la linea drammaturgica di una serie. Il fatto, però, di aver collaborato così a stretto contatto durante la fase precedente, ha reso possibile una gran compartecipazione anche durante il set, nonostante ognuno di noi girasse esclusivamente le scene delle proprie puntate. Senza contare il fatto che il piano di lavorazione non sempre poteva garantire una “divisione giornaliera” tra me e lui… con buona pace di cast e troupe che, non poche volte, si sono trovati a dover switchare regista una o addirittura due volte durante la stessa giornata!”

Qual è l’idea alla base della costruzione tecnica di ogni episodio? Perché le puntate iniziano tutte con Ernia in voice over e in bianco e nero per poi proseguire a colori quando si entra nel vivo delle vicende dei protagonisti?

“L’idea degli sceneggiatori era quella d’investire Ernia del ruolo di un ‘etereo Virgilio’ dell’intera vicenda. Il suo voice over rappresenta una guida e una chiave di lettura al di sopra della storia. Ci siamo resi conto che, in questo modo, lui finiva per dare letteralmente voce ad un personaggio che sapevamo voler rappresentare nella serie: il quartiere. Ernia è QT8. È quella periferia, a volte benefattrice, altre no, che racconta le cose come stanno. Una volta trovata la sua voce, sentivamo di dover fare un passo in più per mettere in scena un personaggio così grande, benevolo e spietato al tempo stesso, ed è lì che è nata l’idea del bianco e nero. Se c’è una voce così chiara, c’è sicuramente uno sguardo diverso, che quindi non poteva essere a colori come quello che avvolge i personaggi. Il bianco e nero, inoltre, è uno strumento che da sempre accompagna il mondo del rap (basta pensare ai videoclip italiani e internazionali). Quindi non potevamo trascurarlo e, anzi, dovevamo renderlo un linguaggio”.

Parlando di Ernia, quanto è stata importante la sua presenza in questo progetto e nella storia?

“La partecipazione di Ernia è stata fondamentale. Lui (che è cresciuto proprio a QT8) ha letto un primissimo concept che Libero e Giulio (i due sceneggiatori) gli hanno recapitato su Instagram, quando HYPE era ancora un embrione. Ha dichiarato i propri intenti sin da subito e, quando la macchina si è messa finalmente in moto, ci ha affiancato sotto diversi aspetti. Ci ha presentato un suo amico che ci ha accompagnato durante le visite a QT8 e limitrofi. Lui stesso ci ha indicato quei luoghi e quegli elementi imprescindibili, delle strade e delle piazze, che non potevamo tralasciare. Ha seguito i training di canto di Gabriele Careddu e Lorenzo Aloi, dando consigli e fornendo la sua stessa vocal coach (la bravissima Elisabetta Cois). Ha persino dato uno sguardo a tutto il lavoro di previsualizzazione, che io e Fabio stavamo portando avanti, per darci delle dritte su come non tradire quegli aspetti irrinunciabili del ‘racconto del reale’. Il rap, sviluppatosi da una costola dell’hip hop e quindi essendo oggi il genere di musica leggera più vicino al mondo della strada, necessita di un trattamento coi guanti rispetto alla sua stessa messa in scena all’interno di un prodotto cinematografico o seriale. Ernia, oltre che una grande fonte d’ispirazione con il suo vissuto e la sua musica, ha fatto anche da garante rispetto a questo aspetto così delicato”.

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