A “Narni Città Teatro” le possibilità nascoste diventano una meravigliosa realtà 

21 Giugno 2023

Reportage della quarta edizione del Festival diretto da Davide Sacco e Francesco Montanari 

Narni Città Teatro” da ormai quattro anni non è solo un festival multidisciplinare, è il luogo del possibile, dove ogni cosa, anche la più inimmaginabile o complicata, può avverarsi e divenire tangibile, poiché se ci si impegna con passione, costanza e dedizione, tutto si può raggiungere. In ogni edizione la sfida si fa sempre più ardua, e per questa quarta, i direttori artistici Davide Sacco e Francesco Montanari ( con la collaborazione di Ilaria Ceci ) hanno puntato alle possibilità nascoste, quelle celate tra l’impalpabile e il fragile, che talvolta non sono visibili e che possiamo solo sognare. Ma se puoi sognarlo, puoi farlo, e così, il festival quest’anno ha indagato tali possibilità, gli ha dato una possibilità. 

Ad aprire l’itinerario verso le possibilità nascoste, Francesco Montanari, che ha svestito i panni di direttore, per indossare quelli di attore, in “L’Angelo e l’automa” di Claudio di Palma, con la regia di Davide Sacco. La sala dell’Auditorium Bortolotti diventa uno studio radiofonico dove assistere in diretta ad un suggestiva  radiocronaca notturna, un programma radiofonico che gli spettatori hanno avuto il privilegio di ascoltare in cuffia.

Protagonista è il nostalgico ricordo, protagonista è una bicicletta e le sue esperienze: la bicicletta protagonista al cinema nei capolavori del neorealismo, la bicicletta come stile di vita, di avventura. Chi va in bicicletta sa da subito che avrà un avversario con cui battersi, come un Ettore con il suo Achille, sa che dovrà cadere in curva, rialzarsi, scalare salite, frenare su ripide discese. 

Si passa verso i ricordi e gli aneddoti degli eroici Coppi e Bartali, il pirata Pantani, sulla traiettoria delle due ruote che sono metafora della capacità di affrontare la vita, di vivere sapendo di scivolare, risollevarsi, essendo sempre liberi con il vento in faccia. Pedalare vuol dire libertà. Vuol dire essere liberi. E ognuno, dentro di noi, ha la propria bicicletta, anche chi non sa andarci, e bisogna solamente recuperarla, magari stipata in qualche cantina dell’anima, per vagare liberi nei meandri dell’esistenza, oppure, come suggerisce Montanari, che con la sua voce profonda conduce per mano in questo racconto ricreando alla perfezione l’atmosfera di un programma radiofonico consumato nel cuore della notte, tra le strade di Narni e gli spettacoli di questa edizione.

Si corre, così, verso il primo Teatrino Viaggiante, costruito da Luigi Sacco sul modello dei teatri ottocenteschi, interamente autosufficiente dal punto di vista energetico, grazie a un innovativo set di pannelli solari, ideato per questa occasione. Ad inaugurare il palcoscenico montato per la prima volta nella Piazza San Bernardo, lo scrittore Nicola Lagioia, con “Presto saprò chi sono“, un elogio della letteratura da Omero ad Amelia Rosselli. Un viaggio di parole e una lezione di letteratura, in cui lo scrittore analizza la sua storia, il suo senso, la sua utilità. 

Chiama in causa per spiegarlo al meglio Ungaretti, Borges, Garcia Marquez, Manzoni, e tanti altri autori.

La letteratura è l’unica forma d’arte in cui lo strumento non conta nulla. L’arte da’ una forma a ciò che una forma non ha, la poesia da’ forma al caos mettendo in fila le parole. La poesia, la letteratura il cinema non servono a informare, non è quello il loro obiettivo, ma ad emozionare, partendo da elementi concreti. Per questo Platone con le sue idee assolute e pure ne era il più acerrimo nemico. La letteratura parte dal concreto per arrivare all’universale, per raccontare una storia.

La letteratura, spiega lo scrittore con tanto di celebri esempi, è finzione, menzogna, non la cela, e punta alla verità, a differenza della politica che mira alla persuasione. Lo scrittore deve così simulare le emozioni che non sta provando, e, metà sciamano, metà scienziato, inizia a provare i dolori e le sensazioni di cui scrive.

A partire dalle origini, in cui veniva tramandata oralmente dagli aedi e rapsodi, ci siamo sempre interrogati sull’utilità, sulla missione della letteratura, e Nicola Lagioia, con un linguaggio diretto, a volte anche ironico, attraverso gli autori e gli stessi scrittori ci insegna come la letteratura non salvi il mondo, o meglio, lo fa in maniera indiretta, in quanto serve a capire chi siamo, e solo dopo averlo capito, possiamo aprirci agli altri, e aprendoci agli altri migliorarci e migliorare.

Di sicuro, Lagioia, con le sue parole, nel piccolo microcosmo del “Narni Città Teatro”, lo ha fatto. Un viaggio tra le parole, che ne svela il senso, e ci salva.

Altro spettacolo che in qualche modo, indirettamente, ci salva e ci apre gli occhi di fronte una delle moderne piaghe sociali, come la dipendenza affettiva e l’amore patologico, è “Molto dolore per nulla” di e con Luisa Borini.

Nell’atrio del Palazzo comunale, vestita di rosso, l’attrice inizialmente si rivolge al pubblico con la brillantezza, la schiettezza e l’ironia tipica delle stand up comedian. Si presenta come una artista delle liste, che stila liste per ogni cosa: organizza i pensieri in liste, gli amori e i fidanzati.

Da qui entriamo nel suo cuore, nel suo modo romantico di vedere l’amore, di sognarlo. Quell’amore che arriva all’improvviso, che non va in vacanza, quell’amore letto nei libri, raccontato nei film. Ci presenta il suo primo giovane amore, tale Giacomo Arnolfi, che però la lascia perché quell’essere “troppo, per il classico “il problema non sei tu sono io”, e sulle note di “Se adesso te ne vai” di Massimo Di Cataldo, in un mare di lacrime, sfoga il suo dolore, avviandosi verso un altro amore. Un amore da film, appunto, che la porta ad andare dall’altra parte del mondo, ad annullare se stessa, a vivere adorando l’altro come un Dio, a vivere in sua funzione, succube delle sue paranoie, gelosie, paure. Un amore malato, al quale lei soccombe per paura di perderlo, di rimanere sola, di non essere abbastanza, per il timore di deludere, di essere sbagliata.

Devota ad una religione profana e assoluta, a un uomo, un’unica divinità che domina e controlla tutto, a un dogma con il quale cerca di sanare vecchie ferite, infierendosene delle altre, quasi mortali, che tolgono il respiro con litigate, ricatti, amplessi, promesse, umiliazioni. Fin quando non apre gli occhi, e come risvegliata da un incubo, decide di scappare, lasciarlo, di liberarsi, da sola. Ci si salva da soli e attraverso un percorso di dolore e solitudine. Promette a se stessa di proteggere la sua parte più pura, di non accettare l’altro per il timore di stare sola, e  più bella e vincente che mai, rinasce dalle sue ceneri, grata al molto dolore provato, che l’ha resa una donna forte, consapevole, intera, fiera. 

Luisa Borini intesse con maestria un monologo forte, sentito, sensibile, alternando il registro più leggero e diretto, con cui apre e chiude lo spettacolo, a quello più drammatico e duro, nella parte centrale, facendoci empatizzare con la sua storia, offrendoci un punto di vista sincero su situazioni che spesso ognuno di noi, in qualche modo si è trovato a vivere. Non scade mai nell’ovvietà, mai nel banale, mantenendo viva quella tensione, quella corda tesa delle emozioni, sollevando a suo modo una denuncia contro uomini fragili che provano a manipolare donne a loro volta deboli, vessate da ferite ancestrali, da concezioni fiabesche dell’amore. Un monologo ben scritto, interpretato con l’anima, che ci insegna quanto si può imparare dal dolore, che anche se per nulla, non è mai vano.

Il nostro modo di relazionarci agli altri e all’altro ci viene svelato attraverso l’armonia, la grazia e l’eleganza dei corpi nel prezioso “We are Monchichi” con le coreografie di Hanji Wang e Sebastien Ramirez. Un impatto visivo incantevole , su una scena bianca e un albero illuminato, i danzatori Marco Di Nardo e Mathilde Lin sono uno specchio dell’altro e nonostante le diversità, culturali, sociali, linguistiche, sono in sintonia, un corpo unico.

Cadono, si rialzano, volano, si sfiorano, indagano le loro diversità interiori ed esteriori, si inseguono, si scoprono, tra malinconia e gioia. Il loro movimento sincronizzato, impalpabile supera ogni stereotipò raggiungendo una fusione, un’armonia. Un luogo ideale dove vivere insieme.

A proposito di luoghi ideali, spazi in cui immaginare o vivere l’impossibile, la Rocca Albornoz, immersa nella notte e illuminata solo dalla luce delle stelle, è l’onirico scenario in cui l’inconfondibile voce di Luca Ward accompagnato dall’arpa di Paola Cultrera, e in collaborazione con il Gruppo Astrofili Monte Subasio, ci trasporta sulla luna, con le imprese del “Primo Uomo”, Neil Armstrong che mise il piede sul satellite.

Si viene cullati dall’interpretazione dell’attore, si chiudono gli occhi, si alzano verso il cielo e si è proiettati in un’altra dimensione, un impossibile che diventa, appunto, possibile.

E di colpo ci si ritrova all’alba, al nascere di un nuovo giorno tra le rovine dell’Ara Diruta, dove diventa invece possibile l’incontro ravvicinato con una delle più grandi penne di questo secolo: Daniel Pennac. Un maestro, un grande uomo, che affiancato dalla sua compagnia, che lui definisce famiglia, presenta uno spettacolo (riduttivo definirlo così), un momento altissimo di poesia, letteratura, teatro, vita. Tra racconti, aneddoti  che assumono una veste fiabesca, rivolge l’attenzione all’oggi, ai migranti, che fuggono da guerre e difficoltà, e abusano di una sola parola, “pardon”, che chiedono costantemente scusa, mentre muoiono in un mare sempre meno accogliente. Il suo accento francese accompagnato dalla mimica e la gestualità è un abbraccio avvolgente che ci accoglie, ci da’ forza e ci fa riflettere. Un raggio di luce che illumina le nostre coscienze.

Le possibilità nascoste si annidano anche nel passato, nella Storia, come si è potuto constatare in un Teatro Manini completamente sold out con lo spettacolo “Napoleone. La Morte di Dio”, diretto da Davide Sacco.

In scena, un “gigantesco”, “monumentale”,  Lino Guanciale, ci riporta al lontano 15 dicembre 1840, quando a Parigi, a 20 anni dalla morte, viene concesso alle spoglie di Napoleone di tornare in patria e di essere tumulate nella chiesa de Les Invalides.

L’attore diviene uno e trino, si sdoppia con strema duttilità e intensità, e in una polifonia di voci, pensieri, echi di ricordi, è ora Napoleone, ora suo figlio, ora Dio. Semplicemente un uomo, disperato, orfano, aggrappato ad una vita che sale e scende, che tratteggia la realtà di un padre vista da un figlio, e viceversa. Un padre sa di casa, è casa, e quando viene meno, un figlio vacilla, come un vagabondo senza dimora, spaesato, disorientato, privato del suo odore, che manca in una stanza in cui è cullato da luci e ombre, e circondato da due enigmatiche e affascinanti presenze, forse due becchini, forse due fantasmi nella sua mente, che si aggirano, mentre una delle quali ( la voce calda, sofferente e carica di pathos di Simona Boo) intona la melodia di “Tutto il mio folle amore”, quell’amore indicibile, inspiegabile e viscerale che lega un genitore ad un figlio. I padri e i figli non si incontrano mai, camminano mano nella mano a distanza nel percorso della vita e si guardano negli occhi solo durante la nascita e la morte.

Davide Sacco parte dal celebre testo di Victor Hugo e lo fa suo con estrema sensibilità, rappresentando proprio questo ultimo, o forse primo, incontro tra un padre e un figlio. Tra un padre che non c’è più e un figlio che, dunque, smette di essere tale. Quando muore un padre, muore un po’ anche un figlio, e in questo caso un Dio, un Re.

Tra il freddo e la neve che scende, Sacco disegna dei veri e propri affreschi visivi, dei chiaroscuro in cui Lino Guanciale si erige a ieratico eroe umanissimo, fragile, perso, e forte allo stesso tempo, prende lo spettacolo sulle spalle e lo riveste di umanità, portandolo verso il culmine finale, un quadro potentissimo con una bara che cade dall’alto, che ha il sapore della fine e al contempo di un nuovo inizio, pieno di speranza.

“Napoleone” è no spettacolo sul senso della vita, della morte, dell’essere genitori, dell’essere figli, della perdita, dell’estremo saluto. Della nascita, rinascita di un uomo, che a sua volta diventerà padre.

“Narni Città Teatro” è stata anche incontri, dibattiti, dialoghi, come quello tra Lino Guanciale e Claudio Longhi, direttore del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa. I due, che hanno un sodalizio artistico di lunga data, si sono confrontati sul senso del teatro oggi, sulle sue potenzialità, su cosa e in che direzione bisogna agire per un futuro migliore.

Il teatro è fatto da persone, da quelle che si ha la fortuna di incontrare e coltivare, dichiara Guanciale, al quale Longhi risponde con una citazione di Calvino, con la chiusa delle Città Invisibili: bisogna “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”

È proprio qui che si annida il fulcro di questa conversazione. La pandemia ha segnato un netto confine tra dentro e fuori, tra pubblico e privato, e il teatro è spazio dinamico, di incontri . L’obiettivo è quello di cercare di gestire le relazioni e i conflitti affinché possano risolversi in qualcosa che faccia crescere.

Fondamentale è riappropriarsi dello spazio pubblico in cui esercitare il nostro stare insieme.

Dunque, il regista, in qualche modo, si occupa dell’educazione teatrale della città e deve prendersi cura della città, perché la città è teatro.

E’ necessario un teatro dove potersi confrontare, incontrarsi, e soprattutto dove si raccontino delle storie, che sono un modo di mettere ordine nel caos. Il teatro è profondamente utile, quando agisce dentro la società e non deve diventare altro.

A tal proposito la realtà di “Narni Città Teatro” ne è un virtuoso esempio, un modello ideale a cui guardare e ispirarsi, in cui ogni cosa. 

Si può notare nell’armonia suggestiva che si respira durante il toccante concerto di Sergio Cammariere al Teatrino Viaggiante.

La classe del cantante al piano, accompagnato dalla melodia del violoncello di Giovanna Famulari, che ne impreziosisce la voce, si snoda tra jazz,  classici del suo repertorio e nuovi brani, suoni avvolgenti, intimi, suggestivi. 

Un maestro dotato di uno stile e un’eleganza unica e inconfondibile che si riversa per le strade del paese, salutando un’edizione indimenticabile, che ha portato Narni al centro della cultura  con circa cinquemila presenze. 

Una Città in cui perdersi, ritrovarsi, essere liberi di sperimentare le infinite nascoste possibilità, grazie a oltre 40 eventi in 72 ore. 

“Narni città teatro” non è più una possibilità nascosta, è possibilità reale! È pura bellezza a cui guardare!

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