“La donna invisibile”, superpoteri al femminile

14 Marzo 2023

Una tunica sacralmente eterea, veste di una donna dai capelli raccolti in due alti chignon, Adelaide Scomparin; una sedia, trono del palco; e un baule colmo di fumetti dei Fantastici Quattro, un vaso di Pandora da cui passione, desiderio e ambizione esploderanno: questi gli accessori simbolo, essenziali ma iconici, della storia raccontata da Eva Gaudenzi nel suo monologo La donna invisibile, debuttato al Teatro Trastevere, con la regia di Emanuela Bolco, dal tocco femminile, più che femminista, dove femminile è autodeterminazione, sarcasmo e un soffio di cinismo.

Adelaide (Eva Gaudenzi), narratrice e personaggio, è una giovane attrice che in un intimo dialogo con il pubblico, umoristico, malinconico e autoriflessivo, ripercorre le tappe della sua carriera, dalle recite scolastiche organizzate, alle elementari dalle Suore Angeliche, e alle scuole medie dai Frati, fino ai suoi esordi come protagonista in pochi spettacoli inscenati nei teatri di periferia.

Un‘educazione sacra, un ambiente culturale fortemente cattolico, che non le ha impedito di appassionarsi alle storie dei Fantastici Quattro, eredità del Nonno.

Ispirata dal suo personaggio preferito, la Donna invisibile, Adelaide abbandona la tunica, si sveste del passato e, indossando una tutina nera, inizia a raccontarci l’idea per un suo futuro spettacolo, monologo anch’esso; è tardi, la donna ha un provino, ma la tutina nera non si sfila, sembra essere diventata pelle e non più materia, allora la copre con un giacchetto ed esce.

Solo con gesti e parole Adelaide trasforma il palco nell’interno della metro e del teatro dove si esibisce con Gli spettri di Ibsen durante l’audizione.

Nessuno la vede, nessuno le parla, è sola, realizza: è diventata la Donna invisibile.

La piece è un mosaico di episodi tra passato, presente e futuro, affreschi personali scenograficamente delineati col supporto della colonna musicale di Federica Clementi, ora liturgica, ora moderna, e delle luci di Stefano Germani, che scalfiscono la scena con tratti ombrosi tipicamente fumettistici; è un teatro di narrazione, dove si racconta- ci si racconta- confronta e riconosce; dalla scarsa lunghezza ma un concentrato graffiante di penetrante carisma, calzante col talento dell’attrice protagonista; un tipo di teatro che quest’anno più che mai sembra essere di grande impatto nel panorama italiano, come dimostra il grande successo del monologo di Milena Mancini, Sposerò Biagio Antonacci, in cui egualmente ritroviamo una sedia, una donna e il suo racconto autobiografico.

Ospite a Stories, il ciclo di interviste su Sky TG24 a cura di Omar Schillaci, Francesco Pannofino, parlando di Boris e di Carolina Crescentini, ha affermato che la bravura dell’interprete della “cagna maledetta” risiede proprio nella sua capacità di saper recitare il recitare male: possiamo dire lo stesso della Gaudenzi, capace di far ridere nel vestire i panni di un’attricetta che da piccola non sembra aver una grande predisposizione per quello che poi diventerà, a tratti, il suo lavoro.

L’interprete-sceneggiatrice è energica forza della natura, domina il palco con spontaneo piglio, immergendosi e immergendo noi, completamente, in una storia in cui il sacro e il profano si alternano umoristicamente, parallelamente al passaggio dall’antieroismo all’eroismo: Adelaide diventa la donna invisibile quando fa emergere se stessa dall’informe tunica da Santa, recitando il proprio spettacolo ispirato alla sua passione per i supereroi, abbandonando definitivamente i retaggi culturali e famigliari.

Invisibilità in questo caso non è silenzio, non è inutilità, non è ombra, ma è rivalsa, di e per se stessa, è trovare spessore nell’inconsistenza dell’altro; libertà di essere, lontano dall’occhio esterno che inevitabilmente ci dà forme e identità che intimamente non abbiamo; è la quiete senza lo spasmo dell’altrui approvazione.

Un’evoluzione narrativa che ci rende fiere d’applaudire con mani di donna, come la nostra eroina.

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