“Barbablù” al Cometa Off. Intervista all’attore Edoardo Frullini

23 Novembre 2023

Misoginia, violenza di genere, patriarcato; temi da sempre forti, attualmente ancor di più, ma a ogni singola goccia di sangue versato orrore e indignazione esplodono come fosse la prima volta. E da qui, dall’incontenibilità del senso di giustizia, si stanno delineando le prime proposte d’intervento per colmare lo sbilanciamento paritario lì dove l’educazione famigliare non arriva.

E il teatro, in veste di specchio della realtà, non può non essere parte attiva in un percorso di formazione di tal genere. Di spettacoli femministi e di denuncia pullula, ognuno necessario, ognuno essenziale. In questo panorama approda, apportando un punto di vista nuovo, la storia di Barbablù di Hattie Naylor, in scena dal 28 novembre al 3 dicembre al Cometa Off, con la regia di Giulia Paoletti e la traduzione di Monica Capuani.

A vestire i panni del protagonista, un seduttore maschilista abile nella manipolazione psicologica e appagato nel sentirsi vincitore nel “duello” dell’arte amatoria, è Edoardo Frullini, diplomato all’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, attore e direttore artistico del teatro estivo Gasometro per tre edizioni.

A rendere la rappresentazione originale e anticonvenzionale è l’esplicita espressione degli istinti più profondi descritti e analizzati in prima persona dell’uomo carnefice, al fine di «far si che un uomo possa riconoscersi in uno dei tanti atteggiamenti nocivi di Barbablù» e aiutare la parte lesa a «imparare a riconoscere i meccanismi “nocivi” e “malati” di alcune relazioni».

Un ruolo delicato da interpretare, un ruolo che porta con sé un risonante dovere civico, sociale e morale; pertanto abbiamo voluto sentire da Edoardo Frullini stesso, che per la prima volta debutta in un monologo,  in che modo è riuscito a indossare le vesti di Barbablù e perché è importante portare a teatro una rappresentazione che scardini i canoni tradizionali.

Classe ’92, hai dedicato studi e carriera all’attività attoriale, ma non solo, ti occupi anche di produzione e direzione artistica; in quale delle due vesti ti senti maggiormente te stesso?

Sicuramente nell’attività attoriale trovo la mia massima aspirazione, trovo un senso di libertà che non trovo in nessun altro ambito. Detto questo anche in qualità di direttore artistico trovo grande soddisfazione personale e professionale.

Che valore ha per te il teatro?

Per me il teatro è la più completa forma di libertà artistica esistente al mondo. Penso sia l’ultimo baluardo della rappresentazione di una connessione emotiva tra esseri umani. Non esiste attore senza pubblico e viceversa. Inoltre l’esercizio di mettersi nei panni dell’altro dovrebbe essere insegnato nelle scuole (per citare Elio Germano), e forse la società ne risentirebbe in positivo.

Il tuo prossimo lavoro ti vede protagonista nei panni di Barbablù, sotto la direzione registica di Giulia Paoletti; che tappa del tuo percorso professionale segna questo ruolo?

E’ sicuramente una grande sfida per me, non essendomi mai cimentato in un monologo. Inoltre la potenza e la responsabilità dell’argomento trattato rendono tutto più impegnativo ma allo stesso tempo maggiormente intrigante. Ma grazie al lavoro che abbiamo svolto e alle sfide che abbiamo affrontato con la mia regista Giulia Paoletti abbiamo cercato di rendere il tutto il più umano possibile per portare in scena uno spettacolo attuale e riflessivo per tutti. E’ quindi sicuramente una tappa fondamentale del mio percorso e spero che arrivi al pubblico tutto l’impegno che ci abbiamo impiegato.

Come hai lavorato sul personaggio? Quanto di Edoardo troveremo nell’interpretazione?

Il lavoro sul personaggio è stato a tratti molto complesso e immersivo e data la drammaticità della storia che raccontiamo, ammetto che ci sono stati dei momenti di cedimento, poi superati ricordandosi l’importanza del messaggio che stiamo portando in scena. Inevitabilmente c’è una parte di me anche in questo personaggio, per quanto forte e fuori dagli schemi.

La sfida maggiore è stata invece quella di toccare delle corde della personalità molto lontane da me. Ma come dicevo prima, il teatro è mettersi nei panni degli altri senza giudizio e provare a “percepire” per capire veramente l’altro e comprendere per quanto possibile tutto ciò che ci circonda.

Rispetto ad altri ruoli, ad esempio Palestrione nel Vantone o Romeo in Romeo e Giulietta, il seduttore Barbablù è una figura con una forte valenza simbolico-sociale, è “il pretesto per dar voce all’esplorazione degli strati più profondi e primordiali di comportamenti che si trasformano da apparentemente sani a patologici”, cosa lascia a livello di crescita personale e culturale indossare i suoi panni?

Sicuramente lascia la consapevolezza che a livello sociale dobbiamo fare ancora tanti passi in avanti per rendere questa società più giusta e meno superficiale per il bene di tutti.

Trovo inoltre che in questo particolare momento storico siano proprio gli “uomini” a dover scendere in campo in prima linea nella lotta e nella condanna contro la violenza di genere. Sarebbe un passo importante per contrastare il trend negativo a livello sociale che stiamo vivendo ad oggi nel nostro paese.

Entrando profondamente nella psiche del personaggio, credi che possa esserci redenzione per Barbablù?

A tratti credo ci possa essere un avvicinamento ad un senso di redenzione, ma se non si è cresciuti in un ambiente dove l’educazione emotiva sia stata impartita nel modo giusto, una totale e sincera redenzione credo sia impossibile.

Lo spettacolo ha un punto di vista anticonvenzionale, tratta la violenza di genere da una voce maschile; da uomo, pensi che questo espediente possa essere uno strumento più efficace per sensibilizzare all’argomento?

Credo che ci sia il bisogno di concedersi la visione di un punto di vista diverso dal solito. Inoltre un grande traguardo sarebbe quello di far si che un uomo possa riconoscersi in uno dei tanti atteggiamenti nocivi di Barbablù, rifletterci ed evitare di portarli avanti nella propria vita.

Le grandi rivoluzioni nascono da piccoli cambiamenti. Se riuscissimo a far capire questo col nostro spettacolo, sarebbe già un risultato fantastico.

Tu e la Paoletti con quale bagaglio in più volete che il pubblico lasci la sala?

Con la consapevolezza che Barbablù può essere chiunque e può essere molto vicino a noi anche senza accorgercene. Imparare a riconoscere i meccanismi “nocivi” e “malati” di alcune relazioni che si instaurano, può essere già il primo passo per evitare tragedie future. Quindi sì spero che il pubblico possa lasciare la sala con una maggiore consapevolezza.

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