Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa di Eugenio Barba: una disperata, instancabile e ostinata ricerca della luce

La metafora dello scarafaggio di Kafka come
grido di rifiuto e volontà di rivolta

Testo Gisella Rotiroti

Chi è il danzatore Gregorio Samsa? Quali sono le origini della sua danza di scarafaggio rifiutato?
La metafora dell’insetto creata da Franz Kafka – definita da un “ermetismo pressoché assoluto” – si veste di una nuova energia sul palcoscenico del Teatro Quirino, nel lavoro autobiografico di Lorenzo Gleijeses, feconda di significati che attraversano l’opera del suo autore per arrivare a trascenderla, e a capovolgerne il significato, in una disperata, instancabile e ostinata ricerca della luce.

Nel racconto di Kafka – La metamorfosi – la metafora dell’insetto suggerisce la dipendenza dalla famiglia, un vincolo biologico a cui lo scrittore “non può ribellarsi senza impazzire”, come egli scrive a Felice Bauer, la donna che avrebbe voluto sposare e descritta nella prima pagina del racconto. Poiché questa metafora rappresenta, per il suo autore, la sconfitta di un uomo incapace di sposarsi e di rendersi autonomo a causa dell’oppressione paterna, Gregorio Samsa deve morire. Con la morte di Gregorio all’interno della famiglia si ristabilisce l’ordine e la bellezza della vita, tutto ritorna alla normalità, forse una normalità mediocre, inetta, banale ma preferibile allo scandalo della diversità.
Per Kafka la metafora dell’insetto ha il significato della paura, dell’incapacità di ribellarsi e di combattere per la propria libertà individuale e rappresenta per lo scrittore quel sentirsi “legato indissolubilmente […] con quelle cose schifose che colano ancora dai piedi i quali vogliono scappar via ma sono ancora ficcati dentro la pappa informe delle origini”, incapace di trovare una via di fuga.
Questa metafora, che si colloca in un territorio fecondo di contaminazioni e riscritture, al confine tra mondo reale e mondo pensato, per Lorenzo Gleijeses rappresenta la ricerca interiore e sofferta di un danzatore incapace di staccarsi dal suo lavoro e dalla ripetizione ossessiva delle coreografie che deve portare in scena. Gregorio perde la percezione del confine tra teatro e vita, tra finzione e realtà. Il desiderio di migliorarsi lo porta a subire un processo di disumanizzazione che sembra alienarlo e confinarlo nello spazio mentale delle sue ossessioni, rinchiuderlo nella sua “torre d’avorio”, come gli rimproverano i suoi familiari e la sua compagna. Incalzato da voci registrate e messaggi telefonici, schiacciato dall’oppressione sensoriale di invadenti strumenti tecnologici – mentre un robot aspirapolvere, scarafaggio meccanico alter ego dello scarafaggio umano, impone il suo movimento sulla scena e un televisore esplicita il peso di eterogenee informazioni sonore sulla percezione – Gregorio resiste all’angoscia che cresce dentro di lui e continua con determinazione il lavoro, ripete la sua danza, prosegue la sua corsa verso la luce.
Nell’immaginario di Eugenio Barba, che con questo spettacolo ha firmato la sua prima regia fuori dall’Odin Teatret, la metafora dello scarafaggio conduce al ricordo di Hiroshima, dopo l’esplosione atomica. Le creature viventi che hanno resistito alla deflagrazione e alle radiazioni sono gli scarafaggi. “Nel deserto di detriti e cenere si muovevano queste macchioline nere e brune, pacchetti di vita che resiste”. Lo scarafaggio rappresenta per Barba “la volontà di non desistere, quella parte di noi che vive in esilio, che teme, ha fame di amore, che vuole amare anche se non
sa come farlo”. Così, attraverso il lavoro dello spettacolo, la metafora di Kafka è funzionale a creare un’altra metafora che acquista forza indipendentemente dalla sua radice letteraria. Ecco che allora, questo ‘nuovo’ Gregorio Samsa, partorito dalla fantasia creatrice di Eugenio Barba, Julia Varley e Lorenzo Gleijeses, attraverso un lavoro durato più di cinque anni, non è l’uomo che denuncia la sconfitta e riscrive una storia di ‘metamorfosi’ ma l’artista, un danzatore, che trova la forza per continuare la lotta – “Maestro, ma la nostra danza è importante per il mondo?”– e per non accettare mai il fallimento, tanto nel rapporto con la sua vita personale che in quello con la sua arte. Questa lotta non è la ricerca di un’idea di se stesso a cui aggrapparsi e non è qualcosa in cui rifugiarsi, è il coraggio di rimettersi in piedi nonostante le ferite, per difendere la propria libertà interiore, una lotta che si esprime, in ogni istante dello spettacolo, attraverso una partitura fisica che coinvolge tutti i muscoli del corpo, “una resistenza attiva, correndo, sudando, sputando sangue”, come la definisce Eugenio Barba. Gregorio corre, corre lungo “la strada di fuoco che porta al buio”, verso un cerchio di luce che ricorda un tramonto, un bagliore destinato a spegnersi. Come un condannato la morte lo sorveglia, si oppone alla sua corsa inarrestabile verso la luce, lo affronta, lo colpisce, lo provoca, lo piega a terra, lo seduce, ma Gregorio si rialza sempre, afferma il valore della sua ricerca artistica, riconosce la bellezza e la forza dell’amore che prova per la sua compagna. Il confronto con la figura paterna, che trae ispirazione dalla Lettera al padre di Kafka e dalla storia personale di Gleijeses, si dimostra fecondo, infine, di una conquista di autonomia e originalità espressiva. L’idea kafkiana, per cui gli errori dei padri si manifestano nell’alienazione dei figli, viene accettata ma trasformata in volontà di rivolta e di affermazione di sé. “Non
sono una vittima, so chi sono!”, dice Gregorio.
Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa si svolge di fronte agli spettatori e accanto a loro, assieme all’attore, sul palcoscenico del teatro Quirino. Il corpo di Gregorio emerge dal buio entrando e uscendo da bagliori di luce, prima solo una mano o una parte del volto; poi, quando percepisce la presenza della luce, Gregorio vuole afferrarla, aggrapparsi a quel chiarore nelle tenebre. Il nero della sala, che si trasforma in un bianco abbagliante, carico di intensità sonore e musicali, avvolge Gregorio Samsa e il pubblico in un tempo che diviene un respiro condiviso, una tensione emotiva fatta di impulsi ritmici che il protagonista orchestra e dirige nel suo corpo quanto nei sensi degli spettatori. Lo spazio, quella tana d’insetto che sembra intrappolarlo e soffocarlo, rappresenta il luogo dell’intimità dell’artista, offerto senza censura allo sguardo del pubblico.

Grazie al perfetto accordo fra la partitura fisica di Lorenzo Gleijeses e quella luminosa e sonora creata da Mirto Baliani, in Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa si realizza una simbiosi completa della scena con l’ambiente e con gli spettatori. Quando lo spettacolo finisce, un intenso e quasi struggente momento di stupore si oppone al desiderio di applaudire. La musica si prolunga nel silenzio, nella corsa di Gregorio, in un respiro che piano piano si spegne. Poco dopo, come dopo la partenza di qualcuno, l’applauso ne realizza l’assenza ed esprime la nostalgia per quel tempo vissuto, intensamente condiviso.

A quale mondo appartiene il mio teatro?
Se fosse un elemento – terra, acqua, fuoco, aria
– sarebbe il mare. Non conosco l’arte di rimanere a galla da solo. Allora cerco
la mano di un altro – un individuo disperato,
fiducioso, ambizioso o ingenuo,
ferito profondamente o che vuole scappare da
se stesso. È un individuo pronto
a spingere il mare insieme a me
verso quel muscolo che pompa sangue.
E quando esausti sentiamo che è impossibile,
il mare è una goccia che cola azzurra
sulla gota di uno spettatore.
Suona sentimentale,
ma lo sforzo ne vale la pena.


Eugenio Barba

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