Fausto Russo Alesi e la sua Arte di Rifare Eduardo.

31 Maggio 2024

È on – line da qualche giorno il cartellone del Teatro Argentina – Teatro di Roma per la stagione 2024/2025, ma, in attesa della vita e dell’Arte che verrà, in quest’articolo si vuole offrire il proprio umile – si spera – sguardo su uno degli spettacoli più suggestivi dell’anno teatrale che sta per concludersi e che, tra avvicendamenti in capo alla struttura organizzatrice/burocratica e mai domi movimenti di pensiero di artisti e spettatori, può dirsi essere stato tutto fuorché noioso.

In definitiva in questo articolo si vuole fare una breve, ma intensa panoramica su quello spettacolo di Eduardo De Filippo che è “L’Arte della Commedia” diretto da Fausto Russo Alesi e approdato – credo lo si possa dire senza troppo pudore -, dal 7 al 19 maggio, con grande consenso di pubblico nella sala più importante dello Stabile romano.

Lo spettacolo in oggetto del quale sono già stata chiariti, qualora ce ne fosse stato di bisogno – i crediti registici e drammaturgici, è uno spettacolo interpretato dallo stesso Russo Alesi e da David Meden, Sem Bonventre, Alex Cendron, Paolo Zuccari, Filippo Luna, Gennaro De Sia, Imma Villa, Demian Troiano Hackman e Davide Falbo.

Va subito scritto, entrando nel merito dell’allestimento specifico, che le 3h dello spettacolo sono fortemente e decisamente caratterizzate da una diffusa energia teatrale che, a partire da un dato tecnico di oggettiva abilità e perizia da parte di tutti gli interpreti, stordisce dal primo minuto lo spettatore che forse, quando e se lo ha visto, ha negli occhi e nelle orecchie lo straordinario naturalismo eduardiano e per questo rischia di essere disorientato – soprattutto nel lungo e faticoso promo tempo – dall’impeto della battaglia dialettica ed ideologica, oltre che di mera sopravvivenza – soprattutto per l’Oreste Campese del testo – che ingaggiano i personaggi del Capocomico (Russo Alesi) e del Prefetto magnificamente interpretato da un Alex Cendron di cristallina bravura.

Il regista/attore sembra aver consapevolmente scelto per la creazione della rappresentazione in questione un registro del tutto estraneo, se non coscientemente opposto, a quello dell’originale, nella più che comprensibile speranza di averla vinta, senza per questo sfidare l’illustre predecessore, su un insieme di parole, su una storia, su un messaggio che tutti gli appassionati e tutti gli addetti ai lavori riconoscono, oltre che attualissimi, di complicatissima resa scenica.

Ad ogni modo l’operazione trova slancio e maggiore vitalità – sempre nel solco della propria ricchezza lessicale e concettuale – in un secondo tempo che per via dell’ingresso di diversi altri personaggi incarnati da un nugolo di brillanti attori diventa molto meno macchinoso e di maggiore godibilità.

In definitiva la sfida, all’apparenza improba, pare brillantemente vinta e ci si ritrova a pensare che, se le drammaturgie coeve sono ancora appannaggio di non troppi registi ed enti produttivi, quello al quale si è assistito è un modo coraggioso, efficace e ingegnoso – oltre che, di base, assolutamente capace – di dare nuove possibilità alla Storia che invade i palchi di tutta Italia.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

Diari d’amore che sanno di crisi.

È il microcosmo familiare, e in particolare il rapporto di