Celestini “Rumba” su San Francesco e non solo.

30 Novembre 2023

In scena il 16 e il 17 novembre, per il Roma Europa Festival, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, lo spettacolo “Rumba – L’Asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato” di Ascanio Celestini.

Bene, Ascanio Celestini è narratore probabilmente senza pari nel panorama teatrale italiano e ogni qualvolta ci si accomoda ad ascoltare quanto lui ha da offrire al proprio pubblico, si può ragionevolmente essere certi di un paio di cose: il tempo di durata dello spettacolo sforerà i 90’ – e infatti anche quest’ultimo si avvicina decisamente ai 120’ di durata – e il suo eloquio ci regalerà una serie corposa di eventi, fatti, aneddoti dei quali si farà fatica ad identificare la connessione con il tema dichiarato, atteso, immaginato.

Quindi, coerentemente a quanto solitamente dallo stesso proposto e perfettamente allineato alle non difficili deduzioni dello scrivente, anche lo spettacolo in oggetto si fregia delle caratteristiche appena descritte.

“Rumba” – e per comodità non pigra ci si limiterà a tale parola per richiamare il titolo dello spettacolo – è la solita cascata di informazioni e poesia con la quale il romano Celestini avvolge il proprio auditorio, conducendolo dalla storia di un operaio specializzato analfabeta, ad uno scafista che scafista nei fatti non è, passando per la vicenda di un ragazzo che ormai più di 800 anni fa rivoluzionò il mondo ecclesiastico e non solo con la creazione de La Regola Francescana.

Celestini è attore bravo oltre ogni (mia) personale aspettativa in questo lavoro nel quale, per un attimo, sembra abbandonare i dettami liberi eppure rigidi dell’arte del racconto per calarsi in un’interpretazione, breve, di quello che pare assumere i contorni di un personaggio, di grande intensità e commozione.

Accompagnato dalla fedele fisarmonica di Gianluca Casadei – che presta anche la propria voce tra un intermezzo narrativo e l’altro – Celestini, da par suo, macina senza sosta immagini, emozioni, affreschi moderni e caustici disegnati nelle menti degli ascoltatori dalla sua affabulazione che suscita una fiducia – almeno questo prova il sottoscritto che ha anche captato voci di dissenso alla fine della rappresentazione – senza riserve.

E si scivola in questo flusso che par sgorgare da un dolore insopprimibile per le storture del mondo, dalle sperequazioni economiche alle disgrazie familiari, con la scelta di farle attraversare dalla rivoluzione che l’autore de il “Cantico delle Creature” ebbe a propugnare dopo una vita di dissolutezza e a seguito della più classica delle inversioni a U in un percorso di vita evidentemente non gratificante.

Celestini è indomabile nella sua personale scelta di seguire pedissequamente una cifra stilistica che somiglia molto ad un manifesto personale e nella sensazione di non poterlo imbrigliare né a priori – e, peraltro, non si pensa che esisterebbe nemmeno una ragione per far ciò – né a posteriori nel tentativo di analisi del suo lavoro, ci si concentra nel provare a sottolineare quello che appare come il tentativo portato sul palco della Sala Sinopoli del Parco della Musica di Roma di esaltare l’ascolto – come quello di San Francesco verso gli animali – , l’accoglienza dell’altro – a differenza di quanto uno Stato come il nostro pare fare nei confronti degli ultimi – e il rispetto – manchevole nel disegno di vita di chi immola la propria esistenza ad un disegno preesistente fatto di regole sociali stringenti e non oggetto di discussione.

Celestini, insomma, raccontando chiede aiuto a chi gli presta orecchio, tempo ed energia, speranzoso nel fatto che, magari, quanto fa può resistere oltre il tempo della sua stessa messa in scena.

Questo sembra, questo ci si assume la responsabilità di scrivere.

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