Iris Basilicata a teatro affoga nel lago dei ricordi e del dolore, accarezza il cuore, scende fino alla milza. 

15 Ottobre 2023

Cosa provano, come si sentono il cuore, la milza e il fegato di una madre che ha perso improvvisamente suo figlio? E soprattutto la sua testa. La sua anima. Il suo pensiero.

Lo descrive e racconta con estrema delicatezza, in punta di piedi ( e di penna), Iris Basilicata nel suo spettacolo “Il cuore, la milza e il lago” andato in scena al teatro Argot Studio.

Dieci scene, dieci momenti, dieci dialoghi interiori, che vedono protagonisti Lucia, una madre annientata dalla perdita improvvisa, innaturale, di suo figlio, e Giovanni, il suo giovane figlio defunto, appunto. Protagonista una donna che non ha più percezione del suo corpo, che il dolore ha paralizzato, infrangendole qualcosa dentro, che si è rotto per sempre. Mille pezzi, mille brandelli di quella creatura da lei generata che esplodono e dalla testa scendono nel cuore, nella milza, nel fegato, nella pancia, nelle viscere. Su uno specchio d’acqua, elemento di vita e in questo caso di morte, il dolore si riflette e prende vita tra dei secchi dal quale pescare ricordi e oggetti della memoria, e poi un tavolo, ora banco di confronto tra i due, ora tomba sulla quale piangere, portare fiori e goleador, un punto di incontro in cui dialogare ancora una volta, per l’ultima volta. 

Il figlio riapparso all’improvviso prova scuotere la madre, una donna sottovuoto, soffocata dal dolore, a farla reagire, a tornare a vivere. I due avvinghiati in un iconografico abbraccio che rimanda alla Pietà, si lasciano andare al flusso dei ricordi, sorridono, si commuovono, tra partite a solitario, confessioni, rivelazioni e l’allestimento di un acquario, senza pesci, dove il passato torna e resta a galla, con i suoi elementi.

Iris Basilicata snoda il dolore, lo scompone, lo ricompone tassello dopo tassello in dieci ciak di un set cinematografico, in dieci toccanti quadri, dimostrando una maturità stilistica drammaturgica in grado di fotografare con sensibilità lo stato d’animo di un lutto, avvolgerlo con delicatezza struggente e ironica, dolcezza infantile, rafforzata e enfatizzata dalla regia di Vittorio Borsari che dà valore gli oggetti scenici, facendoli diventare simboli, metafore, che arricchiscono e accompagnano l’interpretazione sempre misurata dei due interpreti, la stessa Basilicata e Edoardo Rivoira, figlio che un giorno non ha saputo nuotare e, aggrappato all’ultimo pensiero della vita, è sprofondato nelle acque di un lago. Il ragazzo continua a riaffiorare nella mente della madre, a farle compagnia nei pensieri, nei lancinanti dolori che non le fanno chiudere occhio,  in quell’odore sulla pelle che la donna vorrebbe non andasse mai via e che ha cercato con tutte le forze di trattenere sull’epidermide senza lavarsi per 71 giorni. Proprio lì, sulla porta di casa la incita a ricominciare . Su quelle acque dove il dolore si specchia.

Il tema della perdita, nella sua atrocità, diventa uno strumento di analisi, di introspezione, di fiducia, e coraggio. Uno spettacolo empatico su una scomparsa incolmabile che fa nascere un sorriso mentre inevitabilmente scende una lacrima. Un colpo alla milza. Una carezza sul cuore. Una luce di speranza su un lago di sofferenza, che alla fine sa di vita. Di rinascita. Di eternità. Di Amore indissolubile, come quello che lega una madre a un figlio, in grado di superare il tempo, lo spazio, il corpo, la morte. 

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