L’atrio di un condominio metallico color azzurro sbiadito (scene Francesco Fassone) catapulta lo spettatore in un mondo dove uno strano virus trasforma le persone in tacchini. Nonostante questa nota di assurdità dispotica, la vita dei quattro inquilini del condominio, protagonisti dello spettacolo: L’estinzione della razza umana, scritto e diretto da Emanuele Aldrovandi, assomiglia molto alla nostra contemporaneità e ai mesi di reclusione per l’epidemia del Covid.

Ricordate?
Il coprifuoco, le mascherine, i canti dai balconi, la paura di essere infettati o di contagiare i nostri cari.
Due coppie, Mario (Luca Mammoli) e Anna (Eleonora Giovanardi), Giulia (Silvia Valsesia) e Andrea (Giusto Cucchiarini), unite dalla vita reclusa si incontrano e si scontrano nell’atrio del condominio, trasformato dalla scenografia e dai costumi monocromatici (costumi Costanza Maramotti) in una prigione.

L’assurda caratteristica del virus, la trasformazione in tacchino, porta alla risata, ma i temi che le due coppie incontrano smuovono sentimenti vissuti, frustrazioni generazionali. Sul ring del patio condominiale si affronta la genitorialità, la religione e in ultimo il centro tematico dello spettacolo, la crisi ambientale che innesca l’ansia per un futuro incerto, dove l’unica possibilità è la fine della specie umana.
Buona la capacità degli attori e delle attrici di innestare il ritmo delle battute nelle varie sfumature dei personaggi e di creare le loro sfaccettature comiche, come nel caso del corriere (Riccardo Vicardi), personaggio perno tra le due coppie, indispensabile per il bilanciamento drammaturgico dello spettacolo.
La cura dell’equilibrio scenico e scenografico danno vita a uno stile riconoscibile che denota le capacità autoriali di Aldrovandi.

I dialoghi efficaci e la scrittura ironica e mai schiatta o superficiale, vivisezionano le nostre relazioni, gli affetti e le motivazioni che guidano le nostre scelte. Lo spettatore, ride, parteggia per un personaggio, poi per un altro, giudica i loro pensieri, per poi ritrovarsi sotto la lente di ingrandimento di un’analisi psicologica dura che lascia smarriti e con un sorriso molto amaro.

