“I mostri che hai indossato il martedì li svesti il mercoledì, ma loro sono sempre lì”

2 Aprile 2026

di Emiliano Metalli

Scritto e diretto da Valentina Esposito, prodotto da Fort Apache Cinema Teatro, in coproduzione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e con il Patrocinio della Fondazione Una Nessuna Centomila, lo spettacolo Mercoledì delle ceneri è in scena al Teatro Vascello fino a sabato 4 aprile. 

Si tratta di una narrazione segmentata, organizzata in quadri dai linguaggi affini ma non identici, a cavallo fra follia della festa carnascialesca e pentimento quaresimale il cui centro di gravità permanente è la figura della Santa Rosa, moltiplicata in più corpi dalle caratteristiche differenti, ma raffigurata nel grande fantoccio di ferro e rose che troneggia per tutto il tempo sul palco. 

Immagine, corpo e voce degli interpreti, che lo circondano come “roselline” di una sacra rappresentazione, si mescolano per dare l’idea dell’ebrezza e della violenza. Perché Mercoledì delle ceneri è uno spettacolo senza riserve sul tema della violenza maschile sul corpo femminile: una verità reiterata e rivisitata da più punti di vista, con l’ausilio di lenti diverse, a volte microscopiche, altre deformanti, ma senza mai perdere la messa a fuoco. 

La grammatica del gioco infantile, della danza espressiva, delle maschere della commedia dell’arte, della musica tradizionale, delle narrazioni orali e del teatro di figura è impiegata e mescolata alle tecniche di teatro artigianale, senza la volontà di nascondere la trasformazione dei luoghi o dei tempi, ma anzi mettendola bene in vista. Non c’è volontà di illusione, il racconto è crudele, asciutto e proprio per questo diviene poetico, a tratti stralunato, astratto, all’apparenza incompleto, imperfetto. Una imperfezione che è parte della sua essenza e, anzi, lo rende riconoscibile: come l’impiego dei dialetti del sud Italia, lo stesso linguaggio magico che Ernesto de Martino tutela nei suoi libri, ad esempio. Come alcuni spettacoli di Emma Dante – di certo più patinati, ma dalla simile ispirazione – e come la straordinaria vitalità della Gatta Cenerentola di de Simone, di cui la scena del rosario può sembrare quasi una galante citazione. 

Il clima delle feste di paese, dei racconti delle Sante morte e risorte, l’apparente incongruenza di certi squarci agiografici fanno da sfondo a una verità crudele: ogni livello della società nasconde sotto un velo formale una sostanziale dose di misoginia che può sfociare – e troppo spesso avviene! – in violenza aperta, femminicidio, sacrificio della donna. 

Su questa china pericolosamente attuale – un’attualità urgente di secoli – si costruisce tutto lo spettacolo. 

In uno spazio separato dalla platea dallo scorrere di un simbolico fiume nero, uno spazio che è piazza e strada, bordo del fiume e luogo di martirio, si consuma il rito di passaggio dal carnevale alla Quaresima. Un rito che è popolare e intellettuale insieme, condiviso eppure troppo spesso dimenticato. La dimenticanza è quello che garantisce la reiterazione del racconto, entro il tempo della narrazione e fuori, in quello nostro della società civile. 

L’asciuttezza della rappresentazione, in cui scena, abito, maschera, fantocci e ogni altro dettaglio o particolare – merito di Mari Caselli, Costanza Solaro Del Borgo, Iris Ros, Gemelli Magrì, Edoardo Timmi e della stessa Valentina Esposito – assurgono a simbolo, è rinvigorita dallo spazio vuoto del palco su cui le luci di Alessio Pascale sembrano tracciare i limiti e i percorsi di una via crucis perenne. 

La parola si slancia o si accartoccia, ma resta la presenza più intellettuale per le scelte linguistiche apparentemente facili, dialettali, ma dalla radice profonda e colta. Ancora una volta viene da pensare a Basile o a Bufalino o, al limite, a Camilleri, solo per trovare un parallelismo che forse non è neppure necessario, perché la scrittura di Valentina Esposito vive di vita propria. Si tratta di un pensiero, tuttavia, che affiora automaticamente.

Le sue parole si distendono sulle musiche di Luca Novelli che ne amplificano la portata o ne scandiscono la temporalità: perché forte è anche il tema del passaggio da un giorno di festa a uno di pentimento, di cui la mezzanotte è cardine cronologico e drammatico. 

La Santa Rosa – come molte altre prima di lei – è fantoccio, ma anche puttana, madre, figlia, moglie, serva e ancora attrice, cantante, ballerina, transgender… perché i confini di genere non garantiscono nessuno dalla violenza di un patriarcato dalla camicia nera e dalla arroganza tossica. Ne scaturisce la denuncia di un sistema nel momento stesso in cui si chiude un cerchio: il sacrificio di un corpo e l’apparizione della Santa, in un’estasi mistica paragonabile alle statue barocche o alla ceroplastica devozionale. 

Forte di una identità culturale e formativa nonché di radici autentiche nel teatro sociale, Fort Apache Cinema Teatro, nata nel 2014 per volontà di Valentina Esposito, coinvolge attori professionisti ed attori ex detenuti o detenuti in misura alternativa, che hanno intrapreso un percorso di professionalizzazione e inserimento nel sistema dello spettacolo. 

Questo incontro fra realtà genera un’energia e una veridicità che dall’eloquio – la parola è certo portatrice di un vigoroso messaggio, paragonabile a quella del teatro civile, ma anche a quella del teatro antico – passa al gesto e arriva diretta al pubblico, come un improvviso fuoco d’artificio, un’esplosione festosa e tragica. 

Il “gioco teatrale” si denuncia allora come finzione che mette in luce ancora di più la tragica realtà del racconto, ingabbiando chi osserva in una denuncia a cui è impossibile sfuggire. 

Impossibile, allo stesso tempo, è districare le singole eccezionalità in un lavoro così coeso, unitario, totale il cui apprezzamento è frutto del talento di ogni singolo partecipante. 

Si notano tuttavia – perché già apprezzate ne La diva del Bataclan e Wonder Woman – Claudia Marsicano, per una sua riconoscibile potenza espressiva del gesto e della parola, Gabriella Indolfi, per i talenti comici e il meraviglioso senso del ritmo, e la dolcissima santa bambina – quasi una Teresa di Lisieux – di Sofia Iacuitto.

Accanto a loro: Massimiliano De Rossi, per la devozione alla violenza che sfiora la crudeltà, Alessandro Bernardini, implacabile narratore atemporale che sembra uscito da un film di Luigi Magni, Giulio Maroncelli, struggente in ogni identità, e Giancarlo Porcacchia. 

Teatro Vascello

dal 31 marzo al 4 aprile 2026

MERCOLEDÌ DELLE CENERI

scritto e diretto da Valentina Esposito 

con Alessandro Bernardini, Fabio Camassa, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Christian Cavorso, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Claudia Marsicano, Giancarlo Porcacchia, Cristina Vagnoli, Camila Urbano

aiuto regia Bruno Mello Castanho

costumi Mari Caselli 

assistente costumista Costanza Solaro Del Borgo 

fantocci Mari Caselli e Costanza Solaro Del Borgo 

sarta Iris Ros

teste in lattice Gemelli Magrì

ideazione scenografica Valentina Esposito

pupazza Edoardo Timmi

musiche Luca Novelli 

luci Alessio Pascale 

fonico Simone Colaiacomo

foto di scena Ilaria Giorgi

ufficio stampa Carla Fabi e Roberta Savona

Una produzione Fort Apache Cinema Teatro, in coproduzione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello 

con il Patrocinio della Fondazione Una Nessuna Centomila
con il sostegno di Ministero della cultura, Regione Lazio, Fondi OPM della Chiesa Valdese 
in collaborazione con Artisti 7607, CAE – Città dell’Altra Economia di Roma
si ringrazia Gieffe Tessuti srl

VIDEO DI PRESENTAZIONE di Valentina Esposito per MERCOLEDÌ DELLE CENERI 
Teaser

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

Turandot in bianco e nero all’Opera di Francoforte

di Emiliano Metalli Nonostante fosse l’ultima replica di un allestimento…