“Boston Marriage”, bellezza teatrale rigenerante

13 Febbraio 2024

Dal 6 all’ 11 febbraio 2024, in piena settimana sanremese, è andato in scena, presso il “Teatro India” di Roma, lo spettacolo “Boston Marriage” di David Mamet, con la regia di Giorgio Sangati e l’interpretazione di Maria Paiato, Mariangela Granelli e Ludovica D’Auria.

La traduzione, operazione fondamentale e a volte troppo trascurata nella bilancia delle operazioni produttive, è di Masolino D’Amico.

Per quest’articolo ci si caverà il dente subito e, diversamente da quanto la stessa espressione possa lasciare presagire, in questo caso l’operazione di estrazione è una di quelle liberatorie e, per l’appunto – come da titolo preannunciato -, rigenerante, perché un esplosione di bellezza questo effetto può suscitare e ossia il ritemprare l’anima e financo il corpo.

“Boston Marriage” è una festa teatrale, mix esaltante di talento attoriale, precisione registica, scenografia borghese di inconfondibile messaggio – il messaggio di un ambiente attentissimo alle forme che assumono i contenuti – e luci semplici eppure imponenti, in grado di illuminare senza particolari sfumature eppure dannatamente efficaci

Per dovere di cronaca e piacere di articolista si mettono dunque nero su bianco i crediti relativi a questi due ultimi ottimi comparti: la scenografia è di Alberto Nonnato mentre le luci sono firmate da Cesare Agoni.

I bei costumi sono invece da ascriversi alle capacità di Gianluca Sbicca, mentre le musiche minimali e, forse per questo, sorprendenti ad ogni loro apparizione sono di Giovanni Frison.

La storia di due donne ex amanti – Paiato e Granelli – inserita nel contesto manieristico degli Stati Uniti dell’ottocento è il pretesto drammaturgico per raccontare ipocrisie che sembrano attuali ancora oggi – donne libere eppure mantenute o amori eterni finché durano – così come lo è per far fiorire senza urla e strepiti il sacrosanto elemento di un’emancipazione femminile per la quale, ahimè, si è obbligati ancora a spendere slogan ed energie.

Niente da dire in più sulla trama di un lavoro che andrebbe visto per godere della libertà e del divertimento di tre attrici diverse per età e caratteristiche eppure tutte così incredibilmente vere e giuste nel restituire “boli” narrativi non banali – la cameriera della D’Auria che rappresenta la giovane donna ingenua trascinata nella scoperta del sesso e della vita, ad esempio – che nelle loro mani si ritrovano a trasformarsi in macro nutrienti precisi e visibili.

Sangati crea una confezione che l’elemento scenografico del cartello “On air” di radiofonica memoria sembra richiamare ad una dimensione di finzione pronta a sgretolarsi da un momento all’altro, ma tutto questo, nonostante il presentimento dello spettatore, non accade mai, lasciando che la verità della costruzione teatrale abbia la meglio ottimamente e fino alla fine sul possibile posticcio del racconto del racconto che forse è solo interpretazione dello scrivente questo articolo.

Insomma “Boston Marriage” funziona, sta in cammino e aggancia il pubblico per tutti e 100 i minuti della sua durata, vincendo quella che forse è tra le più difficili prove quando si crea uno spettacolo teatrale: quello di non perdere mai gli astanti quando è il verbo, senza troppi altri elementi performativi, a farla da padrone.

Insomma un Teatro di Parole che trova 3 sacerdotesse d’eccezione.

Anzi due Cardinali e un Papa: Papa Maria I.

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