Pupo di Zucchero, la favola dei morti di Emma Dante

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La nuova stagione del Teatro Argentina di Roma, si apre con una delle artiste più apprezzate e premiate d’Europa, in scena fino al trenta ottobre, Pupo di Zucchero di Emma Dante.

Vincere la morte, ritrovare chi abbiamo perso anche solo per poche ore. Questo è il più umano e impossibile dei desideri, nasce con la storia della nostra umanità e dai miti antichi sopravvive fino a noi. I dolcetti e scherzetto di Halloween, riti pagani importati nella nostra cultura e altri legati alle tradizioni mediterranee, rimandano a questo desiderio: incontrare chi abbiamo perso, anche solo per poche ore.
Nel sud Italia esiste una tradizione, per il due di novembre, il Giorno dei Morti, preparare un pupo di zucchero per i morticini che in quella notte, escono dalle tombe per tornare nelle loro case del mondo dei vivi e lasciare un regalo. L’ultimo spettacolo firmato da Emma Dante torna su questa tradizione e su una favola barocca tratta da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, da questo innesto nasce, Pupo di Zucchero.

Pupo di Zucchero, Ph Ivan Nocera

Lo spettacolo si apre con Il Vecchio (Carmine Maringola) sulla scena vuota intento a impastare il Pupo di Zucchero per i suoi morticini. Ma i defunti sono in anticipo e riempiono la solitudine della sua casa, a cominciare dalle tre sorelle, Rosa (Nancy Trabona), Viola (Maria Sgro), Primula (Federica Greco), sposate con la morte da ragazze e dal Papà (Giuseppe Lino) scomparso in mare. Il Vecchio racconta la storia della sua famiglia e man mano i morticini arrivano, formano sul palco uno strano dagherrotipo d’altri tempi. Sono morti, ma più vivi che mani. Cantano, corrono, ballano esprimono tutta la loro vitalità persa in danze da musical, concerti di fischietti e zufoli, portano sul palco il linguaggio scenico di Emma Dante ancora vivo e ricco di significato. A partire dalla lingua, il napoletano parlato da, Il Vecchio, metafora di un mondo usato per valorizzare la scena, insieme alla mimica e alla gestualità corporea degli attori. Questo spartito musicale e gestuale è arricchito dalle lingue straniere, il francese della marsigliese Mammina (Stephanie Taillandier), dal figlio adottivo Pasqualino (Tiebeu Marc-Henry Brissy Ghadout) e dallo spagnolo di Pedro (Sandro Maria Campagna).

Pupo di Zucchero, Ph Ivan Nocera

Ognuno di questi attori, come vuole la linea stilistica e drammaturgica della Dante, viene caratterizzato da uno stile, un’intonazione della voce, una gestualità precisa che trasforma le scene corali ricche di movimenti, in parti dove l’individuo diventa protagonista. Il passato e il presente si mischiano diventano un impasto unico da cucinare o prendere a schiaffi come nella scena claunesca dove Pasqualino si cimenta nell’impasto del Pupo di zucchero. Le parti grottesche e comiche da Vaudeville, sono compensate dalla rappresentazione drammatica e cruda di un femminicidio, zia Rita (Martina Caracappa) muore uccisa dalle botte di zio Antonio (Valter Sarzi Sartori). I morti vogliano scoperchiare i traumi e i segreti della famiglia. Non vengono per compiacere il loro caro, ma per portare scompiglio, ribaltare letti, spogliarsi, correre, dire il non detto.

Pupo di Zucchero, Ph Ivan Nocera

Questi tetri testimoni dei loro drammi accompagnano lo spettatore al finale, per presentare i veri protagonisti della scena, i morti veri. Mummie (sculture realizzate da Cesare Inzerillo) ognuna sistemata con cura al suo posto, esposte come nelle catacombe dei Cappuccini a Palermo, figura di kantoriana memoria, memento mori simbolico che porta sulla scena un silenzio composto contrapposto al caos guidato delle scene precedenti.

Pupo di Zucchero, Ph Ivan Nocera


In Pupo di Zucchero, si nasce e si muore, si raccolgono simboli, si ride e si esce dal teatro con una strana sensazione di turbamento, un segno che immancabilmente ogni spettacolo della Dante lascia.
Merito di una drammaturgia, diventata uno stile, sempre efficace e soprattutto merito degli attori, delle loro pluralità, senza i quali, come ha detto spesso l’autrice-regista, «questa storia non sarebbe mai stata raccontata.»

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