“I Masnadieri” di Michele Sinisi scuotono il Teatro Basilica

25 Aprile 2024

Urla, musica, passione, ribellione, I Masnadieri, battesimo teatrale di Friedrich Schiller, portato in scena al Teatro Basilica dal Gruppo della Creta, Alessio Esposito, Matteo Baronchelli, Stefano Braschi, Vittorio Bruschi, Jacopo Cinque, Gianni D’Addario, Lucio De Francesco, Lorenzo Garufo, Amedeo Monda, Laura Pannia e Donato Paternoster, con la regia di Michele Sinisi, è in perfetto stile romantico, per scenografia, interpretazione e rivisitazione di tempi e narrazione; lo spettacolo difatti si dirama sulla decostruzione sequenziale dell’archetipo, mantenendo i cardini cruciali su cui si muovono trame e sotto-trame; una rilettura non dettata dal caos ma da una chiara vena reazionaria registica, intraprendente non solo nel soverchiare l’uso dei classici, ma del teatro stesso.

Il racconto è noto: alla contea dei Moor, Karl Moor, figlio del Conte, amato dalla giovane Amalia, cade vittima dei sogni di potere del fratello Franz. Lontano da casa si ritrova a capo di una banda di masnadieri, furtanti, pirati, ognuno con la propria storia, desideri e ardente temperamento. Il tempo passato con loro è fatale per Karl, che lotterà per tornare chi era, un Moor, perdendo, tuttavia, purezza e integrità, ritrovandosi a guardare sé stesso come nemico.

Il testo schilleriano è il puro scrigno anticonformista dell’anima autografa: il poeta tesse la trama con fili di lotta contro le istituzioni; di gelosie, vendette, sotterfugi fratricidi e parricidi; di rivendicazioni sessiste; di amori contrastati; di falsa morte e immorale rinascita, richiamando le archetipe faide famigliari-sociali dell’Antico Testamento. La sua è una poetica di disagitata rivoluzione: non si combatte il male con altro male. La rivoluzione tout court è demonizzata quanto la depravazione istituzionale.

È giustizia o depravazione? Schiller descrive, con qualche libertà, la Germania dei suoi tempi, ma ci parla ancora, con personaggi e sentimenti particolari quanto universali, simbolo dell’eterna lotta esterna-civile, interna-umano, del bene contro il male.

In scena ritroviamo ogni arco narrativo del testo di partenza, in forma eclettica. Gli attori ci accolgono già posizionati su due file parallele ai lati del palco, parlano tra loro, ridono, si preparano, attivano musica dal telefono, frantumando solo col silenzio della mimesis corporea, fin da subito, la quarta parete. Ogni personaggio viene presentato in forma discorsiva dal proprio interprete, il quale accorpa anche una breve, ironica, presentazione di sé e dello spicchio di trama in cui si trova a muoversi; una trama rappresentata circolarmente, rompendo con i canoni tradizionali della narrativa inizio-svolgimento-fine.

 Lo spettacolo a cui assistiamo è una costante liberazione d’ energia, psichica, corporea e vocale: gli attori fanno “rumore”, la qualità della loro presenza sul palco è vibrante, scuote lo spettatore, come l’allestimenti scenico, segnato dalla caduta di lattine di plastica e giochi simbolici di luce, tanto da mettere Schiller in secondo piano e indurre a pensare che questo sia uno spettacolo scritto ad hoc per far emergere e mostrare ogni declinazione delle carismatiche potenzialità interpretative di ogni attore e delle poliedriche possibilità sediziose del teatro stesso.

(Ph. Simone Galli)

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

Gender Games: costruire una nuova visione del mondo

di E. Metalli Assistere a Gender Games senza il momento