
In scena presso il Teatro “Argot Studio” di Roma, fino a domenica 22 dicembre, dopo aver debuttato giovedì 19, lo spettacolo – tenetevi forte perché il titolo è lungo – “Jago, una riscrittura dell’Otello con voce dissidente e musica complice”.
Prodotto dalla Compagnia Lombardi – Tiezzi, lo spettacolo si avvale della drammaturgia, l’interpretazione e la regia del Premio Ubu Roberto Latini, le musiche e il suono di Gianluca Misiti e le luci e la direzione tecnica di Max Mugnai.
Questa dell’Argot è la stagione celebrativa del 40° anno di attività dello storico spazio in questione ed è per questo che nell’arco di questi mesi si alterneranno sulle assi trasteverine Artisti che hanno già calcato con i medesimi spettacoli questo piccolo spazio che ogni volta viene ingigantito dai talenti che ospita.
Ed è in questo disegno programmatico che si inserisce il lavoro di cui sopra che, come specificato nel comunicato di accompagnamento, si presenta in una veste musicale quasi identica a quelle già proposte nel 1998 e nel 2007.
Che Iago sia il vero protagonista dell’Otello scespiriano non lo scopro di certo io – Giuseppe Menzo -, non lo scopre di certo l’eccellente Roberto Latini e non lo scopre di certo il pubblico avvezzo a questo dramma che – lo stesso performer romano lo dichiara un un bellissimo passaggio del testo – volge in tragedia.
Latini, teatrante dal talento abbondante, restituisce l’intera essenza della storia del Moro di Venezia, della “bianca pecorella” Desdemona, del luogotenente Cassio, del danaroso Roderigo e ovviamente, del “buon Iago” in circa 55′ di sdrucciolevoli oscillazioni che si concretizzano e dal punto di vista fisico – osservare per credere i piedi, le gambe, il busto e le braccia del lavoratore dello spettacolo in questione – e quello letterario/emotivo – Latini in questa proposta targata 1998 ha di fatto anticipato lo sbarco della stand up in Italia mischiando stili e generi dell’universo di riferimento del mondo della restituzione orale – e quello sonoro essendo tutta l’operazione accompagnata da un’ambientazione melodica che mette in costante disequilibrio gli spettatori, in un saliscendi emotivo di non poco conto.
Saliscendi inoltre sottolineato, esaltato e enfatizzato da un disegno luci di chirurgica precisione e dalle atmosfere da grottesca tregenda.
Utilizzando, con estrema attenzione e – mi è d’uopo dirlo – una grazia che è raro ravvisare in giro per spettacoli dal vivo, una loop station che distorce, ripete e posticipa ad hoc le acrobazie vocali del performer in azione, l’essere umano che offre il proprio inevitabile e nobile sudore ad un uditorio attento e – pare – incantato, non fa altro che regalare una veste nuova e fresca a parole ancora oggi, e per sempre, di poderosa bellezza, ma che corrono costantemente il rischio di essere cristallizzate in un’ossequiosa tradizione che, invece, Latini è in grado di infrangere donando – lo scrivente presume – a chi possiede la mappa concettuale del tutto, una chiave di lettura ribaltante in grado di mettere in luce meschinità e miserie sì presenti sulla carta, ma, probabilmente, non sempre oggetto di primaria attenzione da parte dei teatranti che vi si confrontano.
Insomma, lo spettacolo”Iago…” – e tutto il resto – di Latini è – volendo azzardare la definizione ontologica chiusa dello stesso – il divertito tentativo di ridere dell’orrore senza fondo delle anime degli esseri umani.
