Monica Nappo: per ripartire servono onestà, senso di collaborazione e meritocrazia. Sogno di vedere in scena Maradona!

Un dialogo spontaneo, una conversazione a cuore aperto,
con una delle attrici e registe più interessanti
del panorama teatrale, e non solo

Testo Maresa Palmacci

Colpisce per il suo sguardo vivido, la sua sensibilità intellettuale, la potenza delle sue idee. Monica Nappo
non passa inosservata. Volto noto della scena teatrale italiana e internazionale, del cinema e della tv. Attrice a tutto tondo, regista cosmopolita, donna forte, coraggiosa, ironica e carismatica. Ha iniziato a fare teatro da giovanissima nella sua Napoli, lavorando poi subito con Mario Martone, Cesare Lievi, Sepe e Toni Servillo. È stata una delle prime a
portare la drammaturgia britannica in Italia dando forma e vita ai testi di Sarah Kane, Tony Kushner e Dennis Kelly, trasferendosi poi a Londra per dieci anni.
Al cinema è stata diretta da Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Silvio Soldini, Woody Allen, Ivan Cotroneo, Ferzan Ozpetek; in tv ha conquistato milioni di spettatori in fiction come “Sirene”, “I Bastardi di Pizzofalcone”, “Imma Tataranni”.

Una carriera brillante, vissuta intensamente. Proprio con lei, dunque, che ha attraversato la recitazione, la drammaturgia e la regia nel tempo e nello spazio, abbiamo voluto riflettere, a partire dalla sua esperienza, sulla situazione del teatro oggi. Un teatro che con l’avvento della pandemia si è sfaldato. Il virus, con la conseguente chiusura, ha portato alla luce una serie di problematiche che si erano accumulate negli anni e che sono ora emerse prepotentemente, stabilendo uno stato di crisi. Il teatro che si fonda sul contatto tra gli artisti e con il pubblico ne è stato privato. Ci siamo allora chiesti e abbiamo ragionato su come poter ricostruire una relazione, un’unione, da cui poter ricominciare e ripartire più forti. Migliori.
Tre sono le parole chiave e i principi dai quali ricominciare per l’attrice: onestà, cooperazione e meritocrazia.
Per scardinare un sistema malato, risanarlo, ridargli lustro. Solo dicendo le cose come stanno, unendo le forze
senza competizioni e mettendo in risalto il vero talento, si potrà ricostruire una nuova architettura teatrale forte
e attrattiva, e ri-fidelizzare il pubblico ormai disperso.
Solo così si potrà vedere una scena popolata da fuoriclasse e applaudire i goal di nuovi Maradona.

Cosa è per te il teatro? Cosa vuol dire per te fare teatro? Hai iniziato fondando un teatro giovanissima…
Si, ho fondato un teatro che non c’è più, di una cinquantina di posti, si chiamava “Bardefè”, ed era in uno scantinato. La compagnia era formata da ragazzi appena usciti da scuola, compagni di classe insomma, questo ora è molto difficile che possa accadere, creare un sogno in un attimo oggi è impossibile. Fondamentalmente ho iniziato a fare teatro perché avevo la possibilità di uscire fuori da me stessa, perché ho avuto un’adolescenza abbastanza travagliata. Era molto meglio, quindi, far finta di essere qualcun altro e raccontare altre storie, piuttosto che quelle che sentivo ogni giorno intorno a me. Ho iniziato a fare teatro come forma di fuga e terapia, incominciando a lavorare subito su testi
non classici, ma contemporanei, per l’epoca. Per me era un modo di vivere la vita capendo che c’erano altre possibilità oltre quelle che vedevo ogni giorno, ed è stato fondamentale, perché ho iniziato a riportare sempre più quel pensiero nella vita reale. Era, inoltre, un modo per essere meno sola: il teatro è un po’ come le vecchie tribù che si mettono intorno al fuoco e si raccontano una storia, vai a teatro per sentire una storia, anche se non è necessariamente detta con le parole. E questo ti dà un senso di calore, compagnia. Ma siccome faccio questo di mestiere, ho un occhio diverso. Come spettatrice, appunto, prima di tutto mi piace vedere la qualità, che va avanti e viene sostenuta. Invece non mi piace l’omertà, forse perché vengo da una città, come Napoli, che ha avuto tanti cliché addosso, tra cui appunto l’omertà.
È importante prendere una posizione. In Italia, francamente, c’è un sistema, ci sono dei circoli molto stretti, piccole famiglie che mi sembrano poco curiose dell’esterno. Penso che in teatro non si stia più dando spazio alle diversità, e sta accadendo ciò che accade in ecologia. Se la biodiversità non viene protetta, le conseguenze gravi saranno per tutti, in forma di respiro, di possibilità di arricchirsi, appunto di qualcosa di diverso. È come quando leggi di specie che si estinguono, di suoni che non sentirai più, perché non c’era più un terreno per accogliere quella specie. Per permettere
la loro esistenza. Non sono protetti, e questo è grave.
Perché alle volte vengono protette cose molto simili fra loro e quindi la diversità non è contemplata. Invece, c’è
bisogno anche di quell’insetto, di quell’uccellino che a te sembra inutile, o non piace, poiché mantiene l’equilibrio e l’armonia di tutto il sistema.
A questo è collegato il concetto di inclusività e anche di meritocrazia. Il gruppo chiuso non è necessariamente sinonimo di meritocrazia, anzi. Alle volte si fonda di più su uno scambio di favori. La meritocrazia non difende solo la diversità, va anche di pari passo con l’economia. Che altrimenti diventa stagnante come il sistema. Se il teatro fosse un posto più meritocratico, farebbe guadagnare di più e avrebbe ancora più pubblico, che in Italia langue perché ci vanno prevalentemente o gli addetti ai lavori o gli abbonati. Certo, parlo di un certo tipo di teatro. Poi c’è un teatro più commerciale che, per fortuna, è vivo perché si basa sul botteghino.
E in quella platea il pubblico è molto più soddisfatto, in quanto gli spettacoli sono confezionati per loro.
Ovviamente ci sono lavori anche molto belli e riusciti,
non necessariamente iper commerciali, però in percentuale minore rispetto al talento che c’è nella nostra nazione. Mi fa soffrire vedere il talento sprecato, dato alle volte a qualcuno che invece è più bravo a fare politica.
La qualità si nota. Il mondo teatrale ha perso il pubblico, poiché non gli è più importato del pubblico. Non c’è
più nemmeno la voglia di comunicare con il pubblico. O alle volte non ne hai la possibilità, perché ti viene resa sempre più difficile l’accoglienza, la visibilità.

Tre sono le parole
chiave e i principi dai
quali ricominciare
per l’attrice: onestà,
cooperazione e
meritocrazia.

Hai lavorato subito con Martone, poi Servillo. I tuoi maestri… Cosa ti hanno insegnato? Qual è l’insegnamento più importante che porti nel cuore? Quando ho fatto la mia prima tournée con Martone, avevo quasi 20 anni. È una persona per cui nutro stima, gratitudine e affetto. Cosa che nutro per Toni Servillo, con cui ho lavorato per più di dieci anni. Con Toni è
stata una lezione enorme, ha sempre un livello di qualità altissimo. Io non ho fatto scuole teatrali, ma ho avuto la fortuna, ogni sera, di imparare in scena con lui e gli attori che lui sceglieva personalmente. Mi scelse perché mi vide in un lavoro di Martone, ma anche perché, ho iniziato con la stand up comedy, e ho vinto un premio a livello nazionale, e Toni era il giudice nelle selezioni del sud Italia. Mi notò, gli piacqui molto e mi fece fare i provini per due sue regie per cui non mi prese, alla terza mi andò bene e iniziai con lui quindi, ne “Le false confidenze”. Già il fatto che queste persone siano state curiose è un insegnamento enorme. Mi è successo lo stesso con Matteo Garrone, con cui ho girato un film da coprotagonista, perché è venuto a vedermi in teatro. Stavo facendo delle prove aperte, di “Pene di amor perdute”, in cui interpretavo la Regina con la sua corte,
e lavoravamo su improvvisazione, conoscendo il testo a memoria. Improvvisai per quasi 4 ore consecutive…
Dopo due mesi mi chiamò Garrone. Molti attori li sceglie dal teatro, così come Soldini, Sorrentino: c’è la curiosità di un regista che viene, ti vede e ti chiama. Vuol dire che hai una marcia in più perché vai incontro all’altro, perché sei curioso. Servillo mi ha insegnato questo, insieme alla voglia che la gente si sedesse e partecipasse con noi, che oggi non si vede più tanto, francamente. C’è la fuga in una estetica in cui non passa, in primis, la voglia di andare verso il pubblico, di raccontare una storia comprensibile, non c’è più la necessità di dire veniamoci incontro. Il pubblico ti viene incontro uscendo da casa, venendo a teatro, comprando un biglietto. Anche tu artista devi andargli incontro. Invece noto che siamo ancora ingabbiati in questa idea che c’è la grande regia e se tu non capisci quel lavoro ti puoi solo alzare mortificato, ti metti la giacchetta e mormori “eh, ma io non ne capisco di teatro”. E non ci torni più.
In Inghilterra se fai uno spettacolo che il pubblico non capisce, non è perché sei avanti e noi pubblico non ci siamo arrivati, ma perché evidentemente sei tu artista che non ti sei spiegato bene. Oppure sei Romeo Castellucci, che ha un immaginario talmente potente e autonomo che ti arriva comunque qualcosa, anche se ti sembra di non averci capito nulla. Ma lui certamente rischia, e questo è segno di potenza, centratura ed autenticità.

Sei una delle poche attrici che si è avvicinata alla drammaturgia britannica. Sei stata la prima in Italia a portare in scena Sarah Kane e a mettere in scena testi di Tony Kushner e Dennis Kelly. Cosa hai ritrovato nella scrittura e regia britannica che manca in quella italiana?

L’inglese è una lingua difficilissima, che va per strati, è complessa. Molte volte le indicazioni del drammaturgo
sono già note di regia. Per esempio in “Orphans” di D.Kelly, c’è un salone con un tavolo, 3 sedie e un divanetto e tutto avviene in 12 ore, ma se gli attori sono bravi, non c’è bisogno di molto altro. La regia in Italia è diventata molto autoreferenziale, molte volte manca di un rapporto con la praticità come in quella britannica che è piena di sottostesti, quindi ha più tensione. Parlo di regie su testi, che sia ben chiaro. La lingua inglese è una lingua che può sembrare asciutta nel dialogo, anche fin troppo lineare, ma sotto ha tanti sottostesti.
Questo rende il tutto più ricco, intrigante. È questione di lingua, noi in Italia siamo più diretti nel comunicare, lì invece il livello di tensione che può scaturire da qualcosa che non è detto in superficie e può esplodere, è costante. Anche questo dipende da un fatto culturale, oltre che da un’ossessione per l’estetica che in Italia ha ucciso molte messe in scena. Si pensa più a quanto siano belli gli spettacoli, che bravi gli attori. La drammaturgia contemporanea in Inghilterra è un classico nel senso di fruizione: pure a settanta anni vai a vedere chi è il nuovo drammaturgo, perché c’è un’altra storia anche a livello di paese. Lì, c’è molta competizione, vince il migliore. Poi può non piacere, ma almeno la
gara è quella. Quando il livello di qualità è alto, la cosa rimane accessibile a più persone, qui in Italia, invece, si pensa che se una cosa è semplice, è banale, e gran parte del pubblico vien tagliato fuori e corre poi alle volte nel commerciale più bieco. Ed è un peccato enorme. La cultura non dovrebbe essere un’arma per allontanare. Anzi.

Parliamo della condizione del teatro oggi. La pandemia ha annullato ogni forma di spettacolo da un anno ormai praticamente, portando alla luce problematiche che però c’erano già da tempo. Secondo te a chi è mancato il teatro oggi?
Non credo che il teatro sia mancato a tutta la nazione. Quando c’è una pandemia, c’è un po’ un setaccio di quello che ti puoi permettere nella vita. Se non lavoro da sei mesi e vado avanti con i bonus, francamente mi può anche piacere tanto il teatro, però ho altro a cui pensare. La pandemia è stata anche un setaccio sociale.
Ciò che è stato per me un po’ triste, è stato constatare ancora di più quanta poca unità ci sia nel mondo teatrale. I gruppi si son trincerati nei loro spazi, chiudendosi ancora più. Oggi si stanno creando più unioni, ma per ragioni sindacali. Il che è comunque un bene, perché anche molti rapporti stanno nascendo per questo motivo. Sono costernata del fatto che al governo non interessi abbastanza dell’arte. E per arte intendo anche i piccoli teatri, che non sono stati protetti e faticheranno ancora a riaprire, ma che appunto sono la famosa biodiversità di cui sopra. In Spagna i teatri non sono stati chiusi, ed è una scelta politica. Certo, loro hanno avuto la dittatura di Franco, la storia ti spiega anche tante cose. Franco ha tartassato e ammazzato artisti per tanti anni, e ormai è nel loro DNA, credo, dire no, la pandemia non bloccherà l’arte. Reagiscono perché avendo vissuto la dittatura, non tollerano nessuna dittatura culturale. Si vedono gli effetti positivi di qualcosa di molto negativo che hanno vissuto tempo fa. Chi è in questo campo e ha potere dovrebbe mandare un messaggio molto più rassicurante: incontriamoci e vediamo come ricreare una comunità che si allarghi alla comunità sociale. E che includa quante più specie di artisti possibile. Altrimenti diventa un consumo solo per ricchi o per borghesi.

È venuto meno il contatto tra gli attori e il pubblico. Come si può stabilire un contatto? Come pensi si potrà
ricostruire un contatto a teatro?
Un relazione con gli spettatori e tra gli artisti? Fossi il direttore di un teatro mi preoccuperei di creare degli spettacoli invogliando il pubblico a tornare a teatro, alzando ancora di più l’asticella, non solo per quello che offro, ma per quello a cui può arrivare il pubblico.
Paolo Grassi ammoniva gli intellettuali di sinistra dicendo che erano autoreferenziali e dovevano sforzarsi di ascoltare di più la gente comune. Certo, erano altri tempi, ma si potrebbero fare tante cose: famiglie a teatro, doposcuola teatrali per bambini, passarlo come momento necessario per adulti e bambini, ecc.
Secondo me l’unica strada è l’unirsi e dire le cose come stanno. Arthur Miller diceva: l’artista è quello che si
prende il compito di dire ciò che la gente non vuole sentirsi dire . La meritocrazia è fondamentale, parte tutto da lì, perché dà dignità e credibilità. Ed una persona se ha una vera passione, vocazione, avrà sempre più energia e soluzioni di una persona che va avanti per politica, o copiando quel che circola in giro.
Bisogna aprirsi e cooperare, mettere a disposizione le proprie competenze. Oggi c’è solo competizione, invece, bisognerebbe creare insieme con persone diverse da sé. O avere la possibilità di sostenere i solitari che hanno voci diverse. Questo aiuterebbe ad accrescere fasce di pubblico. È un sistema che non si pone troppo il problema del pubblico, non vede la persona comune come possibile cliente. La cooperazione amplifica i talenti, oltre ad aprire una serie di porte emotive bellissime, a generare altre idee, a creare un collante che sulla scena si vede. I vantaggi del creare insieme sono infiniti. A quel punto non c’è competizione, ma confronto, si apre una partita spettacolare, sei curioso tu in primis che ci sei dentro, per vedere cosa succederà. È un’apertura, ti aiuta a crescere, non si smette mai di evolversi e questo rende un artista interessante: fare cose che non hai mai fatto. Sperimentare. Sbagliare. Per creare sempre meglio.

Sei di Napoli, città teatrale per eccellenza. Che rapporto hai con la tua terra?
Adesso completamente appaciato, non ho avuto un rapporto con Napoli sereno in passato, ma perché avevo bisogno di più spazio. Napoli è punk, ti prende, ti strattona, ti urla in faccia, può non piacerti. È una città con un livello di energia pazzesco e a volte puoi aver bisogno di altro. Inoltre, essere napoletana, soprattutto quando ho iniziato a fare drammaturgia contemporanea, mi sottoponeva al riferimento costante con la tradizione teatrale partenopea. Prima, quando ero ragazza, questo non lo sopportavo. Napoli è unica, propone sempre qualcosa. Le migliori invenzioni sono
spesso nate da errori, sperimentazioni, credo che Napoli abbia un terreno fertilissimo, come il terreno del vulcano reso fertile dalla lava, la stessa cosa avviene a livello culturale. C’è un magma sempre presente e un forte bisogno di comunicazione, per questo credo che il teatro lì sia vitale e lo sarà sempre. Ci sono teatri piccolissimi che sono avamposti, è una citta che ha livello di bestialità, nel senso buono del termine, di nudo e crudo, stupenda. Ora mi ci sono riappacificata. L’ultimo lavoro che ho fatto a teatro, era in napoletano, “Il Silenzio Grande”, un testo di Maurizio De Giovanni, con la
regia di Gassmann. Interpretavo una cameriera molto popolare, pratica e saggia, quindi il non plus ultra del
napoletano. Penso che sia una terra densa, ti arrivano il bene e il male contemporaneamente. Sì, adesso la amo moltissimo.

Hai lavorato molto anche in tv e cinema con grandi nomi come Sorrentino, Garrone, Woody Allen. Qual è il tuo rapporto con il cinema?
Il mio rapporto con il cinema è bellissimo, nel senso che finora sono stata molto fortunata, ho lavorato con Sorrentino, Garrone, Soldini, una serie di persone che mi hanno visto in teatro, quindi sono arrivata al cinema tramite il teatro. Mi piace molto il cinema, perché anche con la camera c’è un rapporto animale, muovi un sopracciglio e crei un terremoto, e anche lì ci sono persone straordinarie. Curiose. Mi piace molto poiché mi piace raccontare storie, quindi per me qualsiasi mezzo per raccontarle va bene. Infatti, ho iniziato a scrivere, era l’unico modo durante il primo lockdown per raccontare storie.

Hai interpretato Adele Faccio ne Il segno delle donne, la docu-fiction diretta da Marco Spagnoli: Esempio di
una grande donna che si batté per cause determinanti come il diritto all’aborto, la salvaguardia dei diritti degli omosessuali e l’importanza dell’ecologia. È difficile il mondo dello spettacolo per il genere femminile?

“Per le donne a volte sembra sempre che devi ricominciare da capo. Hai fatto dei lavori, sono andati bene, ma
fatichi comunque a trovare la produzione successiva. Per una donna è più difficile, devi essere “l’amica di”,
“la moglie di”, il talento non basta. Come donna, ogni volta è più difficile… Bisogna spezzare l’omertà, è l’unica difesa che si ha. Altrimenti se non denunci queste cose, puoi subire soltanto, e non va bene, ti toglie forza, ti toglie stima, motivazioni. Fare questo mestiere può e deve essere in primis una gioia. Interpretare Adele Faccio è stato bellissimo, quando ti ricapita di interpretare un personaggio così in Italia? Studiando lei mi sono resa conto di come il coraggio di una persona possa cambiare tante vite. Il coraggio e il senso di responsabilità. Questa donna aveva un coraggio e un senso di responsabilità per il sociale davvero enormi, ha preso una posizione, e questo le ha creato un calore intorno.
Quando ti alzi e ti schieri, secondo me, crei un calore intorno. Ora siamo tutti ancora di più isolati o in gruppetti, fagocitati davanti uno schermo, però il mondo si può cambiare ancora in tremila modi. E cambierà.”

Progetti futuri o meglio, cosa ti auguri per il teatro del futuro ?
Sono superstiziosa…meglio non dire… Ma posso dire che voglio vedere i Maradona a teatro, perché voglio vedere i fuoriclasse vincere. Non voglio che la chance di un rigore venga data in mano a chi non è Maradona.

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