Gaudiano. La musica come strumento tra etica ed emozione

Intervista al vincitore della Categoria “Nuove Proposte”
nell’ultima edizione del Festival di Sanremo

Testo Roberta Leo

Reduce dal trionfo nella categoria ‘Nuove Proposte’ di Sanremo, Gaudiano prende sempre più spazio nel panorama musicale italiano grazie al suo grande talento, ma soprattutto grazie al valore etico della sua musica. Ricca di freschezza e di colori, essa riesce a evocare un tempo lontano, ricco di valori che cercano di sopravvivere nonostante la precarietà e il culto del superfluo imperanti nella società attuale. È una musica figlia del passato, ma anche del suo tempo, di cui l’artista riesce a cogliere gli impulsi più stimolanti e a metterli in musica con semplicità
arrivando al cuore del pubblico con immediatezza.
Gaudiano veste la musica e l’arte di una nuova modernità, una modernità sana, figlia di quegli stessi valori d’altri tempi che lo animano. La sua è la musica di un tempo che evolve, è espressione di un’arte giovane che non teme il cambiamento ma lo affronta con coraggio e onestà artistica e intellettuale.

La tua partenza per Roma ha segnato l’inizio della tua carriera, ma è seguita ad una lunga pausa di riflessione. Qual è stata la ‘molla’ che ti ha fatto partire da Foggia?
Semplicemente sentivo l’esigenza di sentirmi realizzato e felice di quello che faccio, di inquadrare la mia identità, mettere a fuoco quelle che erano le mie aspettative nei confronti di un percorso che fino a un certo punto è stato amatoriale e che poi si è palesato per ciò che realmente era, per ciò che avrei voluto fare nella vita. La scelta di lasciare la mia città e trasferirmi prima a Roma e poi a Milano è stata, quindi, maturata serenamente nel tempo, in modo abbastanza naturale. Prima o poi arriva per tutti quel momento in cui si prende in mano la propria vita.
Forse per me è arrivato anche tardi. Subito dopo la scuola si dovrebbero avere già le idee chiare su ciò che vuoi fare. Ma alla fine è andata bene così!

Cosa non ti dava Foggia o meglio cosa pensi che manchi visto che i talenti, nonostante la presenza di alcune realtà professionali, tendono ancora a migrare? Sicuramente il tipo di formazione di cui avevo bisogno è centralizzata tra Roma e Milano. Credo che il problema della formazione sia di tipo strutturale, poiché a livello ministeriale essa non è pensata in maniera orizzontale nei confronti di tutti i tipi di attitudine individuale. Siamo ancora calcificati e incancreniti su un tipo di formazione antica, un’offerta formativa non aggiornata rispetto all’Europa. Fuori dal nostro Paese le arti vengono inserite nella formazione sin dalla scuola primaria, addirittura dall’infanzia. In Italia, invece, non si dà peso alla formazione artistica, non si considera il fatto che un bambino possa nascere con una predisposizione naturale al mondo dell’arte. Se quel bambino non verrà formato dando spazio alle sue inclinazioni si porterà sempre delle lacune dietro. È triste che non venga offerta anche dall’istruzione pubblica una formazione di base nell’ambito della musica, del teatro, della danza, di tutte le arti. Pertanto, il problema non è stato Foggia, ma piuttosto il fatto di non poter studiare nella mia città ciò che mi piaceva. Oggi le arti sono concatenate, intercomunicanti, una forma d’espressione interdisciplinare. Solo questa versatilità
permetterà poi all’artista di scegliere, di indirizzarsi verso la propria attitudine.

Polvere da sparo è la canzone con cui hai trionfato a Sanremo e che hai scritto per la morte di tuo padre. È una canzone, dunque, nata da un’emozione fortissima, il dolore di una perdita, il lutto. Quanto è presente l’istinto nel tuo processo creativo? Quando scrivi sei più emotivo o metodico nel processo creativo? Sono molto istintivo per quanto riguarda l’ispirazione, ma non appena riesco a ingabbiarla, a tenerla un po’ con me divento immediatamente metodico. Cerco di curare nel dettaglio la struttura della canzone. Ma l’ispirazione è sempre una cosa di pancia, è istinto. Sono abbastanza libero, non sono il tipo che si mette a pensare a tavolino. Però nel lavoro mi sento molto metodico, organizzato.

Il testo va di pari passo con la musica?
Sì sono abbastanza complementari nel momento della creazione di un brano. Tendenzialmente l’uno segue l’altra e viceversa.

La tua musica appare fresca, moderna, ritmata. Potresti definirla in qualche modo stilisticamente o la ritieni del tutto ‘indipendente’?
Io la definirei ‘colorata’. C’è sempre una sensazione, un’impressione che vorrei lasciare con la mia musica. Mi piace che si giochi con le dinamiche, con i colori appunto, con le sfumature tra sonorità e parole, come una tavolozza di colori nella quale l’ascoltatore può ‘bagnarsi’. Le canzoni devono lasciare un segno, meglio se a colori!

Cerco di portare alle
persone ciò che sono,
di essere il più sincero
possibile nella scrittura,
di portare me stesso
mentre scrivo

Il tuo nuovo singolo Rimani è un imperativo sussurrato, una preghiera d’amore, un invito a restare coraggiosamente in una relazione nonostante la precarietà sentimentale del nostro tempo. Anche gli altri testi portano sempre un elemento nostalgico, parlano di un tempo che si percepisce, in qualche modo, lontano. La tua musica si fa dunque portavoce di valori d’altri tempi, controcorrente? Cerco di portare alle persone ciò che sono, di essere il più sincero possibile nella scrittura, di portare me stesso mentre scrivo e compongo proprio per evitare di avere sovrastrutture, contaminazioni che vadano a inquinare quella che è la mia essenza, dimostrare la mia identità senza filtri o censure, né di pensiero né di parola. Credo che ogni artista debba mettersi a nudo e dare la possibilità alle persone che usufruiscono della sua arte di immedesimarsi in una sensazione di conforto, accoglienza, condivisione di una stessa sofferenza, gioia, stato d’animo. Sia dopo Polvere da sparo che dopo Rimani non mi aspettavo che tanta gente mi scrivesse per dirmi che, in qualche modo, si sentiva chiamata in causa dalla descrizione di rapporti e situazioni presenti nelle mie canzoni. Credo che la migliore cosa da fare sia quella di seguire il principio dell’onestà artistica.

Quello di cui tu parli è un tempo che forse non esiste più. Tu ti senti sbagliato in questo tempo, anacronistico?
C’è stato un periodo in cui mi sentivo più una persona del passato mentre ora mi piacerebbe essere già proiettato in un futuro, perché man mano che le cose cambiano io faccio fatica a metabolizzare i cambiamenti. Sono tendenzialmente molto legato a quelle tre o quattro cose che definisco importanti nella mia vita e, di conseguenza, tutto ciò che c’è all’infuori di questo piccolo recinto mi infastidisce, cerco di allontanarlo. Mi piace
immaginarmi in un momento di maggiore di serenità, perché è solo dentro quest’ultima che si riesce a cogliere il piacere delle cose importanti. Nella frenesia di tutti i giorni, nelle cose che cambiano e nella fugacità del tempo si perdono tante piccole cose che io ritengo importantissime. E tutto questo mi turba!
Tuttavia, non mi sento fuori dal mio tempo. Credo invece che questo sia ricco di stimoli importantissimi. Anche dal punto di vista artistico. Lo dimostra il fatto che Sanremo è stato prevalentemente dominato dai giovani. C’è fermento, la musica non si è fermata ma è tornata al centro. Anche lo stesso sistema nei confronti dell’arte sta guardando in direzione dei giovani e questo è un messaggio molto importante da lanciare anche alle vecchie generazioni. La cosa che più mi preme è il discorso etico-ambientale. Trasferendomi a Milano, città di respiro europeo e molto attenta all’organizzazione ambientale e alla rivoluzione green, mi sono reso conto negli ultimi anni che bisogna cercare
di cambiare in meglio in tal senso perché stiamo facendo veramente poco. È importante restare sul pezzo e comunicare attraverso l’arte un messaggio di crescita, miglioramento, educazione ambientale. È questa la missione etica dell’artista dopo tutto.

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