“Ho preferito uscire dalla mia zona di confort”: Alessandro Sena al Teatro Belli con “Il tuo nome brucia sulle mie labbra”

23 Settembre 2023

Passione, ossessione e redenzione; un fil rouge dal quale si diramano non solo tragici amori, ma anche ogni nostra piccola interna lotta. L’ossessione porta a una vittoria o a una sconfitta, è una sfida con noi stessi, gli altri, e l’ambiente in cui si consuma; e una sfida è anche la messinscena Il tuo nome brucia sulle mie labbra, tratta dal libro Un corps en trop di Marie-Victoire Rouillier, in scena dal 26 ottobre al 1° ottobre al Teatro Belli di Roma; una storia, vero e proprio caso letterario nella Francia degli anni ’80, in cui il sentimento ossessivo è cornice, motore narrativo e protagonista.

A firmarne la regia è il poliedrico Alessandro Sena, attore e regista, un nome ben sedimentato nel panorama televisivo, cinematografico e teatrale italiano e internazionale, che non smette di voler sperimentare e competere con sé stesso.

Ed è stato proprio lui in prima persona a presentarci questo suo ultimo lavoro.

Un lavoro, un banco di prova: rappresentare l’opera di Marie-Victoire Rouillier, di cui è stato anche il primo traduttore italiano, è stata, e sarà, «una doppia sfida»; un’occasione che gli ha permesso di «uscire dalla sua confort zone» e potersi cimentare in una mise en scene inedita e singolare, scegliendo di far interpretare a otto attrici Angela Di Domenico, Erika Fusini, Chiara Iannaccone, Francesca Mele, Marta Porfiri, Micaela Rago, Sara Morassut e Sania Ricchi, un solo ruolo, quello della protagonista, così da far nascere interessanti spunti di riflessione sull’eclettismo identitario e sulla necessità di posare e indirizzare mente e sguardo su vari punti di vista, a teatro come nella quotidianità.

Il suo prossimo debutto Un corps en trop la vede nei panni di regista e traduttore: i due lavori sono consequenziali e interconnessi, o entrambi hanno richiesto tempi e attenzioni differenti e indipendenti?

Come molti ho approfittato della pandemia per dedicare del tempo ad iniziative che attendevano di essere valorizzate e ciò mi ha permesso di completare la traduzione del libro che avevo cominciato nel 2007.

Ho pensato che poi sarebbe stato interessante creare un binario parallelo che portasse sia alla pubblicazione del libro che alla realizzazione di uno spettacolo teatrale nel quale fossero inserite alcune delle lettere che compongono il libro.

Attore e regista, ha lavorato per il cinema e per il teatro, la sua è una carriera poliedrica…questo suo ultimo lavoro quale altra tappa segna nel suo percorso artistico?

E’ la prima volta che mi confronto con la traduzione e pubblicazione di un libro, è stato per me quindi molto complesso ma al contempo anche stimolante. Ho imparato che tradurre non significa solo la ricerca della parola omologa nella tua lingua ma soprattutto non tradire il senso e lo stile di chi scrive.

E’ anche la prima volta che affronto un doppio debutto, sia per il libro che per lo spettacolo, e spero che il pubblico accolga con favore entrambi.

Trae spesso le sue messinscene dalla letteratura, come le sceglie? In questo caso specifico, cosa lo lega a Marie-Victoire Rouillier?

Non ho una regola precisa per la scelta dei testi da rappresentare. Può essere un testo moderno, piuttosto uno classico o anche una semplice idea che diventa sinossi e poi sceneggiatura. Dipende da quale messaggio o concetto voglio esprimere mediante lo spettacolo teatrale.

Nel caso di Marie-Victorie, ho conosciuto la sua opera attraverso suo nipote che anni fa mi fece leggere il suo libro, ed ho subito apprezzato lo stile della sua scrittura e in particolare il contenuto incentrato sul tema dell’ossessione e dell’amore non corrisposto. Tradurre il suo libro e portarne in scena una parte, è stato un modo per conoscerla e anche un gesto di affetto nei suoi confronti, considerato che si è tolta la vita subito dopo aver concluso la scrittura di questa sua unica opera, e quindi non ha visto la pubblicazione del suo libro.

Il titolo Il tuo nome brucia sulle mie labbra non è una traduzione letterale… Narrativamente parlando, in che modo ha lavorato sul testo di partenza? È una riproduzione fedele o un rifacimento della storia?

Il titolo del libro originale è UN CORPS EN TROP, mentre nell’edizione inglese si chiama MY ORIGINAL SIN. Nella traduzione italiana ho preferito un titolo diverso e forse anche più riconoscibile una volta letto il libro. Ciò che le persone leggeranno o vedranno a teatro non è un adattamento ma la traduzione letterale del testo originale.

Luci, scenografia, costumi: l’allestimento scenico su cosa punta? Sarà un canale comunicativo anch’esso? E, in generale, a teatro, pensa che abbia più efficacia la parola o una spettacolarità originale?

Credo che entrambi possano contribuire a creare la giusta commistione per trasmettere emozioni al pubblico, anche se personalmente trovo più interessante il “teatro di parola” piuttosto che allestimenti con scenografie imponenti ma orfane della giusta connessione fra il testo e ciò che si crea intorno.

Per questo spettacolo ho scelto un allestimento molto sobrio per dare spazio alla storia e alla recitazione. Avere otto attrici su un palcoscenico che recitano nel ruolo di un unico personaggio è già molto scenografico e riempie tutto lo spazio, non solo nel senso fisico. La loro energia è tangibile e non ha necessità di altro se non piccoli oggetti che suggeriscono alcuni tratti afferenti la storia.

La storia ha come protagonista una donna e la sua libertà…in un contesto sociale dove sembrano non essere contingenti, quale messaggio vuole veicolare portando in scena questa particolare vicenda?

Nel libro ho trovato molto interessante il modo in cui viene trattata l’ossessione e questo mi ha spinto a guardare oltre e cercare in quanti modi si può essere ossessionati e ossessivi e come guarirne.

La protagonista è apparentemente libera ma la sua ossessione la tiene inconsciamente incatenata a sè stessa. Credo che questa nevrosi riguardi una parte molto interna del nostro IO che non tutti sanno riconoscere o gestire.

Otto attrici per un solo personaggio…possiamo leggerci una “dilatazione” identitaria e di prospettiva solo per il mondo femminile, o coinvolge anche quello maschile? E quanto conta per lei portare a teatro diversi punti di vista?

Credo sia fondamentale a teatro come nella vita cercare il confronto con altri punti di vista che a volte possono essere interessanti più dei propri. Questa simmetria genera anche una apertura verso le persone che abbiamo attorno e ciò favorisce il necessario spirito di squadra, utile alla buona realizzazione di qualsiasi progetto.

La scelta di avere otto attrici per un unico personaggio è una doppia sfida. Avrei potuto scegliere una bravissima attrice e costruire lo spettacolo attraverso una serie di monologhi ma ho preferito uscire dalla mia zona di confort e misurarmi con otto giovani attrici con le quali non avevo mai lavorato per creare con loro, come accennava lei, la dilatazione di un unico personaggio che vive in un contesto esclusivo, nel quale il riflesso del mondo maschile è presente ma molto sfocato.

A proposito di sguardo, spostandolo sul pubblico: di cosa vorrebbe che fosse arricchito uscendo dalla sala?

Mi piacerebbe che il pubblico apprezzasse in primis il lavoro delle straordinarie attrici, seppur molto giovani, nella difficoltà di recitare nel ruolo di un unico personaggio, poi la messa in scena di un testo letterario coniugato ad un linguaggio teatrale e inoltre sarei davvero felice se il pubblico amasse il testo di Marie-Victoire Rouillier, cosi come lo abbiamo amato noi; un testo moderno e toccante, nonostante siano passati molti anni dalla sua scrittura e pubblicazione.  

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

Gender Games: costruire una nuova visione del mondo

di E. Metalli Assistere a Gender Games senza il momento