La lucida ossessione di “Anna Cappelli” al Cometa Off

3 Marzo 2024

Donna, figlia, sorella, bambola, strega; ingenua, remissiva, pazza, ossessiva; Anna Cappelli è tutto questo, una mente di contraddizioni, incarnazione di antitesi morali e immorali, provocatrici e perbeniste. Anna si colora di svariate sfumature identitarie, ma una le manca: il ruolo di moglie.

Anna vuole qualcosa di suo, suo e di nessun altro, vuole “avere” perchè non può “essere”; un vuoto che non riesce a colmare, materialmente e sentimentalmente, fino a quando il ragioniere Tonino Scarpa, suo collega, inizia a corteggiarla. Anna gli concede corpo e anima, come un ubbidiente burattino. Tuttavia Tonino non vuole sposarsi e non vuole avere figli; le malelingue di amici e conoscenti feriscono, ma Anna si autoconvince ad abbracciare una visione anticonformista, si sente una rivoluzionaria, una lottatrice nella piccola città di Latina, ripete e si ripete. A poco a poco si impossessa della casa, di Tonino, fa licenziare la domestica e rimane sola in quella dimora, ora, totalmente sua.

La stereotipata labilità sentimentale maschile non tarda ad arrivare: Tonino le comunica di volerla lasciare e di essere in procinto di trasferirsi a Palermo, ma la donna non può accettarlo, tutto il mondo del ragioniere è suo, le appartiene, lo sente sua stessa carne, e carnivori sono i risvolti della surreale decisione che prende per trannere l’uomo.

Questa è la storia di Anna Cappelli, opera del drammaturgo Annibale Ruccello, andata in scena al Cometa Off con la regia di Renato Chiocca. Un monologo crudo, feroce, purificato da parentesi comiche e d’ingenua debolezza emotiva, interpretato da Giada Prandi. Uno spettacolo fuori dal coro contemporaneo, crociato della battaglia femminista che vede sul palco continue rappresentazioni di uomini-cranefici e donne mentalmente seviziate. Ruccello difatti confonde i confini di vittima e predatore, li condensa, costruendo una dinamica relazionale dal sapore opprimente e angosciante da entrambe le parti, maschile e femminile; un’atmosfera umana e scenica che la regia di Chiocca riporta fedelmente.

Colpo dopo colpo, privazione dopo privazione, Anna perde sè stessa: è la relazione, la casa e Tonino; ogni sua parte è fusa con gli oggetti del desiderio.

L’esasperazione affonda prepotentemente anche il pubblico, attirato sempre più dalla forza magnetica esercitata dalla performance della Prandi, la quale con sguardo e gestualità seduce e personifica il furore della sua Anna. Uscendo ed entrando da un’istallazione cubica, a luce soffusa, è in equilibrio tra prigionia e libertà; la sua ombra, grande sul muro, la segue come l’ossessione da cui non può sottrarsi.

Attonito, lo spettatore non può non percepire l’effetto paradosso tra sentimento d’orrore e d’empatia. L’ago della bilancia non cade, rimanendo in bilico in attesa della sentenza di folle o giustiziera.

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