Professione dramaturg

Intervista a Gaia Clotilde Chernetich

Testo Roberta Leo

Già da tempo inserita e istituzionalizzata nel teatro tedesco, nel nostro paese la figura del dramaturg è, invece, ancora controversa ma al tempo stesso affascinante. Risulta, infatti, ancora difficile comprenderne le mansioni, i confini, la formazione e l’ambito di applicazione. Abbiamo intervistato Gaia Clotilde Chernetich, dramaturg, autrice e studiosa di danza e teatro, per meglio comprendere natura e prospettiva di questa figura.

La figura del dramaturg nasce e si afferma nell’ambito teatrale tedesco. Quali sono le sue radici e come mai in Italia l’ingresso di questa professionalità tarda ancora ad avvenire?
Sicuramente il sistema italiano non è ancora pronto ad accogliere stabilmente la figura del dramaturg nelle sue produzioni teatrali. La figura del dramaturg può avere varie sfaccettature, dunque, può affiancare una produzione singola, seguire una compagnia o un artista per un certo periodo di tempo ma anche lavorare all’interno dei teatri. Mentre nell’ambiente tedesco questa è una professione largamente diffusa e, soprattutto, istituzionalizzata, in Italia sono ancora pochi i teatri che si avvalgono della collaborazione di un dramaturg. Io opero in un ambiente molto peculiare che è quello della danza, che già normalmente presenta non poche fragilità e spesso penso che mi piacerebbe avere più colleghi e maggiori possibilità di scambio. Ma ciò è difficile perché a prescindere dal contesto in cui si opera, la pratica della drammaturgia è basata su interessi, inclinazioni, esperienze, percorsi di formazione molto differenti tra loro. Pertanto il lavoro del dramaturg diventa talmente personale che resta assolutamente ‘plurale’ nella sua essenza.

l dramaturg opera su un raggio d’azione che spesso appare indefinito e ancora oggi si guarda a questa professione con molta incertezza. Esiste una definizione? Non c’è una definizione univoca. Questo è un lavoro che cambia a seconda degli interlocutori, degli artisti e interpreti con cui ci si rapporta. Ogni tentativo di rinchiudere la professione in una qualsiasi etichetta fallisce inesorabilmente. A volte fatico a riconoscere ciò che ho fatto nel passato e non perché lo disconosca ma perché il lavoro cambia continuamente. Non c’è un metodo o una strategia di lavoro che va affinandosi nel tempo.
Sicuramente è fondamentale mettere a disposizione la propria sensibilità ed esperienza e misurarsi anche con i propri limiti. Infatti, ogni dramaturg, pur configurandosi come una figura di riferimento che si affianca alla produzione, all’artista o al teatro, resta sempre un professionista che porta la propria storia personale nel processo creativo. E nel fare questo, porta dentro la sala prove la propria visione del mondo. Per quanto mi riguarda, non si tratta tanto di mettere a disposizione uno sguardo esclusivamente e squisitamente personale, ma fare in modo che la mia prospettiva riesca ad abbracciare quanta più pluralità possibile.
Il mio auspicio, per quanto utopico, è di portare in sala prove, nel mio sguardo, lo sguardo del mondo. Se dovessi spiegare in cosa consiste il mio lavoro metterei l’accento sull’affiancamento attento e sensibile da offrire al committente. Il dramaturg è una figura che matura esperienze e viene scelta proprio per queste ultime. Possono essere esperienze più sviluppate su un piano teorico, storico, analitico, pratico-corporeo o sulla conoscenza di determinate tematiche. Le esperienze devono essere combinate con una sensibilità dello sguardo. A volte uno sguardo troppo
ancorato sulla pratica non è sufficiente e serve anche un sostegno teorico, una contestualizzazione, una sapienza nel curare il posizionamento di ciò che accade nello spettacolo. Si utilizza anche una diversa terminologia perché diversi sono i linguaggi che vengono messi in atto.

Sicuramente il dramaturg lavora con il testo ma offre consulenza e collaborazione a tutto il processo creativo dell’opera e a tutti i soggetti coinvolti in essa. Quali sono le sue competenze professionali necessarie? Esiste secondo te un percorso di formazione da prediligere per chi vuole intraprendere questo mestiere?
Io non credo che esista una formazione specifica. Se si guarda alla storia della drammaturgia i dramaturg hanno diverse estrazioni. Si spazia tra filosofi, storici, critici, artisti ma anche persone completamente esterne ad un determinato ambiente. Se si parla di dramaturg di danza sicuramente non si può prescindere da una conoscenza approfondita di quello che accade nella contemporaneità. Ma non basta. A volte è necessaria anche un’esperienza diretta, corporea. Ad ogni modo poi sono gli stessi artisti che, di volta in volta, scelgono lo sguardo di cui il loro lavoro
necessita.

Tu sei un dramaturg di danza. In cosa consiste il tuo lavoro?
Dipende dai progetti che seguo. In alcuni la mia figura è prevista nel lavoro già da molto tempo prima di entrare in sala di danza. Si lavora per creare un immaginario, si imbastisce un mondo che solo in un secondo momento viene portato nella sala prove.
Ed è lì che poi si verificherà attraverso il corpo, l’azione. Spesso si hanno dei cambiamenti, sorgono delle necessità, emergono delle mancanze o, al contrario, la sala prove diventa addirittura più rassicurante. Magari un’idea nata con un interrogativo, anche scomodo, si fluidifica poi in sala di danza perché spesso il corpo riesce a trovare soluzioni inaspettate. La mia presenza in sala prove a volte è continuativa, altre saltuaria, a volte. Infine, c’è la parte legata alla scrittura, alla creazione di apparati comunicativi, spesso si lavora con la traduzione e la capacità di mettere in parola ciò a cui si assiste e partecipa. Riassumendo, il lavoro si stende tra questi due estremi, la concettualizzazione iniziale, la
ricerca, il nutrimento di un’idea, e poi la fase finale che non è solo la fase in cui si va in scena ma anche quella contemporanea o immediatamente successiva all’andare in scena. Con che parole si racconta e descrive ciò che è successo?

Quali potrebbero essere le prossime evoluzioni della figura del dramaturg?
Io non vedo tanto un’evoluzione nella professione perché è un mestiere talmente singolare e sartoriale per certi aspetti che risulta complicato individuare un’evoluzione comune. Quello che posso auspicare è che il nostro sistema, magari su modello di quello tedesco oppure ricercando altre modalità, continui a integrare sempre di più questa figura così come tutte quelle che rientrano nell’osservazione e nello sguardo esterno del prodotto teatrale. In tal modo si stimolerà anche chi vorrà avvicinarsi in futuro a questo lavoro e per cui questa mancata affermazione
totale della professione non dovrà rappresentare un deterrente.
L’evoluzione va ricercata nel sistema e non nella figura, prevedendo la possibilità per gli artisti di avvalersi della collaborazione del dramaturg che purtroppo presenta ancora una sua intermittenza rispetto alle possibilità produttive del teatro italiano.

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