Al maschile. La rassegna palermitana dell’Atlante.

15 Febbraio 2023

L’insieme di rappresentazioni e teorie intorno al genere sono caratterizzate dal fatto di essere, seppur nelle loro singole differenze, espressioni di un’alterità rispetto alle letture dominanti. Così, il titolo della rassegna curata recentemente dal Teatro Atlante di Palermo, Singolare Maschile, può quantomeno incuriosire. Abbiamo chiesto alla direttrice e al direttore artistico, Preziosa Salatino ed Emilio Ajovalasit, se ci fosse un intento specifico dietro tale scelta. Abbiamo così scoperto che, durante la programmazione dell’evento, solo casualmente i monologhi proposti si sono rivelati accomunati da questo particolare aspetto – appunto quello di essere agiti da soli uomini, o uomini soli. Ciò non toglie interesse all’offerta: ora più che mai è necessario dare voce al maschile, in questo delicato momento di transizione nel quale i ruoli precostituiti sono tutti in discussione, ed è oltretutto difficile capire fino a che punto. I due spettacoli ai quali abbiamo preso parte, forse non a caso, hanno presentato al pubblico una virilità fragile e precaria, schiacciata dal dubbio, dall’incertezza, dalla nevrosi. Bisognosa di conferme, e di essere finalmente compresa. Il risultato è senz’altro affascinante, e vale la pena soffermarvisi un poco.

Ne L’inquisitore – Sulla solitudine del potere come possibilità, di e con Francesco Chiantese da Dostoevskij, l’interprete si confronta con il russo abbandonandosi a un’intimità perplessa e sconfortata. La scena è una cosa umile: una sedia, un tavolino, una proiezione di cieli e nubi in transito al fondo della scena. Il suono è regolato da Chiantese, sul palco; voce cantautorale e paesaggi elettronici, appena distorti, sono di volta in volta chiamati a puntellare un discorso continuo e vario, al quale la cadenza dell’attore infonde una particolare e colloquiale familiarità. Chiantese guarda per tutto il tempo verso gli spettatori, quasi fossero persone assenti come il dio da cui non riceve risposta. La spiritualità tormentata di Dostoevskij viene dunque declinata in interrogativi destinati a spegnersi nel vuoto, stemperati in un’espressione a tratti imprevedibilmente gioviale, appena sorridente. Ma è letizia amara, il baluginare repentino di una luce attraverso gli occhi socchiusi come fessure, come ferite. Poi ritorna, irrecuperabile, la rabbia più dolorosa, e dolorosa perché mitigata da una tristezza definitiva. L’uomo che istruisce il processo a dio ha deposto le armi, sconfortato; ma la salvezza è tutta nelle sue parole, e nel teatro dove le parole vengono proferite e sentite. Se non da dio, almeno da altri esseri umani. Non è poco.

Anche il van Gogh di Stefano Farris, in Dodici parole buone. Ritratto di una generazione con ideali di luce, è espressione di una virilità al margine. Il testo (desunto dall’epistolario a Theo van Gogh, fratello dell’artista, e dal poeta sardo Salvatore Cambosu) e la regia appartengono a Pierangelo Pompa; la performance è stata creata tra Danimarca e Sardegna con il sostegno dell’Odin Teatret. Come ci fa osservare Salatino alla fine dello spettacolo, l’intera scena entra in valigia – «Come nel teatro di narrazione!». Ed è vero. Nel bagaglio rientra tutto il povero microcosmo abitato da Farris sul palco: un tappeto rustico, simile a sabbia, sul quale le impronte dell’interprete si accumulano, disordinate; una sedia, una radio e qualche altro oggetto. Farris agisce con piena padronanza fisica ed espressiva, muovendosi lungo le sequenze del monologo con agilità motoria, anche e soprattutto nella relazione con questi oggetti. L’attore entra in scena coronato da candele, dodici, come i mesi lungo i quali le finanze dell’artista si assottigliano, sempre più. Le candele vengono accese tutte, una ad una. Tanto più bruciano, tanto più la cera cola sulla schiena, rovente. La circolarità del gesto sacrificale rimanda a una ritualità agreste, distante dalla montaliana città rumorosa da cui van Gogh fugge, pur rimanendone fatalmente attratto. Nella campagna l’artista rincorre la sua personale utopia, la sua rivoluzione privata, il residuo resistente al sistema economico del quale pure non può neppure fare a meno, se vuole vivere della sua arte. Ma ai campi rimane comunque estraneo; anche qui lo raggiunge la seduzione allettante di Parigi, del capitale che in fondo sembra rendere possibile ogni possibilità, soltanto acquistandola. A Theo, Vincent chiede aiuto, comprensione, chiede di capire il peso reale del pigmento nero adottato nelle sue tele, nero come il pezzetto di carbone che tiene in tasca, e al quale sembra legato da una dipendenza. Alla fine il pittore si spegne, fermo in una posa ormai iconica. Ripone il suo mondo in una valigia, appunto, e così esce di scena. Buio in sala. Nero.

Il Singolare maschile della rassegna è dunque una declinazione sfuggente, che ci auguriamo possa essere flessa ancora più volte in futuro. Questo sguardo sul maschile, a quanto pare frutto di una felice coincidenza, offre una visione decisamente imprevista, perché rivela l’essere uomo come altra metà del cielo. Non ci siamo abituati, non ci siamo abituate; eppure dovremmo cominciare, anche se ciò appare paradossale.

Bene la scelta di puntare tutto sull’artigianalità del mestiere.

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