“Via del Popolo”, il tempo della modernità non dà scampo alla vita lenta

15 Gennaio 2023

“Via del Popolo” è la strada che tutti noi percorriamo. Ogni giorno, idealmente e materialmente, nel percorso di crescita. Ma anche, banalmente, per recarci sul posto di lavoro, o a scuola, oppure banalmente per sbrigare le pratiche quotidiane. Via del Popolo, con i suoi lampioni, segna le tappe della vita, ed è anche la via dello struscio – come si usa dire “giù” – ovvero una passerella pubblica dove si gioca con gli amici, si scambia il primo bacio, ci si mette in mostra: ben vestiti, impomatati, profumati. 

Via del Popolo, a Castrovillari, ha registrato anche proteste e battaglie sociali. E’ cambiata assai negli ultimi decenni, Via del Popolo, per effetto di un sistema che evolve, e sempre più velocemente, verso schemi estetici, funzionali e relazionali standardizzati ed omologati. Serrande sempre più chiuse, esercizi di prossimità sostituiti da franchising, attività di servizio, centri commerciali, copie in serie delle stesse insegne che popolano le grandi città e gli spot sui social. La si chiama, oggigiorno, gentrificazione, e pare  – tristemente – irreversibile. 

Saverio La Ruina, calabrese e cresciuto a Castrovillari, ha trasformato i forti cambiamenti di Via del Popolo in uno spettacolo teatrale malinconico, profondo, toccante. Si è visto dal 10 al 15 gennaio al Teatro Basilica di Roma, luogo d’arte che non a caso ha legami forti con le radici, la cultura, il passato.


L’allestimento di Giovanni Spina, coadiuvato da Dario De Luca per il disegno luci, ha convogliato l’attenzione del pubblico verso un percorso delimitato da lanterne, ora accese ora spente, ora intermittenti. Sormontate da un orologio, testimone e termometro di un presente che si fa subito passato. Di distanze spazio-temporali che possono divenire brevi o insormontabili. A seconda dei punti di vista e di un divenire che sempre meno tollera lo stile di “vita lenta” che per secoli, se non millenni, ha contraddistinto la provincia della Calabria, del Sud, della penisola tutta. Le sedie sul corso non solo sono vuote, ma non ci sono proprio più.

La Ruina ci mette molto – in un racconto da lui scritto, diretto e interpretato, prettamente nella lingua della sua terra – anche della sua autobiografia. Un racconto di formazione che arriva fino alla mezza età e si fa bilancio. Di scelte e di analisi delle situazioni vissute, di relazioni in continua evoluzione. Del cronometro che inesorabile si porta via gli affetti, i luoghi, i riferimenti. E che ora banalizza, ora enfatizza, le emozioni e i ricordi. 

Lo spettacolo, prodotto da Scena Verticale, ha i tratti, materiali e poetici, della passeggiata. Per percorrere i 200 metri di Via del Popolo si possono impiegare 2 minuti, se si cammina a testa bassa. Negli anni 60-70, suggerisce l’interprete, cronografo al polso, ci si potevano impiegare anche 30 minuti. Ogni porta aperta, di un fabbro, del negozio di generi alimentari, del ristorante e del cinema, portava con sè una sosta, un saluto, una chiacchiera. La relazione che costruisce una comunità, genera appartenenza, sedimenta identità. Valori che oggi vacillano, schiacciati dalle logiche del mercato, dai trend e dalle luci dei grandi centri. Che tanto, tantissimo offrono, ma tanto anche tolgono dalla dimensione umana e intima della vita. Dai ricordi famigliari, dall’esperienza del protagonista emerge che una sola chiave ha le redini del gioco. Ed è il tempo: da vivere, alimentare, trascorrere.

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