Alle origini del mito. I Satiri di Sieni

Nella sala Strehler del Teatro Biondo di Palermo, Satiri di Virgilio Sieni, visto nel corso del festival Conformazioni diretto da Giuseppe Muscarello, ha trovato una sorprendente declinazione. Avvolti nelle tenebre dell’ambiente, i due danzatori (Jari Boldrini e Maurizio Giunti) risultano sospesi in uno spazio essenziale e astratto, definito soltanto dal riverbero irregolare di una lastra metallica concava, collocata in alto. La loro danza è una tersa composizione di moti ampi e ponderati, iterati in sincrono, scivolati nel reciproco inseguirsi e sollevarsi. Ciascuna partitura ha la compiutezza di una pittura di genere: in essa, gli apollinei satiri protagonisti dell’idillio risolvono, attraverso luminosi slanci panici, il conflitto.

Le suites di Bach (n. 3 in Do Maggiore e n. 4 in Mi bemolle maggiore), eseguite sul palco dalla violoncellista Naomi Berrill, enfatizzano l’armonica simmetria di un discorso gestuale dove tutto trova riduzione a sistema. Anche l’imprevisto apparire di una testa asinina, calata sul capo di uno dei due satiri e significativa di una sensualità agreste e primitiva, sembra più il mezzo di una pacificazione tra l’uomo, i suoi istinti e la natura. Non il presupposto di quel sacrificio animale da cui nasce il tragico, ma piuttosto una scena da metamorfosi ovidiana.

Se il riferimento è alla Nascita della tragedia di Nietzsche, l’uccisione rituale è, nei Satiri di Sieni, un fatto stilizzato, dissolto in una tensione formale fluida e raffinata. Nel buio della sala Strehler, priva delle vedute paesaggistiche di altri siti in cui la coreografia si è già svolta, l’idillio diviene un’immagine rarefatta ed esemplare, tagliata da luci di gusto secentesco.

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