Godot e Il Teatro Vascello: un’attesa che vale

8 Febbraio 2023

Solitamente decidere di andare a Teatro, con l’aggravante peraltro di dover recensire lo spettacolo che ci si reca a conoscere esattamente come se fosse un pargolo appena venuto al mondo, è un atto di follia che rasenta l’autolesionismo e se, inoltre, la proposta artistica in questione risponde al nome di “Aspettando Godot”, capolavoro letteralmente senza tempo di quello che, con ragionevole certezza, può essere definito uno dei più grandi drammaturghi della Storia dell’umanità e ossia l’irlandese Samuel Beckett, la cosa può essere contorni tragicomici.

E il perché di tale premessa potrà facilmente essere desunto nelle righe che seguono.

Suppongo, nella mia ignoranza importante e dolosa, che fare un’analisi puntuale ed approfondita del testo oggetto della rappresentazione richieda uno spazio ben maggiore delle poche migliaia di battute consentite e suggerite in un articolo di media fruibilità e quindi, saltando a piè pari l’ostica immersione nei lemmi del dramma più aperto di tutti per possibilità di rappresentazione, mi concentrerei sul cosiddetto allestimento, diretto da Theodoros Terzopoulos – anche light designer, scenografo e costumista del lavoro –, andato in scena presso il Teatro Vascello di Roma dal 31 Gennaio al 5 Febbraio.

Gli attori chiamati ad interpretare i personaggi del dramma sono Stefano Randisi (Vladimiro), Enzo Vetrano (Estragone), Paolo Musio (Pozzo), Giulio Germano Cerci (Lucky) e Rocco Ancarola (Ragazzo).

Su una struttura, posta al centro del palco, che, attraverso un intelligente ed interessante movimento di pannelli a scomparsa crea e distrugge spazi scenici ed emotivi, Vladimiro ed Estragone, oppure Estragone e Vladimiro – invertendo l’ordine dei fattori il risultato cambierebbe o rimarrebbe invariato? -, sdraiati, vicini nei corpi e nelle anime, complici, respirano nell’azione scenica principale del testo beckettiano e in quella che, probabilmente, è l’azione maggiormente esperita nell’arco della vita di ciascuno di noi, ossia l’attesa.

L’attesa di un nome, di una malattia, di un lavoro, di un amore, di un risultato o di una lacrima: Vladimiro ed Estragone aspettano, tra sibili funesti di bombe che cascano vicine e ululati di sirene che annunciano – o forse semplicemente descrivono – lo scenario cruento che ammanta il mondo vissuto.

L’attesa, però, volendo scansare una comune trappola semantica, non è per forza sinonimo di vuoto: l’attesa, spesso e volentieri, è l’unica condizione che consente a coloro che aspettano di prendere in mano le redini della propria esistenza, riempiendola consapevolmente di quello che si ritiene importante, spogliandosi da stimoli culturali subliminali e inseguendo la propria personale verità.

E Vladimiro ed Estragone, così come Pozzo, Lucky e Il Ragazzo hanno questa fortuna nel nulla che li circonda: hanno la fortuna di dire, tramite i bravissimi attori che prestano loro viscere, sangue ed emozioni, all’interno della cornice che li ingloba, solo la loro unica, indiscutibile, verità.

L’allestimento di Terzopoulos è infatti un allestimento che fa delle linee e della certezza matematica della geometria gli strumenti principi di una regia che nasconde bene la propria intelligente semplicità.

Il Dramma che il regista seziona con rigore ha un tempo ritmo immutabile ed eppure sempre pulsante: si può quasi prevedere, considerato il costante andamento che questo mantiene, l’ingresso di un nuovo personaggio o di un nuovo elemento scenico, eppure tale assenza di sorpresa non si traduce facilmente nella noia che rimane seduta ad un angolo dello spettacolo.

Le energie attoriali – tutte di livello elevatissimo e senza le quali non si potrebbe sopportare un testo non rappresentabile come il seguente – regalano agli spettatori – o forse più semplicemente allo spettatore, ossia me stesso – una capacità di resistere ad ogni secondo di niente. Niente che, sia chiaro, non appartiene allo spettacolo più di quanto non appartenga alle vicende quotidiane di tutti noi.

Beckett con il suo “En Attendant” non ha voluto offrirci un divertissement, quanto, a mio avviso, metterci di fronte ad una superficie riflettente che ci permettesse di vivisezionare i vuoti dei quali siamo pieni.

Nella speranza che prendendone coscienza, li si domi e non se ne venga inghiottiti.

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