L’anima persa di “Nina” al Teatro Lo Spazio

15 Novembre 2023

Siamo in una Roma dalle sfumature retrò, alla stazione Trastevere; ad accoglierci è un’artista di strada (Roberta Fornari) con la sua chitarra e i suoi stornelli. Non ci sono pareti, parla con il pubblico, fa domande, battute, ci ricorda della pandemia appena passata e ci descrive una Roma polare, con le sue differenze classiste, i suoi problemi socio-economici e le sue anime nascoste, dimenticate; quelle anime dal passato oscuro, difficile, doloroso. Tra queste c’è quella di Nina (Federica Flavoni), che partendo dalle ultime fila arriva sul palco con la sua valigia e la sua lunga veste bianca.

Non sappiamo nulla di lei, si siede e in un’aurea beckettiana, aspetta il prossimo treno. La sua meta? il paese dei Balocchi.

È subito chiaro dal lessico e l’ambiente grottesco e surreale che Nina nasconde qualcosa, un trauma da cui fugge e l’allontana dalla realtà e la sua razionalità. Ancora incerti se collocarlo a Roma o nella sua testa, vediamo arrivare un bambino (Rocco Angelucci), abbandonato dalla madre, che si lascia andare in un lungo pianto.

Nina è spaventata, non ama i bambini, ma quel ragazzino non vuole staccarsi da lei, la segue e a tratti scompare; ed è quando scompare che la protagonista racconta stralci del suo passato, ricostruendo a poco a poco un tragico mosaico di un racconto antifemminista, fin troppo conosciuto, di soprusi e violenze sessiste e famigliari.

Scritto e diretto da Fabiana Dantinelli, Nina, andato in scena al Teatro Lo Spazio, è ispirato al testo teatrale di Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello e si presenta come un omaggio alla discografia di Gabriella Ferri; un dramma dalle ombre comiche con cadenza romanesca, di sensibilizzazione femminista, che denuncia il silenzio in cui molte donne sono state e sono tutt’ora costrette a rinchiudersi in nome di quell’onore patriarcale dal quale ancora è difficile liberarsi.

Quella di Nina è una storia, personificata dalla Flavoni con struggente phatos, degna di essere rappresentata; una storia con un epilogo inaspettato, forse anticipatamente immaginato da un occhio più attento e allenato, capace di trasmettere tutta l’indifferenza, il menefreghismo e l’oppressione di cui è vittima la protagonista, sebbene la non linearità tematica, la descrizione, slegata alla linea narrativa principale, di altri membri della famiglia, specialmente nella prima parte, e diversi silenziosi tempi, a tratti sacrificano il legame empatico tra personaggio e spettatore che si solidifica fortemente nel plot twist dello scioglimento finale, dove tutto, a posteriori prende forma.

Oggetti di scena simbolici, costumi e sottofondo musicale; ognuno ha un peso specifico, rendendo l’esposizione un dramma variegato, per colori, contorni e ambientazioni; un dramma che strappa una risata, e ricorda l’amarezza, ancora attuale, dietro a tante apparenti vittorie di donne.

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