Il leggero peso del sogno di Ciccio Speranza al Teatro Belli

17 Ottobre 2023

Manca l’aria, guardando o vivendo il lento soffocamento delle libertà personali; sogni, speranze, sono di tutti, ma non per tutti, e a volte per evitare una brusca pirandelliana consapevolezza è meglio, apparentemente, ignorare chi siamo, ancor di più quando a essere ostacolato è il naturale diritto di esistere come si è e dove si vuole.

Per questo è stato difficile immergersi, quanto riemergere, nella e dalla rappresentazione del testo, debuttato al FringeFestival 2020, di Alberto Fumagalli, La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza, interpretato dalla compagnia LesMoustaches, andato in scena al Teatro Belli, con la regia di Fumagalli e Ludovica D’Auria.

Un dramma dai riflessi grotteschi, che si snoda sulla contrapposizione di estetiche e dialettiche dell’opposto, dove l’anticonvenzionale viene naturalizzato e normalizzato umano; una messinscena, così come la scrittura drammaturgica, densa e non scontata, non priva di riferimenti letterari, lessicalmente e concettualmente “difficilissima”, che colpisce, accompagnando poeticamente il pubblico in un inevitabile processo di catarsi.

Le stagioni si susseguono, velocemente, si verificano inaspettatati fenomeni, come la neve, ma la vita di Ciccio Speranza (Damiano Spitaleri) sembra non uscire dal suo stato di plasticità. Contadino, vive insieme al padre (Alberto Gandolfo) e al fratello Dennis (Federico Bizzarri), entrambi devoti al culto dell’uomo lavoratore, religioso, fisicamente forte; appagati dai frutti di una vita “semplice”, una vita provvidenzialmente capitata, che non hanno scelto, ma è la loro; una vita che fatalmente così è, alla quale possono solo dare un contributo coltivando e pregando, trovando piacere soddisfando i loro bisogni di homini lupi e tacendo ogni loro “deviazione”, non per rimorso personale ma per evitare critiche esterne.

La terra è la sua prigione, la famiglia il carceriere.

Ciccio ha un sogno: trasferirsi in città e diventare un ballerino; ed è subito chiaro dal tutù rosa che indossa, spiccando tra gli scenografici colori spenti e amorfi. Accompagnato dalla luce del riflettore puntata solo su di lui, si lascia teneramente andare, costantemente, in balletti classici, illudendosi, per poco, di non essere circondato dal primordiale lezzo della campagna.

I giorni passano, il padre detta legge, il fratello ubbidisce e Ciccio sogna, sogna così tanto da confessare alla famiglia le sue aspirazioni, ma “quanto piace al mondo è breve sogno” e dalla sua luce si lascia consolare.

La narrazione e la regia di Fumagalli-D’Auria estetizza, senza spettacolarizzare, temi caldi come l’emancipazione e l’emarginazione famigliare, sociale e culturale; gli infimi, boicottanti, silenziosi pregiudizi; il body shaming e la prevaricazione di un modello bigotto e patriarcale; all’esposizione visiva del loro contrasto con Ciccio e il loro peso sulla sua libertà è lasciata la velata denuncia.

Un impatto grottesco, comicamente amaro, supportato da una veste linguistica nuova, neologica, non dialettica, che ancor di più rende “difficilissimo” il racconto e amplifica l’isolamento della triade Speranza religiosamente profana.

Facilissimo di contro è empatizzare con il protagonista e cogliere l’irrisolutezza repressiva del padre e volitiva di Dennis, grazie a ogni singola espressione, ogni sguardo e pausa che Spitaleri, Gandolfo e Bizzarri curano, personificando in ogni dettaglio i loro personaggi.

«Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni», e il sogno di Ciccio pesa, ma non a teatro, dove tra il pubblico riesce a silenziare ogni piccolo infido sussurro di perbenismo.

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