Hazy Days.
Giorni nebulosi, giorni di foschia.
Forse un sentimento, più che una condizione atmosferica. Spesso la nebbia avvolge anche il nostro spirito, oltre a strade, palazzi e strutture delle nostre città. Un po’ come queste giornate in cui sembra splendere il sole ma repentinamente cambia tutto, lasciando il posto al cupo e alle piogge: lo stesso sentimento che spesso pervade anche il nostro animo.
Ed io attualmente sono un po’ così: in balia del sole con la nebbia costante che pervade la quotidianità, con quella leggera foschia che annebbia la limpidezza dei giorni.
E a ben pensarci, anche il sound dei Vanarin non è che sia proprio così distante da questa associazione: l’abbiamo ascoltato in A Fly On The Wall, Hey Listen! o il più recente singolo What We Said. È per questo che trovo che Hazy Days – uscito lo scorso 17 gennaio per Dischi Sotterranei – sia un titolo che riesce a rispecchiare appieno il mood che si respira all’interno di questo album le cui otto tracce, sono specchio e riflessione della società contemporanea.

Il loro caratteristico sound lo-fi crea delle atmosfere eteree e quasi impalpabili nelle quali sembra essere completamente sommersi, come se fossimo immersi in una bolla d’acqua e provassimo a parlare e bolle di aria trasmettono un suono ovattato e chiuso. Una semplice percezione, questa, che crea un’identità forte, unica e soprattutto contribuisce alla creazione di un’identità musicale dei Vanarin ben riconoscibile, un’impronta che li differenzia sicuramente dal resto della produzione musicale contemporanea. Si legge a tal proposito sul comunicato stampa che «i Vanarin sono innanzitutto degli artigiani del suono con una forte identità. Giocare abilmente con filtri, riverberi, distorsioni, ritmi spezzati e ricomposti – il tutto meticolosamente rifinito da innumerevoli dettagli – dà vita al loro particolarissimo dub-step atmosferico e minimalista»

Sonorità distorte, sintetizzatori acidi e ritmi che si spezzano per poi ricomporsi: Hazy Days è la rappresentazione di un tempo scomposto – quello in cui viviamo – ma che ci sfugge dalle mani. Ogni traccia rappresenta un focus della nostra società, trattandolo con lucido disincanto e freddezza, prendendo coscienza di ciò che ci circonda. Attraverso le parole dei Vanarin è come se fruissimo della realtà proprio dall’interno di quella bolla d’acqua che ci isola e ci rende più distanti da tutto: ma forse è proprio qui la chiave per vedere con lucidità e freddezza tutto quello che ci circonda ovvero cambiando punto di vista ed analizzarlo da un’altra prospettiva. «Hazy Days è infatti un inno sincero alla natura transitoria dell’esistenza e alla relazione in continua evoluzione che condividiamo con noi stessi.»
In tal senso è simbolica la scelta di inserire come primo brano della tracklist uno dal titolo Hey Listen! seguita da What We Said: due tracce diverse ma mai così strettamente legate per i titoli che creano una semplice frase di senso compiuto. Infatti se nel primo brano si respira la libertà e l’allegria dei bambini che giocano e si divertono, ignorando l’infausto futuro che li attende, nel secondo si contrappone la fine di un amore contornato da rabbia e frasi aggressive («I don’t know why you said that / why you said that / why you said what you said»).
In My Circle si affronta il crudo egoismo del voler rimanere soli per un (ipotetico) torto subito racchiuso in quel «rumors don’t lie», mentre I don’t know esplora la bellezza del “dolce far niente”, di quel bellissimo stato di quiete e rilassatezza che si prova allontanandosi dalla frenesia della quotidianità; la stessa stasi che si ritrova anche in A fly on the wall in cui anche il volo di una mosca sembra essere fermo. Con Lost e Falling Under, la conclusione di Hazy Days è affidata ad un brano che affonda le sue radici nel passato e nei ricordi, appunto Memories. A differenza degli altri, quest’ultimo brano arriva come una carezza, avvolgendo con il suo sound delicato che accompagna i ricordi di un’infanzia con un padre che guarda la tv ed una madre che cucina, ed un bambino seduto su un letto che gioca: «un invito a ricercare la propria essenza attraverso il ricordo di chi si è e dei motivi per cui si ha un prezioso posto nel mondo.»
Hazy Days è sicuramente un album che prova a attenuare la foschia che (spesso) ci avvolge e dalla quale non riusciamo ad uscire facilmente: più che un faro, direi essere una lanterna che fa luce sul presente, mostrandocelo con una prospettiva con la quale essere più o meno d’accordo. Soprattutto, Hazy Days è un album che fa riscoprire il gusto ed il sapore dei tempi lenti, dell’ascolto attento fatto da un dispositivo analogico e che richiede un lungo tempo di fruizione: un disco che, proprio per questo motivo, era necessario.
