Nebbie sonore: gli Hazy Days dei Vanarin

13 Marzo 2025

Hazy Days.

Giorni nebulosi, giorni di foschia.

Forse un sentimento, più che una condizione atmosferica. Spesso la nebbia avvolge anche il nostro spirito, oltre a strade, palazzi e strutture delle nostre città. Un po’ come queste giornate in cui sembra splendere il sole ma repentinamente cambia tutto, lasciando il posto al cupo e alle piogge: lo stesso sentimento che spesso pervade anche il nostro animo.

Ed io attualmente sono un po’ così: in balia del sole con la nebbia costante che pervade la quotidianità, con quella leggera foschia che annebbia la limpidezza dei giorni.

E a ben pensarci, anche il sound dei Vanarin non è che sia proprio così distante da questa associazione: l’abbiamo ascoltato in A Fly On The Wall, Hey Listen! o il più recente singolo What We Said. È per questo che trovo che Hazy Days – uscito lo scorso 17 gennaio per Dischi Sotterranei – sia un titolo che riesce a rispecchiare appieno il mood che si respira all’interno di questo album le cui otto tracce, sono specchio e riflessione della società contemporanea.

cover Hazy Days – ph.Rebecca Margescu

Il loro caratteristico sound lo-fi crea delle atmosfere eteree e quasi impalpabili nelle quali sembra essere completamente sommersi, come se fossimo immersi in una bolla d’acqua e provassimo a parlare e bolle di aria trasmettono un suono ovattato e chiuso. Una semplice percezione, questa, che crea un’identità forte, unica e soprattutto contribuisce alla creazione di un’identità musicale dei Vanarin ben riconoscibile, un’impronta che li differenzia sicuramente dal resto della produzione musicale contemporanea. Si legge a tal proposito sul comunicato stampa che «i Vanarin sono innanzitutto degli artigiani del suono con una forte identità. Giocare abilmente con filtri, riverberi, distorsioni, ritmi spezzati e ricomposti – il tutto meticolosamente rifinito da innumerevoli dettagli – dà vita al loro particolarissimo dub-step atmosferico e minimalista»

Vanarin – ph. Andrea Benedetta Bonaschi

Sonorità distorte, sintetizzatori acidi e ritmi che si spezzano per poi ricomporsi: Hazy Days è la rappresentazione di un tempo scomposto – quello in cui viviamo – ma che ci sfugge dalle mani. Ogni traccia rappresenta un focus della nostra società, trattandolo con lucido disincanto e freddezza, prendendo coscienza di ciò che ci circonda. Attraverso le parole dei Vanarin è come se fruissimo della realtà proprio dall’interno di quella bolla d’acqua che ci isola e ci rende più distanti da tutto: ma forse è proprio qui la chiave per vedere con lucidità e freddezza tutto quello che ci circonda ovvero cambiando punto di vista ed analizzarlo da un’altra prospettiva. «Hazy Days è infatti un inno sincero alla natura transitoria dell’esistenza e alla relazione in continua evoluzione che condividiamo con noi stessi.»

In tal senso è simbolica la scelta di inserire come primo brano della tracklist uno dal titolo Hey Listen! seguita da What We Said: due tracce diverse ma mai così strettamente legate per i titoli che creano una semplice frase di senso compiuto. Infatti se nel primo brano si respira la libertà e l’allegria dei bambini che giocano e si divertono, ignorando l’infausto futuro che li attende, nel secondo si contrappone la fine di un amore contornato da rabbia e frasi aggressive («I don’t know why you said that / why you said that / why you said what you said»).

Vanarin – What We Said

In My Circle si affronta il crudo egoismo del voler rimanere soli per un (ipotetico) torto subito racchiuso in quel «rumors don’t lie», mentre I don’t know esplora la bellezza del “dolce far niente”, di quel bellissimo stato di quiete e rilassatezza che si prova allontanandosi dalla frenesia della quotidianità; la stessa stasi che si ritrova anche in A fly on the wall in cui anche il volo di una mosca sembra essere fermo. Con Lost e Falling Under, la conclusione di Hazy Days è affidata ad un brano che affonda le sue radici nel passato e nei ricordi, appunto Memories. A differenza degli altri, quest’ultimo brano arriva come una carezza, avvolgendo con il suo sound delicato che accompagna i ricordi di un’infanzia con un padre che guarda la tv ed una madre che cucina, ed un bambino seduto su un letto che gioca: «un invito a ricercare la propria essenza attraverso il ricordo di chi si è e dei motivi per cui si ha un prezioso posto nel mondo.»

Hazy Days è sicuramente un album che prova a attenuare la foschia che (spesso) ci avvolge e dalla quale non riusciamo ad uscire facilmente: più che un faro, direi essere una lanterna che fa luce sul presente, mostrandocelo con una prospettiva con la quale essere più o meno d’accordo. Soprattutto, Hazy Days è un album che fa riscoprire il gusto ed il sapore dei tempi lenti, dell’ascolto attento fatto da un dispositivo analogico e che richiede un lungo tempo di fruizione: un disco che, proprio per questo motivo, era necessario.

Vanarin – Memories
Roberta Matticola

Roberta Matticola

Se fossi una parola sarei 'errare', grazie al suo duplice significato: "1. a. Andare qua e là senza direzione o meta certa [...] 2. a. Ingannarsi in un’opinione, sbagliare in ciò che si crede o si afferma." (Vocabolario on line Treccani). Ed io sono così: cammino tanto fino a consumare suole e commetto troppi errori.

Tra le poche cose certe, c'è il mio costante bisogno di scrivere di musica, in particolare di quella italiana ed emergente.
Poi rido e canto (... male).
Tanto.
E con il tono troppo alto.

"Il dj da una radio mi dice che fa bene cantare: ma chi ha mai saputo cantare?" - ColapesceDimartino: Considera.

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