Lo premetto: sono una persona molto strana. O per lo meno, alcune mie caratteristiche, lo sono. Tra queste c’è la mia associazione dei generi musicali alle stagioni. E no, non sto parlando dei classici tormentoni estivi, ma intendo proprio l’idea di “stagione” che alcune canzoni portano con sé. Mentre scrivo queste righe, imperversa il caldo più intenso (oggi abbiamo raggiunto i 41 gradi) e per quello ascoltare un album rock mi sembra stoni completamente con l’idea di fresco, di colori e di leggerezza che il mio cervello associa alla stagione più calda dell’anno.
Mi sembra sempre che la rabbia, le melodie più cupe e a tratti anche crude, stonino completamente con i cieli azzurri di luglio… eppure, i sentimenti connessi ad alcuni generi, non hanno stagione. Come la rabbia, che sembra essere quella che più ci caratterizza in questi mesi (se non proprio anni). E quindi, mentre fuori dalla finestra domina un torrido luglio, dalle casse del mio computer sono settimane che risuona lo sfogo degli Asianoia con il loro nuovo album Carneplastica, un album d’esordio per Costello Records che segue alcuni ep pubblicati dal 2024 ad oggi e che hanno forgiato lo stile musicale del gruppo romagnolo.

Nell’epoca in cui quasi ogni prodotto musicale non si classifica in uno specifico genere musicale, gli Asianoia pubblicano un album interamente rock, rabbioso, cupo e sporco in cui riverberano echi di new wave ben rappresentate nella seconda traccia Raskolnikov. In Carneplastica la band romagnola elenca le contraddizioni dell’uomo moderno e della sua società delineando un (paradossale) elogio all’uomo moderno che sta conducendo sé stesso verso l’autodistruzione: «la provincia, la salute mentale, il lavoro. Tutti gli aspetti della sottilissima tensione tra il pudore e l’esibizionismo, tra la voglia di amare e l’odio sanguigno, tra la carne e la plastica, tra la spinta a vivere e il suicidio, e così, avanti, verso i confini dell’alienazione contemporanea. […] Questo non è un manifesto di critica. È un vero e proprio elogio all’uomo moderno. È una dedica a tutti noi. […] È tutto rivolto verso l’incomprensibile feticismo della morte, che paradossalmente ci mantiene vivi, che ci costringe ossessivamente a cercare qualcosa che non funziona, un nuovo dolore, una nuova malattia. È la corsa disperata nel provare a salvare qualcosa che crediamo stia marcendo velocemente, e che deve essere curata al più presto.» (comunicato stampa)
Ciononostante, Carneplastica lascia con un profondo senso di sconforto ed inquietudine, così come suggerisce la stessa copertina dell’album in cui si vede una ragazza (mi piace pensare sia la Caterina cantata in uno dei brani) al telefono che ride ma è sporca di vernice blu: il suo sorriso non è naturale bensì forzato, quasi isterico, come a suggerire l’idea di voler trovare a tutti i costi qualcosa di cui ridere all’interno di un mondo al collasso. Infatti la prima traccia dell’album ha un titolo esemplificativo in cui si racchiude tutto il concept del lavoro stesso ovvero Sanguex4. Una frase che si ripete come un mantra, come per espiare un peccato e liberarsi da ogni colpa perché «ogni malattia ha una cura»: tra l’autoconvincimento e l’occlusione della realtà, a proposito del brano scrive la band che è «un modo per affermare che ci si sente schiacciati dalla violenza incontrollabile a cui siamo sottoposti. […] Un po’ per confortarsi, un po’ per ingannarsi, un po’ per non cedere al pensiero che sia tutto concluso, che non esista una via d’uscita.» (comunicato stampa)
E così dallo scenario decadente dell’incipit, ci spostiamo su panorami meno confortanti descritti in tracce come Un Impostore in cui tutti gli uomini sono esseri spregiudicati che cercano di prevaricare sugli altri, all’interno di un contesto in cui siamo tutti nemici degli altri. In tal senso è esemplare la frase del ritornello «e quando crollerete, ballerò» che, come nella canzone succitata, si ripete più volte fino ad insediarsi come un mantra, nella testa di chi ascolta. Un voltagabbana, una persona finta e spietata: è questo l’uomo non solo di Un Impostore ma il narratore che muove i fili di tutto l’album degli Asianoia che, per quanto non sia il loro intento originale, arrivano a descrivere l’uomo nella sua fase più decadente. Ed infatti, in questa stessa scia, si inseriscono anche Nuova fabbrica descritta quasi come un «mondo nuovo: l’altare dell’Ego è davanti a noi ed è il momento di farci trovare in splendida forma». Questa canzone custodisce anche la frase che dà poi il titolo al lavoro ovvero «Sono carne e plastica nella nuova fabbrica», in cui realtà (carne) e finzione (plastica) si fondono fino a non distinguerne più i contorni; un mondo in cui idolatriamo il falso per dimenticarci dei valori reali.
A mantenere viva la tensione in tutto l’album c’è una linea melodica costante che viaggia sempre su tonalità sporche e chiuse, quasi timide; a questa si unisce una voce grezza e roca ed una sezione ritmica dominante che rafforza la concitazione delle parole.

Tra prevaricazione e rabbia però, in Carneplastica si fa spazio anche l’amore in Irene cura l’informale, l’unico brano dalle tonalità più delicate e colorate dell’album. Un dialogo a due voci, quella tra un uomo e una donna (dalla voce molto delicata, quasi fanciullesca), privo di rabbia e risentimenti ma dominato dalla paura che l’amore possa prima o poi finire. Così come la paura che tutto possa svanire è racchiuso in Caterina il cui arpeggio iniziale conferisce drammaticità alla canfone conferendole così un’aria sì nostalgica ma anche triste e toccante. Una canzone che parla dell’Alzheimer ma non come malattia bensì come una scelta quasi consapevole per dimenticare e sfuggire al dolore del ricordo della giovinezza.
Un altro tono di colore ci viene conferito dalla traccia di chiusura Nascosto dalla luce che, nel suo buio, prova a riportare un po’ di ordine tra le cose fuori posto, tra quelle importanti e tra i pensieri che pesano più del dovuto… un po’ come in Il Punto Preciso Dove ti Hanno Accoltellato dove ci si prova a far carico del dolore degli altri ignorando che spesso, alcuni sentimenti, non possono essere per forza compresi e accolti dagli estranei ma possono appartenere solo a chi li sente.
Carneplastica ti scuote, ti lascia interdetto, dissestato, disorientato. Alla fine dell’ascolto ti chiedi davvero se tutto questo affannarsi, tutto questo correre per cose che probabilmente non hanno un seguito, per progetti che probabilmente non si avvereranno perché ne siamo ossessionati (Per Un’Idea), ha davvero senso. È demoralizzante pensare che la maggior parte degli album usciti negli ultimi mesi, siano tutti incentrati sulla sfiducia nell’essere umano, nella società che lui stesso ha creato, abita e modifica. Sopraffatti da un senso di assuefazione, è come se non ci stupisse più nulla, come se tendessimo a giustificare anche le azioni meno etiche perché stiamo iniziando a considerarle quasi la normalità.
Mi chiedo se ci sarà mai una via d’uscita a tutto ciò.
E chissà se alla fine Caterina tornerà a ridere di gusto e non più forzatamente.
Ma d’altronde se «ogni malattia ha una cura» (Sangue x4) dobbiamo solo trovare con attenzione la nostra.
