Viva Verdi!

Luisa Miller al teatro dell'Opera di Roma

Testo Emiliano Metalli

Torna Luisa Miller di Giuseppe Verdi al teatro dell’Opera di Roma in un allestimento dal taglio moderno ed essenziale.

L’opera da cui Cammarano ricava il libretto è Kabale und Liebe di Friedrich Schiller. Fin dal titolo è palese l’elemento cardine che questo spettacolo punta a sviluppare. La simbologia e la dualità infatti sono più evidenti che mai: il bianco e nero, essenza tanto delle scene quanto dei sentimenti e delle azioni dei protagonisti.

Foto di scena – Teatro dell’Opera di Roma

Lo spazio intimo dell’interno borghese è materializzato da Paolo Fantin in un immenso salone ottocentesco le cui pareti, orizzontalmente divise in due zone cromatiche, sono scandite da porte a doppio battente che si aprono, sempre all’unisono, su un esterno mai intravisto dallo spettatore. Questa assenza della dimensione esterna sembra rifarsi alla stessa idea drammaturgica di Verdi-Cammarano: spostare l’asse dell’azione dalla condivisione pubblica (le opere corali-risorgimentali degli anni precedenti) al sentimento privato, sviluppando in tal modo un operismo più borghese, dalle dinamiche più personali e meno politiche. Non a caso l’opera debutta nel 1849, anno cruciale per la storia del Risorgimento italiano e, allo stesso tempo, un momento di svolta nella prassi compositiva verdiana, già lanciata verso la trilogia popolare.

Il dualismo scenico del bianco e nero, di fatto radice del conflitto bene/male moltiplicato dalle innumerevoli combinazioni di luci di Alessandro Carletti, può avere però numerose declinazioni: nobili/popolo, verità/mengogna, amore/morte, amore genitoriale/amore erotico e così via. Due letti e due tavoli di fogge differenti, inoltre, mostrano la semplicità della casa di Luisa e l’opulenza di quella del Conte, dicotomia reiterata persino nelle linee eleganti dei costumi di Carla Teti. Il tema del doppio, ribadito dagli oggetti scenici, resta inoltre il cardine di un palco in costante movimento circolare, proprio come il destino, attorno all’intrigo e all’amore, motori di tutte le azioni.

Il movimento è il pregio della regia di Damiano Michieletto (ripresa da Andrea Bernard) che, mescolando sapientemente circolarità e dualità, riesce a nascondere la staticità di un dramma costruito comunque sui “numeri chiusi”. A questo proposito sarebbe necessaria una grande riflessione su alcune scelte drammatico-musicali del compositore e del librettista che in questa sede, per evidenti necessità di estensione, non può trovare sviluppo. Resta tuttavia da notare come le soluzioni registiche si sviluppino sull’onda di un evidente spirito innovativo già presente nel materiale musicale. A questo si aggiunga la capacità unica della estetica di Michieletto: rendere contemporaneo il teatro operistico estromettendone gli orpelli tradizionali e asciugandone l’azione attorno alla essenzialità dei caratteri scenici. Tale operazione è perseguita anche in questo titolo, nonostante il ritmo drammatico non sia sempre a favore e lo stesso impegno degli interpreti sia più concentrato sugli aspetti musicali e meno sul fronte performativo. Così alcune azioni appaiono più meccaniche che viscerali, mentre l’attenzione all’incastro del grande meccanismo scenico è prioritario rispetto ai dettagli, sebbene con le dovute differenze.

Foto di scena – Teatro dell’Opera di Roma

Michele Pertusi e Amartuvshin Enkhbat hanno centrato pienamente i rispettivi personaggi del Conte e di Miller, genitori complessi e contraddittori che anticipano Germont da un lato e Rigoletto dall’altro. Entrambi hanno voci dall’indubbio fascino timbrico e dalla pienezza perfettamente aderente alla caratura del ruolo. Pertusi ha il vantaggio di rendere con maggiore credibilità scenica ogni azione, mentre l’altro risulta più statico e attento solo alla performance vocale. Marco Spotti riesce a mettere in mostra non solo il suo straordinario talento d’attore ma anche il suo timbro dalla lucentezza perfida che si sposa in maniera straordinaria alla idea registica di Wurm: untuoso, viscido e malvagio all’inverosimile. Spesso con qualche tratto grottesco, come Verdi avrebbe voluto anche nella scrittura del libretto, senza però convincere Cammarano. Medesimo elogio per Daniela Barcellona che fa di Federica non solo una donna gelosa e piena di fuoco, antesignana delle Eboli e Amneris che verranno, ma anche un carattere umano e dolente, mettendo a disposizione del palco tutte le sue capacità: dalla figura elegante al fraseggio equilibrato. Grandi elogi spettano ai due amanti che, se pur meno credibili sul fronte registico, hanno illuminato le pagine verdiane con due timbri meravigliosamente aderenti alla scrittura musicale, al clima drammatico, alla situazione e al pathos che Verdi ha saputo instillare nella composizione di un’opera così bella eppure non perfetta. Non è possibile parlare di perfezione, ma non è questo che importa. L’opera è uno spettacolo di sangue e cuore, dove l’insieme riesce a raggiungere vette che non sono fatte semplicemente dalla somma delle singole note. Ed è l’insieme dei due personaggi di Rodolfo, Antonio Poli, e Luisa, Roberta Mantegna, che hanno incantato, affascinato, ammaliato e catturato la platea per tutta la sera. Accanto a un cast così ben assortito un ulteriore elogio va alle belle voci di Irene Savignano e Rodrigo Ortiz del progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma.

Foto di scena – Teatro dell’Opera di Roma

A questo, si aggiunge la direzione calda, attenta e meticolosa di Michele Mariotti che ha tenuto letteralmente nelle sue mani l’orchestra e il coro dell’opera di Roma, in una lettura moderna della partitura verdiana, senza astrazioni filosofiche, ma attenta alla scena. Il senso del teatro della sua interpretazione ha infatti supportato gli interpreti, mai sommersi dal suono orchestrale, confermando le sue doti già note: equilibrio, classe e rispetto non solo della musica, ma della composizione drammatica nel suo insieme.

Foto di scena – Teatro dell’Opera di Roma

Luisa Miller

Musica di Giuseppe Verdi

Melodramma tragico in tre atti

Libretto di Salvadore Cammarano tratto dalla tragedia Kabale und Liebe (Intrigo e amore) di Friedrich Schiller

Prima rappresentazione assoluta, Teatro di San Carlo di Napoli, 8 dicembre 1849

Direttore Michele Mariotti

Regia Damiano Michieletto

MAESTRO DEL CORO ROBERTO GABBIANI

SCENE PAOLO FANTIN

COSTUMI CARLA TETI

LUCI ALESSANDRO CARLETTI

PRINCIPALI INTERPRETI

IL CONTE DI WALTER MICHELE PERTUSI

RODOLFO ANTONIO POLI

FEDERICA DANIELA BARCELLONA

WURM MARCO SPOTTI

MILLER AMARTUVSHIN ENKHBAT

LUISA ROBERTA MANTEGNA

LAURA IRENE SAVIGNANO*

UN CONTADINO RODRIGO ORTIZ*

*dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

Allestimento Opernhaus Zürich

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