Goliarda Sapienza nell’ora senza ombre

Spettacolo teatrale tratto dall’opera letteraria “Il filo di mezzogiorno” di Goliarda Sapienza. Adattamento teatrale di Ippolita Di Maio. Regia di Mario Martone interpretato da Donatella Finocchiaro e Roberto de Francesco.

Mario Martone mette in scena “Il filo di mezzogiorno” di
Goliarda Sapienza, con una strepitosa Donatella Finocchiaro
nei panni dell’attrice e scrittrice siciliana

Testo Sofia Chiappini

Nel libro autobiografico “Il filo di mezzogiorno”, il cui adattamento teatrale diretto da Mario Martone sarà in tournée in diverse città italiane fino a novembre, Goliarda Sapienza viviseziona la sua vita, pezzo dopo pezzo. Il libro, terminato pressappoco due anni prima, è pubblicato da Garzanti nel 1969. Si tratta di un resoconto sui generis del percorso psicoterapico, intrapreso dall’autrice nel 1962 e durato circa tre anni.
La narrazione è scandita dai ricordi, dove questi ultimi sono, tuttavia, ricostruiti dalla stessa Sapienza con difficoltà, a causa di una serie di elettroshock, a cui fu sottoposta, dopo il tentato suicidio del 1962. A emergere, innanzitutto, in questa faticosa riscoperta del proprio sé, è l’attaccamento, a tratti patologico, alla propria infanzia, forse mai svanita del tutto. Le pagine di questo romanzo sono impregnate dei sogni del passato e del presente, in cui diventa compito del terapista cercare di fare ordine, di conferire nuovo senso al suo racconto, non senza una certa brutalità e ricorrendo a quella che venne definita un’“analisi selvaggia”.

Goliarda Sapienza (1924-1996) fu, ancor prima che attrice e autrice di poesia e prosa, partigiana, depositaria di un’ingombrante eredità politica familiare, votata al sindacalismo e alla filosofia marxista. In questa indole di combattente, riconosciamo una donna pienamente anticonformista.
Una pensatrice libera, ammalatasi di depressione in seguito ai traumi subiti durante l’infanzia, costellata di rimproveri materni, lutti e indigenza. Mentre spiamo questo dialogo tra paziente e medico, scopriamo come i sentimenti di affetto, durante i suoi primi anni di vita, in particolare ad opera della madre, siano stati apostrofati come
“smancerie”. Nondimeno, risulta impossibile non riconoscere in Goliarda una donna davvero capace di amare, e non semplicemente gli uomini. La sua vita è stata, da un lato, ricca di relazioni amorose, mentre, dall’altro, segnata dal lungo rapporto con il regista Citto Maselli. Fu quest’ultimo a salvarla dal reparto psichiatrico del Policlinico Umberto I di Roma dove era ricoverata, permettendole di entrare in terapia con Ignazio Majore. E, tuttavia, le relazioni più importanti della sua esistenza sono state quelle con le amiche. In merito a queste ultime le affermazioni dello psicoanalista Majore tendono a ridurre i rapporti umani di Goliarda a un’assenza patologica di narcisismo.
Per questo si rende necessario chiamare in causa un ulteriore punto di vista: al lato di questa recensione i lettori e le lettrici avranno la possibilità di conoscere qualcosa in più di Goliarda, attraverso le parole di una sua amica.
Nell’ora senza ombra, una sarta cuce insieme, un capitolo dopo l’altro, il passato con il presente. Legati a doppia mandata, questi due tempi risultano sconnessi nelle parole di Goliarda. La memoria fatica, il quadro del reale è costellato di iati e falle evidenti, difficilmente colmabili. Il racconto è fluido, ma gli eventi scricchiolano sotto il peso della fatica, dei traumi, di un freddo glaciale che si impossessa di lei. I quarantuno capitoli del “Filo di mezzogiorno” si inanellano uno dentro l’altro, rapidamente, distinti solo da un numero progressivo, scanditi come i giorni
che separano il malato dalla guarigione.
Ippolita di Majo ci propone un adattamento minuzioso e fedele al testo originale, in cui a essere messa in scena è tutta la forza drammatica dell’autrice siciliana. La Sapienza è una donna capace di slanci straordinari di generosità, che non si limitano al suo vissuto quotidiano, sfociando, piuttosto, nella redazione dei suoi libri. Ne “Il filo di mezzogiorno”, la sua “lucidità filosofica” – così definita dal curatore dell’opera Angelo Pellegrino – si confonde con una narrazione priva di segreti, in merito alla sua terapia. È lei stessa a confessarci di non essere disposta a dire sempre la verità, eppure in questa finzione, teatrale e letteraria allo stesso tempo, in cui le sue vocazioni, di attrice e autrice, si uniscono, cogliamo ogni sfumatura del suo essere, nel senso più pieno di questo termine. I suoi esordi di poetessa risuonano in quest’opera, dove la parola è asservita al flusso dei suoi pensieri, che come un fiume in piena, ci travolge catapultandoci all’interno della scena.
La regia di Martone ci culla in questa difficile riscoperta del sé, in cui ogni passo in avanti è seguito da uno all’indietro e dove le uniche conclusioni possibili sono quelle provvisorie. Il narcisista guardandosi allo specchio è capace di vedere solo se stesso, ma per Goliarda la faccenda è più complessa. Due stanze speculari, si affacciano e specchiano l’una nell’altra. Gli spazi si sdoppiano, interrotti da una fessura, si guardano l’un l’altro, sembrano identici, eppure rimangono separati. “Il filo di mezzogiorno” sta lì, tra un’asse di legno e l’altra, in quel corridoio stretto e buio e, mentre Goliarda cerca di svolgere e articolare i suoi pensieri – a volte approdando a risultati straordinari, altre riannodandosi in un groviglio di emozioni confuse – la faglia del suo trauma rimane inesorabilmente presente.

L’allestimento di Martone si avvale di una scenografia solo apparentemente borghese, in cui a essere espressa è tutta la sua visionarietà registica. Il trauma del suicidio, ma anche della prigionia del padre, dell’elettroshock e della follia della madre, tagliano in due la vita di Goliarda. Qualcosa cambia e, al contempo, come spesso accade, tale cambiamento è all’apparenza impercettibile. A destra lo psicoanalista, a sinistra lei, e viceversa: si parlano così, grazie al magico potere della finzione, che sa rendere visibile ciò che nella vita non può essere visto, ma solo percepito. Goliarda è un po’ qui e un po’ lì, a metà tra i vivi e i morti, rimane ancorata alla sua vita persino nell’atto più estremo del suicidio. Ma un alito di vento gelido si insinua nella sua
carne e nei suoi pensieri. “Non è freddo. Ha paura. Si rassicuri. Io non le toglierò la mammella, si rassicuri, non la farò morire di fame. Si rassicuri e si riposi”– così le ripete il suo “medico dei bambini” Ignazio Majore, magistralmente interpretato da Roberto De Francesco. Sulla pelle candida delle braccia scoperte della Finocchiaro si posa, dunque, un alito mortale: tutto il corpo vibra, scosso da quel terribile sentimento, una sensazione che si estende su appena qualche centimetro di pelle, fino però a risuonare in tutti noi, che lì, attoniti, facciamo da spettatori. Potremmo chiamarlo un
dolore fantasma, come quello che colpisce coloro che sono affetti da paralisi: come quella pena indescrivibile assale gli arti paralizzati, così qualcosa di sommerso riemerge dalla memoria e afferra Goliarda per le spalle, per la gola, per le gambe. Nulla di tutto ciò sarebbe stato, tuttavia, possibile senza il corpo e la voce di Donatella Finocchiaro. Le parole di Goliarda sono concrete, pesanti, penetrano nell’immaginario del lettore invadendone i pensieri, lasciando un solco profondissimo. E, nondimeno, l’interpretazione sapiente, il lavoro minuzioso e l’energia della Finocchiaro fanno sì che la sua Goliarda risulti indimenticabile. La fedeltà e il realismo con cui l’attrice catanese fa rivivere le parole di questo
romanzo, a lungo dimenticato, arpionano lo spettatore, rendendolo avido di ogni suo gesto. Nel romanzo di Goliarda è così vivo il dramma, che l’intuizione di farne uno spettacolo è per certi versi naturale. Nello spazio protetto del dialogo con il suo terapista è messa in scena la storia di un paese dilaniato dal conformismo, dal fascismo, dalla fame; nel loro dialogo intimo, amoroso e a tratti irruento, prende corpo sotto i nostri occhi la potenza rivoluzionaria dell’incontro di due grandi menti.

Conobbi Goliarda nel 1968. Ero andata a casa sua per un’intervista insieme a Elvira Banotti, la compagna femminista con cui alcuni mesi dopo avrei fondato “Rivolta Femminile” di Roma.

Ci accolse sorridendo, mi colpì il sorriso e i capelli lunghi rosso bruni, la lunga gonna di cachemire. La sua casa così piena di libri aveva grandi finestre, un terrazzo pieno di fiori che dava su Villa Glori e che curava di persona.

Io e lei simpatizzammo subito e quando tornai, qualche giorno dopo alle tre del pomeriggio con il testo dell’intervista per avere la sua approvazione, eravamo già amiche e restammo a parlare fino alle dieci mangiando pane salame e champagne che aveva avuto in regalo da un amico pittore.

Goliarda non era certo ricca, ma l’eleganza dei suoi abiti, la dizione perfetta e la proprietà della lingua, il suo modo di muoversi in mezzo agli altri e di sostenere una conversazione colta, la dicevano lunga sulla sua educazione familiare, l’ambiente colto in cui era nata e viveva, la sua cultura personale e il lavoro di ricerca sulla scrittura e sulla psicanalisi che portava avanti da anni. Io venivo da una famiglia operaia e spesso ero spaesata, ma lei aveva sempre uno o più libri da darmi per colmare le lacune più vistose.

Dunque Tonia tu sei nata in giugno nel 1948. Io a maggio, o forse ad aprile non so bene, perché i miei genitori non volevano iscrivermi all’anno III dell’era fascista (1924). Li costrinsero le guardie sai? Ma guarda hai la metà dei miei anni, dunque posso dirti che devi togliere gli accenti di troppo quando parli! E non “ti scantari carusa quando ti dico queste cose, picciridda sei-” E rideva giocando con il termine siculo così simile a parte del mio cognome. Da quella volta ci scherzò sempre.

Ovviamente ero scarlatta in viso, ma da allora accettai da lei ogni suggerimento sulla mia formazione culturale come una fortuna che mi era capitata e di cui approfittavo senza risparmio.

Ero molto impegnata con l’università, le manifestazioni e le assemblee per la formazione del collettivo femminista, ma con Goliarda ci vedevamo spesso e alla fine di luglio del 1969 andai ospite da lei per qualche giorno.

In realtà ci restai un anno.

Fu un anno lunghissimo, denso di avvenimenti e incontri durante il quale imparai con Goliarda ad apprezzare il teatro antico ma anche Bertolt Brecht, Strindberg, Beckett e il teatro sperimentale d’avanguardia, i concerti di musica classica, le mostre. Per tenere dietro a tutto imparai a dormire poco e, anche se la salute non se n’è giovata, mi ricordo di quel periodo con gioia.

Ma anche la politica faceva parte delle mie giornate e spesso discutevamo con Goliarda sul femminismo. Lei aveva vissuto gli anni della resistenza insieme agli uomini e faceva fatica a capire il separatismo. Urlavamo e poi ci scolavamo una bottiglia di vino, quanto mi manchi Goliardina!

Nella sua casa si ricevevano a cena i più noti intellettuali italiani ma anche stranieri e Goliarda, ottima cuoca, cucinava per tutti. Io intanto imparavo a cucinare e, ovviamente, ho ancora il quaderno con gli appunti delle sue ricette che uso normalmente. Ho così conosciuto da Pasolini a Milan Kundera da Hans Werner Henze a Ingeborg Bachmann, tanto per citarne alcuni. Ma venivano anche studenti che avevano letto i suoi libri, pittori notissimi, attori di cinema e di teatro. Io bevevo tutto e imparavo presto, “come fanno le caruse abbersate”, diceva lei prendendomi in giro senza ritegno.

Per il suo compleanno le regalai una poesia, lei la lesse ma non parlava. Mi preparai a sentire una critica disincantata ed ero pronta a difendere il mio lavoro ma vidi che aveva le lacrime agli occhi. -Carusa ma sei brava, devi continuare mi diceva scuotendomi per le braccia. Poi corse a prendere da sopra un’antica cassapanca dipinta dove era appoggiato un lume di ottone: – Toniettina, sai che non ho soldi per farti un regalo ma lo metterai nella tua casa e ti ricorderai della promessa che mi hai fatto di studiare sempre e di scrivere.
Ho portato quel lume per quattro traslochi e nell’ultimo mi è stato rubato. Sarà per quello che scrivere del passato mi fa male, forse non sono ancora capace di metabolizzare l’ultimo insegnamento di Goliarda.

Toniettina, scrivere è un lavoro quotidiano, un lavoro artigianale oltre che culturale. Talvolta fa male nella carne e nella testa, ma solo se non ti curi di quello che pensi di te e di quello che di te pensano gli altri, solo allora potrai guardare te stessa con amore e rispetto.

E fu così che Goliarda non è più uscita dalla mia vita.

Antonia Carosella

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