
Capita, a volte, che la vita ti sorprenda e, allora, quando la meraviglia si manifesta, forse il modo migliore di affrontare il piacevole imprevisto è quello di tenere stretto a sé il dono ricevuto senza farsi contagiare da un entusiasmo che potrebbe rivelarsi controproducente, quando, invece, sarebbe consigliabile socchiudere le palpebre, fermare il flusso esterno e depositare nel fondo del proprio cuore quanto ci è toccato in sorte.
Beh, io vi chiedo scusa per questa intro apparentemente retorica, ma ho voluto provare a restituirvi la sensazione di purezza e semplicità e di autentico stupore che ho provato alla fine della replica di domenica 15 dicembre 2024, presso lo spazio romano “Carrozzerie n.o.t”, dello spettacolo “Una vita” scritto ed interpretato da Fabio Cicchiello e diretto da Francesco Spaziani.
Spettacolo che ha replicato, presso il medesimo luogo, in prima nazionale anche nelle due giornate precedenti del 13 e del 14 dicembre e che conta sulle luci di Raffaella Vitiello e sui costumi – o forse sarebbe meglio scrivere “il costume”? – di Roberta Goretti.
In un monologo che somiglia più ad un necessario atto di espressione emotiva, Cicchiello nello spettacolo in questione offre la propria artigianalità interpretativa ad un pubblico che ho avuto l’impressione che avesse personalistica contezza della sua figura e che lo sostenesse – dovete sapere che a Roma e in certi contesti produttivi accade spesso che l’uditorio sia composto da amici, familiari e/o conoscenti – ma che, immagino, sarebbe stato comunque travolto dalla oliata spontaneità di un attore che pare muoversi tra le parole e i sentimenti come un bagnante in un un modesto mare dalle acque non particolarmente ricordevoli e che, però, conosce oltre ogni ragionevole aspettativa.
E questo, credo, significa una e una sola cosa e ossia che l’attore in scena possiede, oltre la competenza tecnica e l’evidente esperienza professionale, il talento della genuinità e dell’onestà che gli consentono di mostrarsi nei suoi aspetti più intimi senza cadere nella patetica restituzione melodrammatica quanto piuttosto di dare vita alla più pura delle forme di condivisione.
“Una vita” è il racconto del mondo di un uomo che, tra il talento comico dell’attore che si offre come mezzo – peraltro un talento anche questo mostrato, ma non esposto, utilizzato ma non biecamente “sfruttato” -, e una drammaturgia allo stesso tempo porosa e ben strutturata, lascia filtrare la fame d’aria di un essere vivente che lotta e soffre per dei dolori che l’esperienza umana porta inevitabilmente in corredo con sé, tra un padre non più funzione, due figli piccoli che lo sono inevitabilmente ancora troppo e una moglie che si pone placidamente tra i due poli appena citati forse a rappresentare una sorta di giusta distanza.
Una giusta distanza che si declina in un dimensione temporale non tanto fattuale quanto metaforica e ossia che si declina in quel presente che media tra il passato che ha visto il personaggio in scena come discendente – figlio del padre – e il futuro che lo proietta inevitabilmente nella figura dell’ascendente – padre dei figli -.
Cicchiello, grazie anche a quella regia dello Spaziani che risulta essere “pittorica” senza scadere nel descrittivo, respira, anela, soffre e scompone nello e sullo spazio scenico con la dignità dei mestieranti che offrono parte della propria anima nella costruzione dei progetti che non sono chiamati solo a garantire una necessaria redditività, ma anche a lenire le sofferenze dell’esistenza.
“Una Vita” è uno spettacolo non consolatorio pieno di speranza nel baratro della mortalità e meriterebbe – merita – ogni possibilità di rappresentazione.
Perché tutti hanno bisogno di osservarlo per osservarsi un poco e scoprire che non siamo veramente soli.
Di cosa parla?
Ma davvero devo illustrarvelo?
E davvero non lo avete ancora capito?
