Top girls: le parole di Caryl Churchill suonano attuali e urgenti

26 Febbraio 2024

di Emiliano Metalli

Arriva in scena al Teatro Vascello il testo di Caryl Churchill “Top girls” datato 1982 – che debuttò in Italia per la prima volta nel 1988 – ed è un evento al quale non è possibile rinunciare.

Non tanto perché è molto difficile trovare una drammaturgia di respiro internazionale nelle programmazioni teatrali romane e non, persino in quelle più blasonate. Si preferiscono sempre i classici o, al limite, le drammaturgie di ultima generazione, spesso focalizzate sui temi attuali, ma carenti di spirito analitico o, peggio, di dialogo drammatico.

Senza generalizzazioni, una grossa fetta di opzioni testuali sono escluse dai palcoscenici o perché troppo recenti – ma 40 anni sono sempre 40 anni – o perchè troppo complesse per il pubblico italiano e per i relativi sistemi produttivi. Sono occasioni perse, per la conoscenza diretta di esperienze artistiche e per un approfondimento sulla società nella sua interezza, a cui solitamente questo tipo di teatro parla con la volontà di spalancare baratri di dubbio e riflessione, non tanto di vendere un prodotto, nonostante la perfezione formale e l’attenzione al dettaglio.

Tutto il cast – inutile sottolineare: al femminile, visto che gli uomini sono esclusi dall’azione – si accosta con somma perizia a un tema più che attuale, senza cadere in cliché banali: la situazione della donna in bilico fra doveri familiari e personali, o meglio, in questo caso, lavorativi, sociali, etici e finanziari. Lo fa in modo asciutto, essenziale, diretto, grazie alla guida di una regia che possiede le stesse caratteristiche.

Lo esprime chiaramente Monica Nappo, regista e interprete dello spettacolo, sublime in entrambe le vesti: “Le domande restano le stesse e il testo è ancora attuale, perché non sembriamo uscire facilmente da questi circuiti. Maternità o carriera? Indipendenza o famiglia? E a che costo l’una prevale sull’altra? Ma soprattutto: quanto ci aiuta la società nel caso volessimo entrambe le cose e le reclamassimo quali nostri diritti naturali? Perché lo sono. O almeno dovrebbero esserlo per tutte.”

Top girls ha ancora molto da dire, tanto più in questo momento storico in cui in Italia, con un parallelismo sorprendente – e un ritardo di 40 anni – , c’è alla guida del Paese una leader donna, come l’ha avuta l’Inghilterra con la Thatcher, quando questo testo fu scritto.

Forse anche per questo motivo, nonostante qualche inevitabile disallineamento temporale, le parole di Caryl Churchill suonano attuali e urgenti. Già dal grande affresco storico iniziale – potremmo definirlo “prologo” – è chiaro che Churchill ha in mente di creare un parallelismo fra il presente e il passato, all’interno del complesso scenario della condizione femminile.

Sceglie così figure iconiche in campi diversi, che possano dare vita a un confronto attivo, credibile nell’azione scenica, ma le fa parlare spesso le une sulle altre, come se in realtà non fossero compresenti, bensì proiezioni di altre figure. Come se non ascoltassero, ma volessero disperatamente essere ascoltate.

È una interpretazione plausibile, ma non l’unica. Potrebbero anche essere incarnazioni delle aspettative e delle ambizioni di Marlene, la protagonista, che ha organizzato la cena per festeggiare la sua promozione. Una cena, in realtà, consumata in solitudine, come sembrerebbe delinearsi nel finale dello spettacolo. E tuttavia un’occasione di festa animata da voci e pensieri del “suo” mondo interiore.

O ancora si potrebbe pensare a esasperazioni – dal punto di vista dell’abito, ma anche dell’interpretazione, rispetto alle scene successive – di persone che fanno parte realmente della vita di Marlene. In questo la conferma sembra giungere persino dall’impiego delle medesime interpreti in ruoli successivamente funzionali al resto della narrazione. Una scelta che, pur avendo il suo risvolto nella ottimizzazione produttiva, deve necessariamente avere anche una sua giustificazione drammaturgica.

Non a caso Cristina Cattellani, che incarna nel prologo (benissimo!) Dull Gret, figura centrale di un quadro di Bruegel, silenziosa e ruvida, torna in una scena successiva come una quarantenne chiacchierona che vuole cambiare ruolo di lavoro: stesso atteggiamento combattivo, isolato e diffidente, ma su piani e con mezzi differenti. Stesso livello, alto, in entrambe le parti.

Un parallelismo presente eppure “mascherato” dal cambio di look che vede la stessa interprete impegnata su versanti opposti di una medesima montagna è quindi una costante dello spettacolo. Così come avviene a Laura Cleri, che passa da Isabella Bird, viaggiatrice del XIX secolo, a una collega di Marlene e Paola De Crescenzo, da Lady Nijo, cortigiana giapponese del XIII secolo, a incarnare un’altra collega. Entrambe nascondono sotto l’abbigliamento sfarzoso del prologo una mise aggressiva e vagamente erotica, ma dall’idea sottesa che, per essere donne vincenti in campo lavorativo, si debba iperfemminilizzarsi o, all’opposto, rinunciare persino alla gonna – emblema storico dell’abito “debole” rispetto ai “pantaloni”. Due registri diversi per ruoli perfettamente a fuoco.

Lo stesso “gioco” è messo in atto, in maniera forse più violenta, per Valentina Banci. La Paziente Griselda, un personaggio delle storie di Boccaccio e Chaucer, emblema della sottomissione e, in qualche modo, dell’immobilità emotiva rispetto al marito – e dunque al Patriarcato – diviene la sorella della protagonista. La stessa donna che si è fatta carico della figlia di Marlene, dei genitori anziani e del marito, fuggito con un’altra donna.

Anche in questo caso Churchill assembla in una stessa interprete due tipi di sottomissioni, una felice, incosciente, quasi irritante, l’altra arrabbiata, inevitabile e frustrata. E Valentina Banci è eccezionale in questo passaggio, plasma corpo e voce per esprimere il meglio dell’una e dell’altra: solare, sorridente e pacata, con il viso rivolto verso il cielo all’inizio, per poi piegarsi, reggendosi al divano o alle sedie, appesantita dalle fatiche, quasi gobba e informe per via degli abiti e ringhiante nei confronti di chiunque.

Monica Nappo firma questa mirabile e lineare regia, intellegibile ed essenziale nella gestione di spazi e tempi, nella distribuzione di momenti drammatici e divertenti, nell’esaltazione dei singoli talenti e dell’amalgama di gruppo. Non si limita a questo. Interpreta magistralmente anche la papessa Giovanna – forse il ruolo meno felice del prologo, per le evidenti asperità della sua essenza di “eresia vivente” – per passare poi nei panni della moglie del “maschio sconfitto”, il collega di Marlene che ha “perso” la gara contro la collega-donna e che deve essere “tutelato” dall’universo femminile all’interno di quello stesso universo che, in fondo, ne riconosce i limiti e i difetti. Il “vaffanculo” che chiude il suo intervento è forse il più emblematico momento della vicenda, quando all’arte affabulatoria femminile si sostituisce la brutalità riconducibile all’atteggiamento maschile.

Ci si pone uno dei tanti interrogativi – uno fra molti, appunto: Marlene deve rinunciare alla sua femminilità per avere successo? È dunque lecita questa mascolinizzazione in previsione del successo? Non ci viene fornita nessuna risposta dall’autrice né dalla regista.

Nell’universo di Churchill tutti perdono e, per contro, tutti vincono in qualche modo. Come rivelano le sticomitie dei colloqui lavorativi, anch’essi speculari moltipicazioni di piani, di punti di vista.

L’unica “unicità” è Marlene, una meravigliosa e fragile Sara Putignano.

Marlene è il centro propulsivo della cena iniziale, conosce tutte le donne invitate che fra loro non si conoscono, le presenta, ne guida la conversazione.

Marlene è il centro degli interessi delle colleghe, delle mogli dei colleghi, della figlia e della sorella. Essa è la figura unificatrice verso cui corrono tutte le parcellizzazioni dell’universo femminile rappresentato, perché ne è la chiave di volta, l’unica che ha pienamente raggiunto il successo. Ma il finale, drammatico e solitario, vuole forse denunciare altro. Vuole raccontarci del peso che questo traguardo porta con sé e della necessità di trovare una strada di compromesso per la felicità.

Nelle parole spezzate, nelle lacrime trattenute, persino nei silenzi, Sara Putignano ha fatto vibrare questi sentimenti, con sottile e profonda consapevolezza.

Uno spettacolo reso eccellente oltreché dal cast nella sua interezza, anche dai costumi sfarzosi e dalle linee ineccepibili ideati da Daniela Ciancio, dalle severe e lussuose scene di Barbara Bessi e dalle luci d’ambiente di Luca Bronzo, precise nel definire, crudeli nell’accompagnare i personaggi verso il loro destino.

Teatro Vascello

TOP GIRLS

di Caryl Churchill

traduzione di Maggie Rose

con (in o.a.) Corinna Andreutti, Valentina Banci, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Martina De Santis, Simona De Sarno, Monica Nappo, Sara Putignano

costumi Daniela Ciancio

scene Barbara Bessi

luci Luca Bronzo

assistente alla regia Elvira Berarducci

regia Monica Nappo

produzione Fondazione Teatro Due, Parma

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