Un Carsen smagliante in Trionfo (händeliano, anzi endeliano!) 

10 Aprile 2026
Salzburger Festspiele 2021/Il Trionfo del Tempo e del Desinganno/Wiederaufnahme am 4.August 2021/Musikalische Leitung:Gianluca Capuano/Regie:Robert Carsen/Bühne und Kostüme: Gideon Davey// Regula Mühlemann:Bellezza, Cecilia Bartoli:Piacere, Lawrence Zazzo:Desinganno, Charles Workman:Tempo

di Emiliano Metalli

Il Teatro dell’Opera di Roma tenta un nuovo titolo barocco e vince la sfida, portando in scena Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel nella versione lucida e modernissima di Robert Carsen, diretta con accuratezza da Gianluca Capuano. 

Georg Friedrich Händel appena ventenne giunse a Roma e divenne l’Orfeo dei più importanti Principi e Porporati della Città eterna per una breve parentesi di appena due anni, nonostante la musica e gli spettacoli vivessero allora un momento di transizione. 

Dopo alcuni decenni particolarmente creativi – si pensi a tutto il Seicento con de’ Cavalieri, Landi, Marazzoli, Mazzocchi, Rossi, solo per citare i più noti – iniziarono dal 1676 gli impedimenti alle rappresentazioni operistiche emanati da Papa Innocenzo XI Odescalchi che voleva colpire in questo modo l’immoralità dei costumi e, soprattutto, la presenza delle donne sulle scene. A lui seguì Innocenzo XII Pignatelli che colpì con forza nuovamente il melodramma e nel 1697 ordinò addirittura la demolizione del favoloso teatro Tordinona.

Clemente XI Albani, personalità più sensibile all’arte e alla creatività, si vide costretto a confermare tali divieti – anche a causa del terribile terremoto del 1703 – frenando, per certi versi, l’organizzazione e lo stesso sviluppo del genere operistico nella città di Roma rispetto ad altri centri. 

Nella sfera privata dei palazzi, tuttavia, la nobiltà continuò a dedicarsi allo spettacolo: Cristina di Svezia, il marchese Ruspoli, il duca d’Alvito e cardinali come Pietro Ottoboni, Benedetto Pamphilj e Carlo Colonna seguitavano a ingegnarsi per allestire serenate – il genere più in voga – e oratori, in sostituzione delle rappresentazioni sceniche, sfidandosi in gare di mecenatismo.

La musica di Händel fu subito ammirata e invidiata, contesa e appassionatamente applaudita, anche perché sapeva adattarsi alle esigenze di queste corti capricciose e a volte geniali nell’aggirare i divieti e gli editti papali. 

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno, che è a tutti gli effetti un oratorio in due parti su libretto del cardinale Benedetto Pamphilj, allora protettore di Händel nonché suo amico e sostenitore, è esemplare di questa tendenza. Si tratta di un testo che non ha una vera e propria azione, dal momento che la vicenda è una sfida morale in cui si contrappongono il Piacere al Tempo e al Disinganno per convincere la Bellezza ad abbracciare una visione più spirituale dell’esistenza. Solo quattro personaggi allegorici che incarnano concetti astratti e altamente moraleggianti: questo non impedisce tuttavia al compositore di dare vita a un’opera variegata negli affetti, negli effetti e ricca di spunti che avranno eco anche in altri lavori. Fra tutte l’aria “Lascia la spina” che diverrà la celeberrima “Lascia ch’io pianga” con alcune piccole variazioni, segnale di una creatività se non pienamente matura, quantomeno precoce. 

Sulla potenzialità espressiva di questo materiale musicale esplode la creatività fervente di Robert Carsen e del suo team che trasforma la staticità dell’oratorio in uno spettacolo contemporaneo, per la prima volta in Italia, ma già ampiamente applaudito nel 2021 al Festival di Salisburgo. Il fatto che la versione scenica funzioni tanto bene è un ulteriore evidente segnale del nucleo intrinsecamente comune fra i generi dell’oratorio e dell’opera in musica, in quel periodo storico.  

Questa parabola morale si apre dichiaratamente nel linguaggio del talent show dell’era digitale: Carsen accosta così l’opulenza del Barocco alla società dei mass-media di oggi, ossessionata da giovinezza e consumismo. Il parallelismo non è solo plausibile, ma ha dalla sua una perfetta corrispondenza storica e riesce a teatralizzare il memento mori, potente promemoria della transitorietà della vita e dell’inevitabilità della morte rinnovato in epoca barocca e fuso con il tema della Vanitas, la vanità dei piaceri terreni, per scuotere le coscienze, invitando a una vita pia e virtuosa, focalizzata sull’eterno piuttosto che sul transitorio.

Il sistema della corte, infatti, in cui visibilità e consenso erano mezzi di affermazione sociale, torna qui amplificato dal mezzo tecnologico e mette a nudo le fragilità di una Bellezza che, ieri come oggi, crede di restare immutata ed è invece vittima dello scorrere del Tempo. Ecco allora che il Piacere, incarnato in una manager senza scrupoli stile “Grande Bellezza” (e sarà un caso questo titolo?!), non può che cedere il passo al Disinganno, sciogliendo la trama – inconsistente di per sé – in un finale che assurge ad alte vette di spiritualità e coscienza.

La versione di Carsen coglie senza fallo l’illusione della dispersione dell’io nell’immagine patinata dalla seduzione dello showbiz e propone una riflessione meditativa moderna e lucida. 

A dare corpo e dinamismo all’azione è Ian Burton che costruisce un solido percorso drammaturgico di rarefazione: dalla pienezza colorata e caotica dell’inizio alla solitudine ieratica e filosofica del finale, attraverso una costante sovrapposizione di pieni e vuoti. 

Il senso di alternanza di piani, in continuità con l’attitudine barocca della compartecipazione delle arti, è generato dalla collaborazione serrata e illusionistica di Gideon Davey, che firma scene e costumi. A lui si deve l’impiego di effetti scenici dal sapore schiettamente barocco – alla ricerca dello stupore – come la chiusura degli ampi tendaggi neri che mutano in pochi secondi l’ambiente da luminoso e oscuro, trascinandolo dalla realtà dello studio televisivo a un cupo spazio metafisico. O ancora la galleria dei piaceri che è prima una disinibita discoteca (con tanto di tirata di coca) e, in breve, diviene cimitero fatto di corpi nudi, del tutto simili a sensuali statue funebri. 

Anche Peter van Praet, che insieme allo stesso Carsen delinea, attraverso il suo progetto luci, gli spazi vuoti e onirici del palco e della platea con una varietà impressionante di colori, tonalità, gradienti, inclinazioni e piani paralleli al limite della commozione, è parte essenziale di questa collaborazione. 

La luce è infatti il linguaggio più evidente e la linea guida dello sviluppo drammatico: non è soltanto “bella” a vedersi, ma spinge a farsi “pensiero tangibile”. Da sola, tuttavia, avrebbe dato luogo a uno spettacolo forse solo meditativo e religioso, potenziando la staticità della forma oratoriale, ma senza spingersi oltre. La genialità di Carsen – perché ammettiamolo: Carsen è un regista geniale nel panorama attuale! – sta nel fondere l’alto e il basso, la spiritualità e il pop, secondo un atteggiamento che affonda le radici nel Barocco più autenticamente emozionante delle statue dei santi, dei miracoli, delle rivelazioni. Alla linea pura della luminosità egli accosta elementi di frivolezza, specchio della società contemporanea, e dà così “corpo” all’idealità dei personaggi.


Le coreografie di Rebecca Howell si integrano efficacemente in questa idea accentuandone ancor più l’anima pop, così come i video – registrati e in presa diretta – di RocaFilm che illudono e alludono di essere in uno spazio “altro”, allo stesso modo dello specchio immenso della seconda parte che “assorbe” tutta la platea. O, al limite, amplificano il tema della Vanitas, come sembra suggerire il breve filmato dei fiori che appassiscono.

Gianluca Capuano, da anni alla guida di Les Musiciens du Prince – Monaco, torna a lavorare con Carsen, con cui aveva condiviso il debutto a Roma nel 2019 con Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck. La sua lettura della partitura è accurata e pregevole. In alcuni momenti riesce a ricreare un clima di sospensione densa di emozioni anche soltanto con un pianissimo orchestrale o in uno squarcio melodico solistico. Tiene insieme le diverse parti seguendo lo sviluppo drammatico e associandovi un dinamismo non tanto filologico – il suono orchestrale non ha sempre le sfumature necessarie, la vibrazione più adatta allo scopo – ma creativo e vitale. 

L’orchestra in alcune delle arie eccede con il volume e tende a coprire la voce, in alcuni registri e in certi passaggi più gravi, e d’altronde lo spazio del Costanzi non è l’ideale per l’opera barocca, questo non ha senso nasconderlo. Ma nel complesso ne risulta uno spettacolo equilibrato e funzionale anche nella interazione fra musica e scena, anzi l’intesa fra i due emisferi sembra davvero molto intensa. Anche perché alcune arie sono risultate, invece, così ben concertate da meritare applausi a scena aperta.

Il cast riunisce voci di primo piano nel panorama barocco che, inoltre, sono perfettamente coerenti con la scrittura melodica, regalando così emozioni di grande intensità interpretativa. 

Johanna Wallroth, al suo debutto al Costanzi, è Bellezza. Voce brillante e lucente nel registro acuto, vellutata e piena in quello centrale: questo le permette di esprimersi con perizia sia nelle arie drammatiche sia in variazioni più spericolate come in “Un pensiero nemico di pace”. Sulla scena è padrona della sua avvenenza – notevolissima – e della essenzialità del gesto, rendendola interprete pressoché ideale. 

Anche Anna Bonitatibus, che veste i panni di Piacere, vince sul fronte scenico con smagliante spigliatezza, la stessa della sua coloritura sfrenata, ed eccelle in “Lascia la spina” dove l’effetto della sua apparizione sospesa si riflette nella dolcezza timbrica e nella sapiente gestione delle dinamiche facendone un apice indiscusso dell’intero spettacolo. 

Il controtenore Raffaele Pe, specialista del repertorio händeliano, incarna un Disinganno misurato nei gesti e dalla vocalità preziosamente ipnotica, soprattutto in alcuni passaggi in cui la nudità perfetta del timbro risuona solitario e maestoso nel silenzio attonito del teatro.

Pe torna all’Opera di Roma dopo aver trionfato nel Giulio Cesare di Händel nel 2023 con la regia di Damiano Michieletto e si conferma in questa occasione, ancora una volta, interprete di punta del barocco nella sua duplice versione: filologica e contemporanea. 

Infine Tempo interpretato dal tenore britannico Ed Lyon completa il quadro. Specialista anche lui di questo repertorio, vanta dalla sua una prestanza scenica e un timbro agile e giovanile che non viene meno di fronte alle difficoltà della scrittura, ma che anzi cresce di intensità durante tutto lo spettacolo e abbraccia la platea nella suggestiva sortita finale in duetto con Disinganno. Magistrale “Folle, dunque tu sola presumi”. 

Chi non ha ancora preso il biglietto, non perda l’occasione di godere la bellezza e il piacere di questo titolo raro: c’è tempo fino al 14 aprile!

Teatro dell’Opera di Roma

7-14 aprile 2026

IL TRIONFO DEL TEMPO E DEL DISINGANNO
Oratorio in due parti di Georg Friedrich Händel
Libretto di Benedetto Pamphilj

Direttore Gianluca Capuano
Regia Robert Carsen

Drammaturgia Ian Burton
Scene e Costumi Gideon Davey
Luci Peter van Praet, Robert Carsen
Coreografie Rebecca Howell

Video RocaFilm 

INTERPRETI

Bellezza Johanna Wallroth
Piacere Anna Bonitatibus
Disinganno Raffaele Pe
Tempo Ed Lyon

Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento in collaborazione con Salzburger Festspiele

Il credito fotografico, ove non indicato differentemente nell’immagine, è di Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma.

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