HỲBRIS: la superbia di Rezza/Mastrella Al Teatro Vascello

2 Gennaio 2023

Chi o cosa sia Antonio Rezza nel Teatro in particolare e nell’Arte in generale a me, onestamente, non è molto chiaro.

E la premessa mi è indispensabile per provare a restituire nel pezzo che leggerete parte delle impressioni e di ciò che si è compreso dopo aver assistito ad una replica dello spettacolo “Hybris” di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, con, oltre lo stesso straordinario performer, Ivan Bellavista, Enzo Di Norscia, Manolo Muoio, Chiara Perrini, Antonella Rizzo, Daniele Cavaioli e con la partecipazione straordinaria di Maria Grazia Sughi.

Lo spettacolo in questione rimarrà in scena presso il “Teatro Vascello” di Roma, dove ha debuttato lo scorso 20 dicembre, fino al 22 gennaio 2023.

È abbastanza usuale per me, dopo aver assistito ad un atto di restituzione teatrale, rientrare presso la mia privata abitazione con un’idea discretamente chiara del lavoro al quale si è avuto la possibilità di assistere e solitamente tale idea è composta da un insieme più o meno variegato di riflessioni che sommandosi tra di loro costituiscono la cosiddetta opinione o critica, anche se ci sono casi – rari casi, come questo – in cui tale processo risulta essere meno lineare e richiede un tempo di fermentazione prima, e di sedimentazione dopo, maggiore della media.

E tali parole introduttive – tendenti a circumnavigare l’oggetto della questione più che ad aggredirlo – sono sintomatiche di tale differenza, poiché chiaro deve essere sia ai conoscitori dell’autore/coregista/attore/performer che a coloro che bellamente lo ignorano che quando parliamo di tale Artista molti dei processi canonici di giudizio sono obbligati a venire meno, poiché nella sua stessa Arte vengono meno parecchie delle convezioni maggiormente utilizzate.

Rezza, grazie ad un talento cristallino e ad una pratica incredibilmente sviluppata, abita lo spazio in un “Qui e ora” portato allo stremo che non risparmia nessuno, né sullo spazio scenico, né tra gli spettatori.

“Hybris” è uno spettacolo che magari parla pure di rapporti familiari e di spazi fisici ed emotivi, oltre che di dinamiche sociali più o meno solite, ma la cosa che più prepotente balza agli occhi e alle orecchie di coloro che siedono in Platea è la libertà dissacrante che il vincitore – insieme alla sodale Mastrella – del Leone d’Oro alla Carriera 2018 assegnato dalla Biennale di Venezia, esercita in un’apparente mancanza di pudore che lo spinge, tra le altre cose, ad un nudo integrale che si muove tra il delicato confine del divertimento e della provocazione fine a se stessa.

“Hybris”, spettacolo che le schede tecniche definiscono della durata di 75’ e che invece può senza alcuna difficoltà protrarsi fino ad un’ora e mezza di rappresentazione seguendo l’umore del suo demiurgo, è costruito per sketch separati collegati prevalentemente dall’iconoclastia dell’uomo che pare aver dedicato la propria vita a diventare la maschera di se stesso tanto feroce sembra l’abnegazione con la quale disegna il mondo che ha immaginato sul palcoscenico di volta in volta calpestato.

La voce di Rezza e il suo corpo non sono solo il corpo e la voce di un uomo, ma anche la voce e il corpo di un dolore interminabile per una società cristallizzata in abitudini che nessuno – o quasi nessuno – osa mettere in discussione, continuando a perpetrare un’idea di mondo sempre uguale.

Chiudo scusandomi per non aver dedicato, come educazione imporrebbe, abbastanza spazio agli altri lavoratori visibili dello spettacolo, ovviamente necessari considerato l’impianto drammaturgico, ma dei quali si è percepito una remissione energetica certamente funzionale al disegno complessivo, ma un pizzico dissonante rispetto a come il punto di riferimento assoluto dello “Show” suona e restituisce il proprio spartito.

L’impressione, se corretta, probabilmente sarà frutto di una scelta ragionata, ma rimane comunque indicativa di uno squilibrio di difficile digeribilità, a prescindere dalla volontà che ne sta alla base.

Giuseppe Menzo

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