“Il Rito” che non vi aspettavate al Teatro Vascello.

23 Gennaio 2025

In scena fino a domenica 26 gennaio, dopo aver debuttato martedì 21, al Teatro Vascello di Roma, lo spettacolo “Il Rito” scritto da Ingmar Bergman – i cinefili, sono sicuro, apprezzeranno -, diretto da Alfonso Postiglione e interpretato oltre che dallo stesso Postiglione dai bravi (rigorosamente in ordine alfabetico) Alice Arcuri, Giampiero Judica e Antonio Zavatteri.
La bella scenografia è di Roberto Crea.

In verità, è presto detto: lo spettacolo che vi ho appena presentato sotto forma dei crediti artistici che avete avuto la possibilità di leggere è, a mio avviso, un buon esempio di Teatro borghese (ammesso e concesso che esista un Teatro borghese, si intenda) che fa della comunicazione orale uno strumento assoluto, quasi totalitario, di indagine per la comprensione di alcune tra le innumerevoli dinamiche relazionali e no nelle quali gli esseri umani possono trovarsi ad avere a che fare.

Il testo, tradotto da quello che il risultato finale ci dice essere stato il bravo Gianluca Iumento e scritto per l’appunto dal celeberrimo regista svedese di cui sopra, nasce originariamente come drammaturgia teatrale prima di diventare soggetto cinematografico e successiva sceneggiatura tramutata in immagini nell’omonimo film.

E Postiglione riprende proprio il progetto teatrale originario ed originale per dare vita, nell’arco dei 100′ c.a. di rappresentazione, ad uno spettacolo ben pensato in termini spaziali e che può dirsi forte di una direzione che non soffre indecisioni nel chiedere agli interpreti di costruire personaggi che non abbiano particolari preoccupazioni a difendere le loro intimità con l’esposizione sfacciata e financo oscena di ogni più recondito pensiero.

Della serie “ti dirò tutto per evitare che tu possa davvero arrivare alla mia essenza più profonda”.

La storia che assume la forma di un’indagine condotta dal giudice Abrahmsson (interpretato da Postiglione) nei confronti del trio artistico di successo incarnato dagli altri 3 – indagine a proposito di una presunta scandalosa performance che la formazione opera nel corso di uno dei loro spettacoli – sembra però più la storia e l’indagine su delle figure umane alla deriva, vittime dei loro errori e delle loro paure, nelle condizioni un po’ patetiche di disastri difficilmente sanabili, che non sul “tema della censura e l’impossibilità di contenere la potenzialità destabilizzante dell’atto artistico” come presentato nelle note relativo allo spettacolo.

“Il Rito” pare quasi – come d’altronde fanno i personaggi degli attori interpretati dai relativi attori – presentarsi nelle forme di scatole cinesi atte a inerpicare il sentiero dello spettatore che con gli occhi vede qualcosa, con le orecchie sente qualcosa, ma con l’istinto potrebbe intuire di avere a che fare con il simulacro di una costruzione che chiede di essere abbattuta per mostrare la propria verità è la propria efferatezza.

Non saprei cos’altro dirvi se non di approfittare di questa occasione per assistere ad un lavoro che forse potrebbe non travolgervi emotivamente, ma che, sono sicuro, potrebbe strisciare dentro di voi fino a raggiungere il nucleo più protetto della vostra anima per poi spingervi ad interrogarlo.

Fatemi sapere se accade.

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