Trionfo del Giulio Cesare di Alessandrini/Michieletto: sublime barocco contemporaneo

16 Ottobre 2023

recensione di Emiliano Metalli

Materico ed evanescente allo stesso tempo, così si presenta il Giulio Cesare in Egitto di Händel ideato da Damiano Michieletto e Rinaldo Alessandrini, in scena al Teatro dell’Opera di Roma fino al 21 ottobre.

Torna in rinnovata veste un titolo barocco, assente dal 1998 sul palcoscenico del Costanzi, con una produzione di sublime contemporaneità per l’esecuzione musicale, per la notevole regia e per il magnifico cast: il pubblico ne conferma il successo con sinceri applausi dopo tre ore di spettacolo.

Un pubblico preparato e interessato, si intende, perché titoli come questo, nonostante l’attenzione dimostrata dal mercato discografico, non sono ancora all’ordine del giorno nei teatri italiani.

Eppure l’opera barocca ha il vantaggio nella sua struttura “prevedibile” – mi sia perdonato il termine che può apparire riduttivo per definire l’alternanza, a tratti persino monotona, fra arie e recitativi – di garantire un margine creativo decisamente più ampio rispetto ai titoli di tradizione. E offre inoltre l’occasione di rinnovare una programmazione che spesso – troppo spesso – risulta limitata a una consuetudine sempre più ristretta.

Questo repertorio, infatti, in cui viene meno l’aspettativa tradizionalista del pubblico – e di molti addetti ai lavori – ha il vantaggio di presentarsi come un materiale malleabile e altamente duttile. Lo confermano in maniera inequivocabile i numerosi allestimenti internazionali e il relativo apprezzamento.

Rinaldo Alessandrini, per merito di un percorso professionale e artistico noto, lungo e meticoloso, dimostra ancora una volta di essere una figura di spicco in ambito barocco, costituendo una solida certezza sia per i musicisti sia per gli interpreti, di cui rispetta attitudini e caratteristiche vocali.

Non va dimenticato, infatti, che l’opera barocca nasce proprio attorno all’interprete e alla sua vocalità. I compositori vivevano, allora, in stretto contatto con le compagnie e sapevano creare le melodie e i colori delle diverse scene – spesso identiche nel testo – in base alle qualità e alle esigenze dell’interprete. Nel caso del Giulio Cesare, come di altri titoli contemporanei, la fama dei protagonisti è equiparabile, se non superiore all’epoca, a quella del compositore: Cesare fu il Senesino, al secolo Francesco Bernardi, e Cleopatra Francesca Cuzzoni. Due artisti complessi e acclamati su cui contare per il successo stesso dell’opera.

Oggi Alessandrini fa rivivere questa attitudine attraverso la cura e l’attenzione all’elemento vocale, che sembra costituire il fulcro della sua lettura. L’equilibrio raggiunto fra elemento strumentale, accompagnamento nel senso più nobile del termine, e dinamiche interpretative (volume, timbro, colore, fraseggio, attitudine ecc.) è pressoché perfetto. Un merito da ascrivere, come si vedrà più avanti, anche alle doti dei singoli artisti in scena.

La stretta morsa del direttore d’orchestra, dunque, che la critica e la consuetudine teatrale ci portano a identificare in quella bacchetta assolutista e patriarcale, non è propriamente adatta al repertorio barocco dove vince, piuttosto, una collaborazione creativa, un gioco di squadra nella (ri)creazione dell’evento musicale, in accordo – quantomeno sul piano artistico – fra podio e palco.

Sul versante registico Damiano Michieletto ha al suo arco una serie di frecce di inestimabile valore: un team creativo strepitoso nel rendere materia tangibile le sue idee e i suoi concetti attorno alla vicenda di Cesare e Cleopatra. Una vicenda che, è bene ribadire, si presenta con rapporti drammaturgici potenti ed essenziali, ma una cornice storica e sociale talmente indeterminata da permettere un sostanziale lavoro creativo. Così i concetti si traducono in materia, nell’eccentrica semplicità dei costumi di Agostino Cavalca: su tutti il fulgore del rilucente mantello di Tolomeo e l’eleganza blasé degli abiti di Cleopatra, espressione dei rispettivi caratteri, spiccano al contempo per raffinata fattura.

Le idee si materializzano nelle bianche pareti a scomparsa – quasi scene per un Pinter o un Beckett – o nei misteriosi fondali neri e fumosi, separati dal velo sottile della plastica preveggenza della morte e abitati, a volte, dalle linee rosse e stritolanti della vita e del fato: un meccanismo netto e asettico di punti di fuga e angoli retti, ideato da Paolo Fantin, che permette l’evanescenza dei feroci ed efficacissimi effetti luministici di Alessandro Carletti.

Non da ultimo Thomas Wilhelm concepisce il gesto scenico dei figuranti – congiurati, Pompeo, le tre Parche – all’insegna di una lentezza mortifera e inquietante, ma squisitamente coincidente con il più grande meccanismo drammatico impostato da Michieletto e con la partitura stessa, in un complesso intersecarsi di piani esistenziali, estetici e musicali.

Il contrasto cromatico fra vita e morte trova eco in tutta la vicenda, disseminata di massacri fuori scena degni dei migliori episodi di Games of Throne, eppure suggeriti solo da un materico e incancellabile liquido rosso, misti ai tentativi di omicidio al limite della pochade, come quello perpetrato da Tolomeo verso Cesare al loro primo incontro.

L’elemento più “leggero”, certamente non comico ma grottesco, resta solo un’ombra diafana, il tema centrale è il gioco di potere e l’ineluttabilità del fato, che prende sempre più piede nell’avanzare delle apparizioni finali.

Il dialogo fra i due mondi, tuttavia, è costante e ben visibile: dalle ceneri scure all’incarnazione dell’ombra stessa di Pompeo che al finale si trasforma in statua (bianca!), dal passaggio di simboli per mano delle Parche a Sesto o a Cornelia, fino al dipanarsi dei fili rossi che trattengono Cesare in una tela da lui ordita, di cui pure egli stesso cade vittima.

La capacità di Michieletto nell’inventiva registica è di sapere mantenere un continuum drammatico pur nel cambiamento di situazioni, per cui si ha l’impressione che tutto scorra persino quando l’immobilismo delle arie con il “da capo” costringe a “fermarsi” per un tempo più lungo del previsto.

Egli si affida allora alla corporeità, come quella delle scene e dei costumi, ma anche degli oggetti-simbolo o, ancor meglio, degli interpreti. Come Alessandrini, anche Michieletto lascia l’interprete preda di un delirio creativo che si genera dalla musica e trova in essa la sua ragion d’essere. Così ogni virtuosismo si materializza in atto scenico, azione, manifestazione e l’incantesimo è compiuto. Il vuoto esecutivo di circa trecento anni è colmato da una linfa realistica di credibilità scenica.

Questo Giulio Cesare non è solo riproposizione filologica di una partitura antica, ma restituzione contemporanea di un’attitudine storica, nel pieno rispetto filologico da un lato e nella completa credibilità drammatica dall’altro.

Infine il cast. Nulla da eccepire – ed è raro – sugli interpreti chiamati a ricoprire i ruoli dell’opera. Innanzitutto è ammirevole la volontà di affermare la voce del controtenore come erede coerente delle vocalità barocche. Rispetto a precedenti edizioni, anche nel medesimo teatro, in cui si prediligevano trasposizioni per basso o tenore o impiego della vocalità femminile nei ruoli principali in vece delle storiche figure dei castrati settecenteschi, oggi la voce di controtenore sembra aver raggiunto quella perfezione tecnica, quella sottigliezza interpretativa e, soprattutto, quel glamour che all’opera lirica mancava da alcuni anni tali da permetterle di riconquistare un protagonismo univoco e una centralità di tutto rispetto. Non stupisce, dunque, che oltre Cesare e Tolomeo, anche Sesto sia interpretato più credibilmente da un controtenore.

I tre artisti di questa corda si spartiscono, pur nella diversità dei ruoli e delle peculiarità personali, la palma della vittoria. Aryeh Nussbaum Cohen vanta un timbro puro e un approccio tecnico notevolissimi per la giovane età, denunciata forse da un certo impaccio scenico, trascurabile ma presente. Considerando però l’ottima performance musicale, questo dettaglio importa davvero poco.

Di pari livello, per uniformità di timbro, estro musicale e scenico, e una certa dose di esuberanza artistica, Raffaele Pe nei panni di Cesare e Carlo Vistoli in quelli di Tolomeo. Quest’ultimo, favorito anche dall’eccentricità del monarca egizio, ha fatto vibrare di visibile piacere il pubblico almeno in Belle dee di questo core e in Domerò la tua fierezza. Da par suo Raffaele Pe ha brillato in Va tacito e nascosto e ha tenuto col fiato sospeso in Al lampo dell’armi, oltreché nel tenerissimo duetto finale dell’opera. Entrambi si confermano eccellenti interpreti, in campo internazionale, di questo difficile e straordinario repertorio, senza distinzioni di merito, ma in totale parità.

Anche la Cleopatra di Mary Bevan è ottima: duttile e seducente in scena; migliore nelle arie languide, ma ugualmente impeccabile in quelle di coloratura; senza inutili divismi né intellettualismi futili sa rendere con immediatezza la fresca sensualità della ragazza innamorata e le complesse macchinazioni della regina. Piangerò la sorte mia e V’adoro pupille sono, insieme a Da tempeste il legno infranto, apici della serata.

Nella scena finale, Michieletto proietta in un futuro possibile i due protagonisti: la morte per veleno e la congiura delle Idi di marzo, dove Bevan, più di Pe, sa vivere e comunicare la sua disperazione (il lato buio della gioia musicale trasmessa dalla melodia) alla platea per mezzo dell’azione.

Lascia con il fiato sospeso – e non v’erano dubbi in proposito – la straordinaria Sara Mingardo nelle vesti di Cornelia. La semplice gestualità fa il paio con un “sentire patetico e malinconico” del canto tanto da intenerire e commuovere in ogni singola frase, dai recitativi alle arie: Deh piangete, oh mesti lumi è un reale capolavoro.

Notevole anche Rocco Cavalluzzi, aitante e fosco Achilla, per voce e aspetto.

A seguito di questo successo, l’augurio è che i titoli barocchi trovino maggiore spazio nella programmazione dei teatri italiani, in linea con l’elevata qualità esecutiva che questo genere trascina con sé.

Giulio Cesare in Egitto

Musica di Georg Friedrich Händel

Opera in tre atti

Libretto di Nicola Francesco Haym

da Giacomo Francesco Bussani

Prima rappresentazione assoluta King’s Theatre, Londra, 20 febbraio 1724

Prima rappresentazione al Teatro Costanzi, 26 dicembre 1955

Direttore Rinaldo Alessandrini

Regia Damiano Michieletto

SCENE Paolo Fantin

COSTUMI Agostino Cavalca

LUCI Alessandro Carletti

MOVIMENTI COREOGRAFICI Thomas Wilhelm

PERSONAGGI INTERPRETI

GIULIO CESARE Raffaele Pe

CLEOPATRA Mary Bevan

SESTO POMPEO Aryeh Nussbaum Cohen

CORNELIA Sara Mingardo

TOLOMEO Carlo Vistoli

ACHILLA Rocco Cavalluzzi

NIRENO Angelo Giordano

CURIO Patrizio La Placa

ORCHESTRA DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma in coproduzione con Théâtre des Champs-Élysées, Parigi, Oper Leipzig, Opéra Orchestre National de Montpellier – Occitanie, Capitole de Toulouse. Creato l’11 maggio 2022 al Théâtre des Champs-Élysées

Per i più curiosi, dai nomi in locandina trovate i link per ascoltare gli interpreti su spotify.

Tutte le immagini: ph Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2023.

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