“Leviatano”: un dinamico margine tra coraggio e stupidità

3 Maggio 2024

È il 1995 quando un uomo, bianco, americano, di nome MacArthur Wheeler, entra in una banca e tenta una rapina a mano armata a volto scoperto, convinto di esser diventato invisibile dopo essersi spruzzato del succo di limone sul viso, come succede, a causa dell’acidità, ai tratti di penna sul foglio.

Nonostante il risvolto tragico, la vicenda è stato caso di studi accademici, i quali hanno dato vita alla prima teoria sulla stupidità umana, conosciuta con il nome di “Effetto Dunning – Kruger”, che indaga il rapporto tra competenza e percezione di competenza.

 Stupidità? Imprudenza? Coraggio? Tutte e tre esatte risposte.

Il protagonista di questo fatto di cronaca è figlio del disordine socio-economico del suo tempo, della mala informazione, del potere persuasivo televisivo, della solitudine, dei conflitti generazionali ed etnici americani, della disperazione e della sua innata, senza dubbio, sfrontatezza caratteriale.

Una storia paradossale, apparentemente materia usufruibile dal teatro dell’assurdo, col rischio, tuttavia, di snaturarle la veridicità, pertanto risulta registicamente appropriato il taglio documentaristico con cui viene portata sul palco dallo spettacolo andato in scena al Teatro Trastevere, “Leviatano”; rappresentazione del testo di Riccardo Tabilio, diretto da Alessandro De Feo ed interpretato da Diego Migeni, Stefano Patti e Gioele Rotini; la cui veste attoriale e scenografica riproduce in toto lo spirito impavido, sregolato e originale del racconto di partenza.

I tre attori poliedricamente dominano il palco, cambiando repentinamente ruoli, accenti e gestualità in perfetti tempi comici; parlano con pubblico, tra loro, improvvisano e soggettivizzano il copione; sono abili nel condurre il racconto coinvolgendo gli spettatori tra intervalli dialogici comicamente riflessivi e tra sketch espositivi.  

Il dinamismo normalizza il paradosso della realtà di cronaca: non c’è morale, lo spettacolo rispecchia l’anima inclusiva del teatro stesso, senza giudizi, stereotipi e condanne; informa, racconta solo con interpretazione fisica, non etica, diverte ma non superficializza l’episodio. Lo tratta con rispetto, e porta lo spettatore a empatizzare con il protagonista, a porsi domande sulla natura di tanta sconsideratezza, tra musica rockeggiante e ricercata leggerezza.

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