Shi Wule: «La musica può disarmare il mondo»

1 Novembre 2026

intervista a cura di Emiliano Metalli

Può la musica disarmare il mondo? Per il Maestro Shi Wule, la risposta passa attraverso la bontà, l’amore e la pace: valori che la sua Wule Symphony Orchestra, composta da monaci Chan, affida al linguaggio universale delle note. 

Il 2 novembre al Teatro Arcimboldi di Milano e il 5 novembre alla Reggia di Monza, l’orchestra torna in Italia con il World Peace Culture & Arts Festival 2026, trasformando il palcoscenico in un luogo d’incontro tra spiritualità zen, tradizione orientale e musica sinfonica. In questa intervista, Shi Wule racconta la sua visione dell’arte come strumento di dialogo tra Oriente e Occidente, capace di superare le divisioni e restituire alla pace il suo significato più profondo.

Maestro Shi Wule, la Wule Symphony Orchestra torna in Italia con due appuntamenti che uniscono musica e messaggio di pace. Come nasce questo progetto e cosa vi ha portato a dedicarvi a questa impresa internazionale?

La WuLe Symphony Orchestra è nata per promuovere la bontà, l’amore e la pace. Questi sono i valori fondamentali in cui crediamo e che desideriamo trasmettere attraverso la nostra musica. La nostra missione è diffondere questo messaggio oltre i confini geografici e culturali, affinché possa raggiungere persone di ogni parte del mondo.

La sua orchestra è composta da monaci Chan e possiede quindi un’identità molto particolare nel panorama musicale internazionale. In che modo la pratica spirituale influenza il vostro rapporto con la musica, l’ascolto e il silenzio?

Lo Zen e la musica appartengono entrambi alla dimensione spirituale. In passato, molte persone hanno interpretato lo Zen come qualcosa di misterioso o eccessivamente astratto. Nella mia visione, invece, lo Zen rappresenta la più alta espressione dello spirito umano. Anche la musica nasce da questa dimensione interiore, ed è proprio attraverso questa connessione che possiamo comprenderne il significato più profondo.

Il vostro progetto mette in dialogo la tradizione musicale orientale e il linguaggio sinfonico. Come nasce questo incontro e quali sono le sfide nel far convivere tradizioni culturali e sensibilità musicali differenti?

Oriente e Occidente fanno parte di un unico mondo. È l’essere umano ad aver creato questa distinzione. La cultura orientale contiene già elementi di quella occidentale e, allo stesso modo, la conoscenza dello Zen in Occidente dimostra che anche la cultura orientale è presente nella tradizione culturale occidentale. Le due culture non sono realtà completamente separate, ma si incontrano e si influenzano reciprocamente.

Lei ha fatto della musica uno strumento di dialogo tra Oriente e Occidente. In un mondo attraversato da conflitti e divisioni, quale può essere oggi il ruolo concreto dell’arte nel promuovere la comprensione reciproca?

Nonostante nel mondo continuino a esistere contrasti, divisioni e conflitti, è fondamentale continuare a diffondere un messaggio di pace. Ogni iniziativa dedicata alla pace può ricordare alle persone il significato della vita e il valore della convivenza pacifica. Attraverso la musica desideriamo mantenere viva questa consapevolezza e invitare le persone a riflettere sull’importanza della pace.

Il World Peace Culture & Arts Festival non è soltanto una manifestazione musicale, ma un progetto che mette al centro la pace e l’armonia tra le culture. Qual è la visione che guida il Festival e come si traduce nelle vostre scelte artistiche?

La bontà e l’amore sono già espressioni della pace, così come la pace è espressione di bontà e amore. Questi tre valori sono inseparabili e costituiscono il fondamento del World Peace Culture & Arts Festival. È attraverso di essi che desideriamo trasmettere il nostro messaggio al pubblico.

Il concerto del 2 novembre al Teatro Arcimboldi di Milano vedrà la partecipazione del cornista Felix Klieser, mentre quello del 5 novembre si svolgerà nella cornice storica della Reggia di Monza. Che cosa le suggeriscono questi due contesti così diversi e quale significato assume la collaborazione con un solista ospite?

Questi concerti e queste collaborazioni artistiche rappresentano concretamente l’incontro e l’integrazione tra Oriente e Occidente, un processo che si sta realizzando proprio nel presente. La musica diventa così uno spazio in cui culture e tradizioni diverse possono incontrarsi ed esprimersi insieme.

Il sostegno raccolto durante l’appuntamento milanese contribuirà alla creazione di un nuovo centro di meditazione in Italia. Quale funzione vorrebbe che questo luogo svolgesse e quale rapporto immagina tra meditazione, musica e vita quotidiana anche per chi non è musicista di professione o per vocazione?

Vorrei che il nuovo centro di meditazione in Italia diventasse una piattaforma per uno scambio culturale profondo tra Oriente e Occidente. Un luogo dedicato all’incontro e alla comprensione reciproca, in cui persone provenienti da culture e tradizioni diverse possano avvicinarsi e conoscersi meglio.

Se dovesse affidare al pubblico italiano un solo messaggio attraverso questi concerti, qualcosa che resti anche dopo l’ultima nota, quale sarebbe?

Il mio desiderio è che il popolo italiano e quello cinese, così come tutti i popoli della Cina e dell’Europa, possano condividere un sentimento comune di bontà, amore e pace. Spero che attraverso questi concerti le persone possano avvicinarsi le une alle altre e portare con sé questi valori anche dopo la fine della musica.

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