Le sfacciate meretrici tornano al Teatro Vittoria

15 Febbraio 2023

recensione di Emiliano Metalli

Tornare al Teatro Vittoria è un po’ come un viaggio in un capitolo dinamico e rivoluzionario della storia del teatro italiano. Alcune trasposizioni sceniche della storica Compagnia qui di casa, fondata da Attilio Corsini e Viviana Toniolo insieme ad altri protagonisti della scena e del dietro le quinte, sono rimaste vive nell’immaginario di spettatori, ma anche di esseri umani e cittadini. Compito primario di un certo teatro che oggi fa fatica a farsi comprendere o a trovare una corretta collocazione.

Sarebbe superfluo citare l’arcinoto “Rumori fuori scena”, che ancora oggi fa ridere con schiettezza e ritmo, senza inutili volgarità. A questo si accompagnano allestimenti di ogni sorta, spesso accomunati dal desiderio di “parlare” al pubblico, non soltanto di divertirlo o distrarlo. È allora doveroso ribadire come questa “famiglia d’arte” sia riuscita in questo modo a creare una platea di amici affezionati: riscoprendo e reinterpretando la tradizione, lavorando dall’interno dei testi grazie all’artigianato dell’attore, perseguendo una strada che è chiara, anche se a volte può essere più o meno condivisibile, eppure sempre onesta, in termini etici ed estetici. Così si torna, come in un viaggio nella memoria, per l’allestimento di “Sfacciate meretrici. Donne del Risorgimento italiano” che gli Attori&Tecnici producono a firma di Chiara Bonome, autrice, regista e interprete.

Una storia vista – ma anche (rac)cAntata – dal punto di vista delle donne. Un gioco di parole che tiene conto della scrittura scenica di questo spettacolo: giovane, dinamico, scanzonato eppure intenso, impegnato e ben equilibrato nella alternanza drammatica degli episodi. In più, della Storia con la S maiuscola, che ha dato vita all’Italia come la conosciamo oggi, si predilige in particolare un periodo infuocato: il nostro Risorgimento. Chissà, forse per accendere gli animi in un momento di indeterminatezza politica. Ma forse anche perché la critica sociale e etica è un ulteriore marchio di fabbrica del Teatro Vittoria di cui questi interpreti si confermano irrevocabilmente figli legittimi. Così questa scelta appare particolarmente azzeccata, nel taglio e nel piglio, al luogo che la ospita.

Ogni personaggio appare in scena, letteralmente “appare” grazie all’ottimo disegno luci di Valerio Camelin, per raccontare la propria storia e ricordarci come il patriarcato (persino quello orribilmente benevolo!) abbia segnato con ferro e fuoco la società. E abbia inoltre messo da parte alcune azioni eroiche dal profondo sentimento umano e politico: quelle delle donne. Da Eleonora Fonseca Pimentel a Giuditta Tavani Arquati, dalla Contessa di Castiglione ad Anita, da Cristina Trivulzio di Belgiojoso a Colomba Antonietti: le tormentate biografie di queste eroine fanno impallidire i testi di storia in cui a primeggiare sono i mariti, gli amanti o semplicemente i compagni nella lotta per la libertà.

Il testo di Chiara Bonome a volte si attarda sui dati biografici, ma innesta assai coerentemente brani d’epoca o dialoghi concepiti “alla maniera di” che tutti gli interpreti eseguono con dovizia di sfumature, con partecipazione emotiva, coinvolgendo il pubblico attraverso le doti vocali, musicali e sceniche. Lo spettacolo, inoltre, si impreziosisce di esecuzioni dal vivo di alcuni brani della tradizione popolare curati mirabilmente da Marco Foscari. Questo aspetto e il modo in cui è stata concepita la drammaturgia riporta alla mente sia gli esperimenti scenici dei primissimi anni degli Attori&Tecnici, sia la tradizione della scuola di Gigi Proietti raccolta da Massimo Wertmüller, Rodolfo Laganà, Paola Tiziana Cruciani e altri, anche se con esiti differenti. Sarà il soggetto, sarà l’emotività che pervade la platea, sarà che questi giovani mostrano senza vergogna la loro voglia di stare sul palco non per spirito narcisistico, ma per raccontarci il loro punto di vista, sarà anche una questione di talento, tant’è che, nonostante qualche staticità registica, lo spettacolo cresce e raggiunge una credibilissima maturità. Eppure resta godibile davvero. L’argomento è impegnato e impegnativo, ma resta comunicativo, accogliente e dinamico, innovativo eppure immagine di una “tradizione”. Una scena semplice, costruita con materiali poveri, geometrica per certi versi, in un intreccio di linee e piani che lascia spazio ai corpi. A tratti statue, a tratti marionette essi si alternano senza esagerare mai, per traslare il comico nel tragico, la pochade nel bozzetto di carattere.

Non è possibile elogiare un’interprete più dell’altra, è il gruppo che dà il senso di questo progetto, uomini compresi. Così la grazia malinconica di Elena Ferrantini si intreccia alla popolaresca freschezza di Virginia Bonacini, l’intensità tragica di Chiara Bonome alla duttile spigliatezza di Maria Lomurno, la simpatia bonaria di Valerio Camelin alla introspezione di Andrea Carpiceci.

Non è un caso che questo avvenga in un teatro capitanato da una donna eccezionale, come Viviana Toniolo, e che persino al botteghino il sorriso benevolo e a tratti amabilmente canzonatorio delle donne non venga mai meno.

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