Per un teatro affamato, che abita il proprio tempo, e ha la forza di rischiare

14 Luglio 2023

Intervista a Leonardo Lidi, Direttore Artistico del Ginesio Fest che si svolgerà dal 18 al 25 agosto

E’ stata recentemente presentata la quarta edizione del “Ginesio Fest”,  rassegna diretta da Leonardo Lidi, che dal 18 al 25 agosto vedrà la cittadina di San Ginesio trasformata in un palcoscenico incantevole.  Un festival diffuso e originale, diventato ormai punto di riferimento della geografia teatrale italiana,  i cui spettacoli, residenze artistiche, seminari e laboratori per professionisti, bambini e adolescenti si intrecciano con gli spazi della cittadina.

Quest’anno, il fil rouge della programmazione è il tema de “la maschera”, archetipo che da sempre accompagna la storia del teatro e che in tale occasione diventa uno strumento di indagine per la scena, la sua evoluzione e la nostra società.

Ne abbiamo riflettuto, in questa intervista, con il direttore artistico Leonardo Lidi, tra i più talentuosi registi e protagonisti della scena teatrale italiana e non solo,  il quale si è soffermato anche sul concetto di maschera che oggi rappresentano i social, che ci hanno portato ad impoverire la realtà in favore della realtà virtuale, che ci hanno condotto in un mondo parallelo dove il corpo può evitare di relazionarsi con gli altri corpi. Una buon antidoto a tutto ciò può essere il teatro e un festival come quello di San Ginesio in cui immergersi nella drammaturgia contemporanea con  Giuliana Musso, la compagnia Dammacco/Balivo, la compagnia dei Gordi, in un dialogo con Francesco Mandelli, Roberto Latini, la compagnia Asterlizze di Alba Porto e Mauro Bernardi, e Filippo Timi.

Non mancheranno appuntamenti per i più piccoli, come ci ha raccontato il direttore artistico, il tutto in un clima di entusiasmo e vicinanza, che annulla le distanze tra abitanti, attori, spettatori, attraverso la parola. Perché come afferma Leonardo Lidi, “la società ha bisogno di luoghi dove condividere le emozioni su un piano collettivo. Abbiamo bisogno di un teatro che ama la vita e che lavora per i vivi, Un teatro affamato, che abita il proprio tempo, che ha la forza di rischiare. Un teatro che smette di guardare le carte d’identità dei lavoratori.

A San Ginesio, tutto questo è realtà. Tutto questo si può vivere ed esplorare.

Sei per il secondo anno consecutivo il direttore artistico del Ginesio Fest. Cosa ti ha lasciato l’edizione precedente e cosa vorresti potesse lasciare quella che sta per iniziare?

Il Ginesio Fest è entrato con forza nella mia quotidianità.

La possibilità di condividere le domande con il pubblico attraverso un festival, oltre che con gli spettacoli, mi arricchisce come persona ancor prima che come artista. Nella scorsa edizione c’era la forza della novità e tutto è andato alla perfezione, trainati anche dall’entusiasmo iniziale.

Quest’anno era importante per me fare un passo, essere più specifici nella proposta.

Mi sono chiesto con quale interrogativo racchiudere la semantica del festival  e mi sono risposto con il concetto di Maschera.

Fil rouge di questa edizione sarà la maschera, simbolo per eccellenza del teatro. Partendo dal celebre assunto di Pirandello: “nella vita incontrerai parecchie maschere e pochi volti…” Secondo te è così? Ci sono più maschere nella vita che sulla scena?

Spesso la maschera di un attore può essere sinonimo di estrema verità…

La maschera ha accompagnato la storia del teatro italiano dalle sue origini , ma non per questo deve ancora oggi considerarsi fondamentale. 

Vorrei capire assieme agli artisti se, nel nostro tempo, è uno strumento utile  e quali sono le ipotesi della sua evoluzione.

La relazione tra maschera e Italia è un concetto che mi stimola molto; sono uno spettatore molto attento al teatro internazionale e credo che la maschera sia ancora molto presente nel nostro approccio recitativo, molto più che in altri paesi.

Lo è anche nella relazione nel quotidiano?

Se fossi certo di una risposta non avrei costruito il Festival sopra questo interrogativo

quindi è bello poterti dire che, ad oggi, non lo so.

Maschera moderna è quella dei social, a partire da Instagram o immagini, avatar, dietro le quali ci nascondiamo per paura di rivelare la nostra essenza o per rivelarla attraverso un filtro che ci protegge. Dunque, si cela solamente una grande paura, paura della verità di cui il teatro è rivelatore in un certo senso. Quali verità vuole rivelare la nuova edizione del Ginesio Fest?

La forza dello stare insieme.

I social ci hanno portato ad impoverire la realtà in favore della realtà virtuale.           

Un mondo parallelo dove il corpo può evitare di relazionarsi con gli altri corpi.     

Un processo spaventoso e massacrante che ci accompagna da tanti anni e di cui si parla troppo superficialmente, come se non ci rendessimo del tutto conto dei danni che stiamo infliggendo alla nostra natura e al nostro intelletto.

Ci siamo approcciati come ad un semplice videogames senza comprendere il cambio netto nelle nostre vite.

Bisogna lottare contro questa forza incontrastata e il teatro può essere un degno cavaliere.

San Ginesio da cosa ci dovrà proteggere?

Dal cellulare come unico Dio.

Quali sono i criteri che ti hanno guidato nella scelta degli spettacoli?

Ho pensato a quali artisti potessero aiutarmi in questa ricerca intorno alla maschera contemporanea.

Era importante che alcuni venissero ospitati più di una volta per comprendere il lavoro di trasformazione tra una maschera e l’altra.

E’ il motivo per cui inizieremo con due spettacoli di Giuliana Musso e di Dammacco/Balivo.

Apriremo dunque con la riflessione condotta da due donne di straordinaria forza interpretativa, poi sarà il turno dei Gordi, compagnia della mia generazione che ha deciso di utilizzare la maschera come motore d’azione principale, un dialogo con Francesco Mandelli  sulla maschera comica, Filippo Timi – maschera del nostro tempo – e Roberto Latini, nipote diretto della commedia dell’arte italiana.

Ultimo e non ultimo la compagnia Asterlizze di Alba Porto e Mauro Bernardi e la loro proposta di teatro virtuale.

Il visore in teatro mi spaventa più di ogni altra cosa e quindi li ho invitati: conosci il nemico.

Qual è il tuo rapporto con il paese e i suoi abitanti?

L’entusiasmo intorno al Festival è grande e io sono molto grato alla comunità ginesina per come sono stato accolto.

San Ginesio è un borgo rimasto senza teatro dopo il sisma, questo cerco di non dimenticarlo nelle scelte artistiche.

Gli spettacoli ospitati hanno l’ambizione di parlare a tutti, non una lingua per forza facile ma volontariamente comprensibile.

Un concetto al quale sono molto legato è il “tenersi compagnia”.

Prima, durante e dopo le disgrazie abbiamo bisogno di stare vicini l’uno all’altro.

Grande importanza verrà riservata alla drammaturgia contemporanea e ai linguaggi del presente. Secondo te quale è la condizione in cui versa la drammaturgia contemporanea italiana?

La creazione di nuove storie deve diventare sistema e non una possibilità sporadica.                      

Un teatro sano è un teatro che riesce a far convivere grandi classici e nuova drammaturgia.

Nel nostro paese spesso la paura del nuovo si trasforma in miopia, questo accade con la drammaturgia contemporanea, questo è accaduto con Massimo Sgorbani, enorme scrittore di teatro scomparso a Febbraio: un talento cristallino di cui in pochi si sono accorti.

In merito, fondamentale è il sostegno e la formazione dei più giovani, attori, drammaturghi e registi. Ogni anno infatti Ginesio Fest dedica un workshop intensivo con un grande maestro. Quest’anno il prescelto è Filippo Timi. Con cosa impreziosirà questa edizione?

Il lavoro sulla scuola e la ricerca di nuovo approccio recitativo per me sono alcuni dei nodi centrali del nostro teatro. E’ il motivo per cui ho accettato il ruolo di coordinatore didattico alla Scuola del Teatro Stabile di Torino. Ogni giorno mi rapporto con giovani ragazzi che iniziano un processo di studio intorno alla recitazione e mi rendo conto che la mia richiesta pedagogica parte dal concetto di credibilità.

Credo fortemente in un ponte da ricostruire tra teatro e cinema attraverso la recitazione. Considero Filippo Timi un ottimo esponente di questo pensiero.

Timi alterna Cinema, Teatro e Tv con capacità e febbre creativa.

Tanti attori premiati e passati dal nostro festival godono di questa specifica.

Dopotutto il Ginesio Fest è nato da un’idea di Remo Girone, non potrebbe essere altrimenti.

Per i più piccoli, da sempre attratti dalla maschera, invece, cosa avete riservato?

Vera Vaiano, già responsabile del settore infanzia e adolescenza nelle edizioni precedenti, prosegue il suo lavoro assieme ai bambini e ai ragazzi di San Ginesio,

perno centrale del nostro progetto.

La continuità durante la formazione del pubblico del domani è un aspetto molto importante e Vera sceglie spettacoli e laboratori in base ad alcune esigenze constatate sul campo. Personalmente sono molto curioso di vedere all’opera una compagnia umbra che ho scoperto da poco, i Politheater.

Ho avuto l’occasione di vedere il loro Bubikopf con la regia del mitologico Neville Tranter e sono rimasto molto colpito.

Importante in relazione alla maschera è appunto l’altro è in questo caso il pubblico. Che rapporto si crea con il pubblico del Ginesio Fest? È un Festival che ha una dimensione quasi familiare non è vero? In cui artista e spettatore possono guardarsi negli occhi senza maschere…

La parola – se ben utilizzata – ha la capacità di avvicinarci nonostante tutte le distanze che imponiamo nelle relazioni. La materia teatrale ha un enorme potenziale ancora da scoprire.

Si devono creare delle comunità capaci di pensiero,

non dei circoli chiusi rinsecchiti sui fasti del passato.

Questo si può fare se si lavora collettivamente e con sincerità.    

Alla fine della scorsa edizione si è avvicinata Lucia Mascino, ci conosciamo poco o niente,   e sorridendo mi ha detto “ah, quindi tu sei uno di quelli che crede nei gruppi”

E’ una definizione che mi tengo stretto.

Tu, da regista e artista tra i più promettenti del teatro contemporaneo italiano, e non solo, quale speri che siano le verità di cui si farà portavoce il teatro ( in generale ) per, in qualche modo, migliorare la nostra società ?

La società ha bisogno di luoghi dove condividere le emozioni su un piano collettivo, per contrastare questa ondata tecnologica servirà uno spettacolo dal vivo forte e attraente.

Abbiamo bisogno di un teatro che ama la vita e che lavora per i vivi, che non dimentica la propria storia ma che non la antepone al presente, che non si nasconde dietro concetti tradizionalisti per la paura del domani.

Un teatro affamato, che abita il proprio tempo, che ha la forza di rischiare.

Un teatro che smette di guardare le carte d’identità dei lavoratori.

Se siamo bravi restiamo promettenti.

Se abbassiamo la guardia veniamo sconfitti dagli spettri.

Spettri.

“… ma io credo quasi, che noi tutti siamo spettri, pastore Manders.

Non è solo ciò che abbiamo ereditato da padre e madre, che ritorna in noi.

E’ ogni specie di vecchie morte opinioni e ogni genere di vecchie morte credenze e cose simili. Esse non vivono in noi; ma intanto sussistono e non riusciamo a sbarazzarcene. Basta prendere un giornale e leggerlo, ed è come se gli spettri strisciassero fra le righe. Devono esistere spettri per tutto il paese. Devono essere fitti come la rena, mi sembra.

E per questo abbiamo tutti così pietosamente paura della luce.”

Amen.

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