Marco Baliani e il suo Rigoletto, clown triste.

15 Novembre 2023

Marco Baliani è un gigante e per quanto sia un uomo che sul palco sembra “grande” l’apposizione di qualche parola fa non è certo atta a descrivere la sua fisicità: Marco Baliani è un gigante del Teatro e l’affermazione difficilmente tenderà ad essere considerata originale, ma – ce lo si augura – veritiera senza troppe contestazioni.

Il Teatro di Roma, nel prestigioso spazio del Teatro India, ha già ospitato, nel breve scorcio già trascorso dall’apertura della stagione teatrale, ben 3 lavori di questo Artista della parola che ha calcato le assi della sala sita presso il lungotevere Vittorio Gassman con gli spettacoli “Quel Giorno”, “Rigoletto. La notte della Maledizione” e “Frollo” ed è sul secondo di questi – gli spettacoli sono citati nell’ordine cronologico di rappresentazione – che questo articolo pone la propria lente di ingrandimento nel tentativo di restituirne parte del dolore, della vita e della speranza che questo racchiude.

“Rigoletto. La notte della maledizione”, andato in scena dal 2 al 4 Novembre, vede l’attore e regista, accompagnato dalle note di Giampaolo Bandini alla chitarra e di Cesare Chiacchiaretta alla fisarmonica, indossare letteralmente i panni del clown del titolo, sciancato e dolente nell’anima e nel corpo, in un richiamo neanche troppo velato eppure solo magistralmente accennato al buffone di corte protagonista dell’Opera di Giuseppe Verdi.

Baliani è un perfetto invalido dell’involucro fisico e dei sentimenti, avendo scelto di offrire la propria carne e la propria anima ad un personaggio che ha perso tutto nella sua vita.

Il clown del piccolo circo di cui si parla – circo mai visibile sul palco, eppure così ben disegnato dai lemmi e dai fonemi pronunciati dall’attore in scena – ha attraversaato l’esistenza a suon di dolori e privazioni involontarie, avendo perso gli affetti più cari proprio nel luogo al quale ha immolato, volente o nolente, la propria esistenza, a suon di acrobazie aeree o trucchi a buon mercato per raccattare qualche risata benefica e letteralmente salvifica del proprio pubblico.

Baliani recita, recita pronunciando parole e umiliando una fisicità prestante sul banco della verosimiglianza con la persona fisicamente “offesa”.

Baliani recita e fa a carezze e a pugni con le musiche di Verdi e Nino Rota e dello stesso Chiacchiaretta che di volta in volta mettono in risalto l’adrenalina del numero mozzafiato dei trapezisti oppure sottolineano il dramma del tonfo senza ritorno causato da una presa mancata a metri e metri di altezza.

Insomma, Baliani vola di nuovo e ci fa volare insieme a lui nella riproposizione senza pudore dei suoi ricordi, nonostante la sua fissità scenica, e ci ammanta di una tristezza che inchioda pure noi spettatori ai nostri di mostri.

Baliani, in definitiva, racconta una storia ad alto efficiente di difficoltà, mascherandola – e c’è da chiedersi se volutamente o come risultato spontaneo di una straordinaria sensibilità – di una semplicità apparentemente replicabile da una moltitudine di teatranti se si considera superficialmente il dato tecnico, ma, senza ombra di dubbio, carica di una disponibilità spirituale senza compromessi, tipica di chi è abituato a frequentare e fronteggiare il dolore che la vita ci offre.

“Rigoletto. La notte della maledizione” è dunque uno spettacolo solo apparentemente innocuo che apre squarci dentro i quali conviene avventurarsi con le cautele del caso e con una disciplina che va dapprima costruita.

Magari continuando a riempire le sale teatrali.

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