L’incanto dell’interpretazione di Anna Caterina Antonacci, accompagnata da Donald Sulzen, in questo programma raffinatissimo ha avuto il suo effetto su tutta la platea. Si percepiva dal silenzio rispettoso – rotto qui e lì solo da qualche colpo di tosse – e dall’emozione di ogni applauso che concludeva i cicli eseguiti.
Questo non stupisce, in verità: Anna Caterina Antonacci è un’artista rara che non ha unicamente il pregio di una vocalità inarrivabile, per colore, sfumature e duttilità, ma detiene un primato di eccellenza per l’interpretazione. Non si tratta solo di “leggere” il testo poetico e quello musicale, rispettando le indicazioni degli autori e potenziando il loro messaggio, sia esso esplicito o implicito, bensì di penetrare in quell’universo, sceglierne alcuni dettagli e attorno ad essi costruire il brano.

Mezzo di comunicazione, prima che esecuzione, la linea melodica e il suo corrispettivo verbale somigliano ai fili che Maria Lai intreccia per riscoprire il passato e farne un’indagine sul futuro: complice l’intesa creativa, lo stesso sentire musicale che la lega a Donald Sulzen nell’esecuzione di questi delicati capolavori.
Oltre questa apparenza, però, quello che più impressiona delle sue interpretazioni è la trasfigurazione. L’artista muta forma del viso, del corpo, dei gesti – e con essi mutano le ombre e le luci della sua vocalità straordinaria – e manifesta in un impercettibile movimento ogni sentimento possibile: l’amore, la disperazione, il rimorso, la pacata disillusione.

Senza mai apparire sopra le righe, con una dizione a fuoco e pure naturalissima, con una semplicità che è scavo profondo e analisi del personaggio, Anna Caterina Antonacci si presenta al pubblico e lo conquista. Anzi, lo ha già conquistato fin dal primo apparire in palco.
In un panorama culturale che sembra trascurare la bellezza – e l’importanza – di alcuni repertori della musica vocale da camera, il concerto proposto all’interno della stagione dell’Accademia di Santa Cecilia brilla ancora di più come un faro che, accogliendo la luce da un passato di cui non è possibile dimenticarsi, la getta rinnovata sul nostro presente.
Gli autori sono quasi tutti, eccezion fatta per Respighi, di ambito francese che resta un territorio di elezione – espressiva – di questa artista. La lingua e le suggestioni musicali arrivano, però, spesso da altri luoghi: a testimonianza della imprescindibile connessione del mondo culturale che “ruba” e “restituisce”, attraverso un percorso di continua mutazione e rigenerazione.

Tutta la prima parte del programma raccoglie suggestioni etnomusicologiche greche, rimembranze archeologiche latine e una certa dose di galanteria veneziana all’interno della creatività colma di sfumature e di intrecci culturali di Ravel e Hahn. L’impressione è quella di intraprendere un magnifico viaggio che ha inizio in qualche isola greca, come Chio, e termina sul Canal grande, dopo una sosta fra le divinità silvane della Puglia o della Basilicata, nonostante il ciclo Etudes latines sia stato concepito a Roma.
In questa parte, il talento dell’interprete si manifesta nella stupefacente naturalezza delle sfumature melodiche di Ravel, in una alternanza di paesaggi brillanti e malinconici, per tradursi poi – nella produzione di Hahn – in universi assai distanti. Da una parte, una lingua tragica, aristocratica e solenne, quella di Charles Marie René Leconte de Lisle, di cui innumerevoli compositori hanno musicato le poesie, dall’altra, la leggerezza ironica e disincantata del dialetto veneziano, potenziata dall’inventiva melodica che sembra suggerirci: “Eh il viver del mondo lo so ancor io”, proprio come la goldoniana Mirandolina.

La seconda parte, invece, si apre con Respighi che, riprendendo il tema delle divinità latine, ne declina le melodie sillabiche – e già di stampo dichiaratamente novecentesco – sui versi lussureggianti e dannunziani di Rubini. Anche qui Anna Caterina Antonacci e Donald Sulzen trovano un equilibrio perfetto fra l’incisività delle linee vocali e la multidimensionalità del pianoforte, che si trasforma, di volta in volta, citando strumenti – antichi o moderni – e dando eco al mondo arcaico, filtrato dalla sensibilità moderna che ha il suo picco nel rimpianto melanconico di “Crepuscolo”.
Chiude, infine, un raro e teatralissimo Poulenc: il primo è quello de Le travail du peintre, un’opera di straordinaria sintesi artistica fra musica, pittura e poesia, e il secondo è La dame de Monte-Carlo. Melologo che fa il paio con La voix humaine, ma in versione più breve e più drammaticamente grottesca, che sembra nata dalla penna di Pirandello.
Anna Caterina Antonacci enfatizza la teatralità di questa donna, fotografata negli istanti prima di un atto estremo – sembrerebbe – o addirittura in una sorta di limbo post mortem, in cui ripete ciclicamente questo gesto. Quale sia la realtà, non importa: senza nulla di posticcio, la Dame di Anna Caterina Antonacci si costruisce, accento su accento, per suggestioni e apostrofi sottili, in cui un respiro racchiude tutta la sua disperazione.
Due generosi bis – “Lo cardillo” e Habanera dalla “Carmen” – chiudono la serata e il pubblico ringrazia con immenso calore.

Accademia Nazionale di Santa Cecilia
18 dicembre 2024
soprano Anna Caterina Antonacci
pianoforte Donald Sulzen
Ravel 5 Mélodies populaires grecques
Hahn Etudes latines (7 Mélodies)
Hahn Venetia
Respighi Deità silvane
Poulenc Le travail du peintre
Poulenc La Dame de Montecarlo
