Inizia la “settimana santa” della musica. Quella interminabile settimana in cui giorno e notte si fondono ed il concetto delle ore diventa estremamente aleatorio; quel periodo dell’anno in cui la comunicazione è completamente monopolizzata da un solo ed unico tema: il Festival di Sanremo.
Infatti da martedì 11 febbraio, gli occhi di tutta Italia saranno tutti puntati sul prestigioso palco della città ligure che come ogni anno, incanta e ciba le insaziabili riviste patinate con interviste ai concorrenti, speciali sul festival e piccole “chicche” di gossip… e quest’anno ce ne sarà tanto!! Ricordiamo infatti, che quest’anno gareggiano Fedez e Tony Effe, sotto le luci della ribalta per il recedente dissing e sono fresche le dichiarazioni sulla vicenda Ferragnez rilasciate da Fabrizio Corona che vedono implicato anche Achille Lauro, anche lui in gara al festival.
Insomma: il festival della canzone italiana, ancora una volta, diventerà il festival del trash italiano con musica inedita di sottofondo.
Le parole che seguono sicuramente non vi vedranno d’accordo (la sezione commenti attende vostri riscontri) ma credo sia giusto esprimere il mio punto di vista su un evento che mi coinvolge ogni anno e che, vuoi o non vuoi, permette anche di vedere lo stato della musica attuale (spoiler: non è dei migliori).

Premettiamo che è impossibile avere una kermesse in cui la musica sia davvero la reale protagonista: negli anni c’è sempre stato qualche festival che si è distinto per qualche aspetto, vuoi la discutibile conduzione o l’elevato numero di concorrenti (anche quest’anno non si scherza, eh!). Però ho ancora il ricordo vivido del primo festival di Sanremo condotto da Carlo Conti e Maria De Filippi: una conduzione sobria ed essenziale, dove le canzoni erano le vere protagoniste della gara e, soprattutto, era molto più sentito questo stesso concetto.
Negli ultimi anni invece, dal 2020 in poi e nel dettaglio nel 2021 con lo spopolamento del Fantasanremo (complice il lockdown che ci ha permesso di sentirci una “comunità” a distanza), questa distanza si è abbattuta sempre di più trasformando il nobile palco in un teatro di esibizionismo (oddio… forse lo era anche in passato). Dalle “papalina” che impazzavano insieme alle scope e gli occhiali da sole, i concorrenti ogni anno cercano di fare il possibile per far guadagnare ai concorrenti che li hanno inseriti nelle squadre, più punti possibile. Se l’anno scorso c’erano una profusione di fiori ed i ringraziamenti ai maestri e l’orchestra – complimenti che dovrebbero essere sempre espliciti, al di là dei punti al Fantasanremo, considerato il grande lavoro da parte di entrambi – o le matite colorare in bella vista per dichiarare il proprio appoggio a comunità LGBTQ+ o altre cause sociali. Non che questo sia un problema, siamo (ancora per il momento!) in un paese libero quindi è un diritto manifestare le proprie idee, ma trovo sia alquanto “triste” farlo solo per dei punti che, alla fine dei conti, non portano a vincere nulla. O meglio, c’è possibilità di vincere dei premi partecipando alle leghe create da brand che partecipano al Fantasanremo (es. Ticketone, Lavazza, Eurospin ed altri).
Insomma si comprende bene che la gara vera e propria, oramai, non si “disputa” più sul palco del teatro ligure bensì tramite social o, comunque, azioni ad esse connesse. Da citare le dichiarazioni di Achille Lauro che, come gli anni passati, ha sostenuto di prendere la gara sul serio (anche qui da capire cosa intende con “sul serio” dato che una volta si battezza sul palco, un’altra invece vi si spoglia) non considerando tutto il mondo del Fantasanremo; o ancora Bresh, al suo esordio sul palco, che in un’intervista ha affermato di non avere ancora ben chiaro il funzionamento del gioco virtuale e che «credo abbiano importanza ancora di più del festival.» (bene ma non proprio benissimo…)
Mentre scrivo queste righe, riascolto i brani in gara a Sanremo 2024 e brano dopo brano, ci si rende conto come le canzoni siano vuote, praticamente più accostabili ad un qualsiasi singolo dell’artista e non ad una canzone scritta e studiata appositamente per il festival. I brani che strutturalmente si presentano più “sanremese” presentano testi inconsistenti e con immagini ridondanti (Negramaro, Renga e Nek con il loro “cosplay” Colapesce Dimartino, Alessandra Amoroso, Mr Rain, Il Volo). Poche le eccezioni in cui gli artisti sono riusciti a coniugare freschezza musicale, con testi più sensati: tra questi mi sento di citare i Santi Francesi, arrivati da Sanremo Giovani ed con l’Amaro in bocca, hanno confermato la loro versatilità musicale; Gazzelle con una struttura standard dei brani Sanremesi non si è snaturato presentando un brano coerente con il la sua ultima produzione musicale; o ancora Dargen D’Amico con la sua voce critica e politica e Diodato con la sua raffinatezza ed eleganza.
Le altre voci seguono un copione già scritto e che sta diffondendosi sempre di più tra le canzoni in gara, descrivendo così (tragicamente) una nuova idea di canzone sanremese, in cui la sezione orchestrale viene man mano sostituita dai sintetizzatori e le voci del coro dall’autotune. La famosa “cassa dritta” della quale hanno parlato in (sovra)abbondanza anche quest’anno i giornalisti che hanno ascoltato in anteprima i 29 brani in gara: prima erano 30 ma ricordiamo che Emis Killa non parteciperà perché indagato per associazione a delinquere nell’inchiesta che riguarda le tifoserie di Inter e Milano. Ancora per un altro anno quindi, diciamo addio ai tripudi di archi, i soli di pianoforte, le melodie morbide, calde e coinvolgenti per dare un nuovo (caloroso?) benvenuto alla musica elettronica. A lungo andare Sanremo 2050 lo faranno in diretta dal dancefloor del Cocoricò di Riccione.
L’altro elemento fondamentale emerso quest’anno è la saturazione dei compositori: per 29 concorrenti si ripetono sempre i soliti 10 nomi (Abbate, Simonetta, Ettorre, Petrella tra i pochi). Un dato abbastanza critico che permette di evidenziare come gli interpreti stiano scalzando completamente i cantautori, a favore di un’estrema omologazione sia testuale che musicale (perché va bene la fantasia… ma scrivere 10 brani su 30 artisti in gara, qualche immagine potrà anche ripetersi!). Rare le eccezioni che vedono emergere qualche autore e nel dettaglio, come prevedibile, si fanno spazio Brunori Sas e Lucio Corsi i cui testi, nelle pagelle redatte da Lorenzo Coveri per l’Accademia della Crusca, sono gli unici ad avere ottenuto un 9 facendosi notare per una penna cantautoriale pura. Gli altri testi se la cavano con dignitosi 7, e con le sufficienze regalate dai 6 ed i 5.
Altra annosa questione: dov’è la novità nel cast? Anche qui si segue lo stesso ed identico copione scritto ben cinque anni fa da Amadeus che vedeva già protagonisti i Coma_Cose giunti ora al loro terzo festival (snaturandosi completamente rispetto all’originario duo fondato nel 2017) o Achille Lauro (siamo a quota quattro partecipazioni contandone una quinta nel 2021 come ospite fisso). Rkomi, Olly, Gaia sono al loro secondo festival; Noemi batte quota otto partecipazioni, Irama sei e Elodie quattro. E poi ancora quarta partecipazione per i Modà, terza per Rocco Hunt, seconda volta anche per Willie Peyote che però torna dopo quattro anni a differenza di chi, come Clara e Rose Villain vi hanno partecipato nel 2024. Insomma… lo stesso discorso degli autori si può tranquillamente traslare anche sugli interpreti che, da febbraio fino al prossimo inverno, monopolizzeranno radio o social network.
Perché purtroppo (oramai) è così: la musica deve essere prodotta solo in funzione della viralità, dei like e delle condivisioni. E quindi chissenefrega della qualità, «a noi la qualità c’ha rotto er ca**o!» (cit. da serie tv Boris).
Al di là di questo sproloquio, ovviamente sarò una di quelle persone che da martedì sera, sarà incollata allo schermo della tv augurandosi che le serate si concludano ad orari canonici (ogni anno spero sempre di poter seguire il dopo festival a è solo un’utopia). Ed oltretutto, se proprio dobbiamo dirla tutta, nonostante la critica esposta, io mi auguro sempre di poter seguire il festival in diretta dall’ambita sala stampa e poter vivere tutti quei momenti frenetici in cui le agende sono pregne di conferenze stampa e interviste.
Chissà se ci sarò anche io al Cocoricò nel 2050!

Verrebbe spontaneo chiedersi “perché la gente guarda sanremo”, ma la vera domanda, dal mio punto di vista, è “perché la gente guarda i programmi della Rai e della Mediaset”, e la risposta è ovvia: sono da più di trent’anni i primi 6 canali della televisione italiana, e pochi sono spinti ad uscire dalla cosiddetta “zona di comfort”, rappresentata proprio da tali canali, quindi la maggior parte degli italiani segue ciò che viene proposto dagli stessi; aggiungiamoci il fatto che sono programmi fin troppo assimilabili e comprensibili praticamente da chiunque, e per molti persino rilassanti (forse proprio per tale ragione), quasi a nessuno viene in mente di prendere in mano il telecomando per cercare qualcosa al di fuori di questo range; ciononostante, i dati che vengono riportati sono un’autentica presa per i fondelli per chi ha un briciolo di intelletto in più: alla radio è stato detto, dallo speaker, in risposta ad un ascoltatore che chiedeva sarcasticamente “c’è ancora qualcuno che guarda sanremo?”, “un milione e mezzo di italiani”… peccato solo che la popolazione italiana sia composta da ben 58 milioni di abitanti, il che significa che gli altri 56,5 milioni hanno preferito fare qualcosa di più interessante.