di E. Metalli
Nuovo debutto per Leonardo Lidi che, dopo l’esito felicissimo della trilogia su Čechov, torna invece a confrontarsi con la drammaturgia americana: La gatta sul tetto che scotta.
La scelta è caduta nuovamente su Tennessee Williams di cui aveva già diretto un immaginifico Zoo di vetro andato in scena proprio al Teatro Vascello.
La cifra registica di Lidi si mantiene fedele a se stessa: rimaneggiamento dei luoghi, degli abiti, degli oggetti, delle azioni, ma non del testo. A parte qualche lieve modifica, il copione originale non cambia.
Come un’asse attorno cui ruota tutto il resto (ed è tanto, in ogni caso) egli mantiene stabile la scrittura, rispettandola e partendo da essa per costruire una realtà distorta, quasi distopica, che non resta in contatto con l’originale sostrato sociale generatore delle dinamiche drammatiche di Williams.
Tuttavia questo neonato universo rinnova a sua volta la drammaturgia, la tinge di chiaroscuri inaspettati, la proietta su un fondale a specchio che, perduto il contatto con i dettagli storici, perde a sua volta il particolarismo della provincia americana, dove la vicenda sarebbe rinchiusa entro limiti troppo angusti per essere riproposta oggi sui palchi senza rischiare l’effetto della compagnia filodrammatica.

L’analisi dei rapporti familiari, in questa veste, si allinea alla ricerca iniziata nei suoi spettacoli precedenti, divenendo un unico percorso verso significati (ed esiti) più chirurgici.
Pezzo dopo pezzo Lidi dà vita a un puzzle dell’umanità costituito da frammenti della grande drammaturgia del passato connessa al presente tramite le sue intuizioni registiche e l’intersezione di testi contemporanei. Si tratta di una grande “commedia umana”, in linea con percorsi di registi come Latella, con cui, non a caso, ha collaborato.
Le scene e le luci di Nicolas Bovey sono elementi fondamentali di questo allestimento. Siamo di fronte, ancora una volta, a un grande spazio vuoto, l’interno di un cubo di rubik foderato di marmo, a simboleggiare il rango sociale ed economico della famiglia.
Ma allo stesso tempo anche la falsita dei rapporti, l’asetticità delle tradizioni, come il pranzo di compleanno del patriarca, la menzogna delle apparenze.
Eppure, in via ipotetica ma sufficientemente realistica, lo stesso spazio marmoreo suggerisce quello complice dei bagni degli spogliatoi o delle saune, luoghi di incontro degli uomini in cerca di altri uomini: una tematica che serpeggia spesso nella produzione di Williams.
Ce lo suggerisce la scena iniziale: Brick sotto la doccia e Skipper – personaggio solo evocato dall’autore, qui insistentemente presente, personificato e agente – accanto a lui.

Se nel copione originale la “stanza della tortura” è la camera da letto di Brick e Margaret, manifestazione della crisi della coppia, qui l’asetticità del luogo presuppone una analisi che va oltre questo orizzonte ristretto.
Lo spazio è la casa di famiglia nella sua interezza, dove tutto è messo in crisi e risposte non ce ne sono, se non nella menzogna.
La verità, infatti, quando si manifesta, è violenta e improvvisa, come ci dimostra la toccante scena della rivelazione del medico: un capolavoro di sintesi epifanica, muta e terribile nella sua inventiva sinistra, alla “David Lynch”, maestro delle distorsioni provinciali americane.
Sincronia tecnica di scena e dramma che colpisce senza salvezza, anche grazie al suono di Claudio Tortorici. Iconici, ma discreti risultano infine i costumi di Aurora Damanti, necessari per dare corpo alla ricchezza familiare, al rango economico che giustifica le macchinazioni per l’eredità.

Omogeneo e uniforme il cast, fra cui molti volti già noti per la continuità di collaborazione con Lidi. Sintomo positivo di un’intesa interpretativa che arriva prepotentemente alla platea, come si avverte dai lunghi e prolungati applausi conclusivi.
Chi rischiava di più, per il possibile paragone cinematografico con la coppia Taylor-Newman, erano Valentina Picello (Margaret) e Fausto Cabra (Brick). Ma nulla incrina le rispettive interpretazioni perché l’aspetto patinato (leggete: esteticamente superficiale) del classico hollywoodiano non è preso neppure in considerazione.
Quello che i due tentano – e riescono – è di riportare il tormento personale nel seno di una più ampia dinamica familiare e sociale. La famiglia li circonda, li accerchia, li bracca. Loro cercano di liberarsi alla meglio, come possono, senza scadere mai nel melodrammatico, ma tenendosi in bilico fra ironia amara, di cui Valentina Picello è maestra come ha dimostrato in Anna Cappelli, e scavo psicologico, in questo Cabra è favorito dalla scrittura oltreché dal talento.
Un compito difficile è quello di Fausto Cabra, infatti, sia nel corpo – costretto a zoppicare tutto il tempo senza un appoggio, un sostegno che non sia il perduto Skipper – sia nella voce, dolente immagine di un’anima sofferta che non riesce a trovare il bandolo di una matassa troppo intricata. Picello e Cabra personificano il fulcro dell’ipocrisia attorno a cui ruotano gli altri, in un intreccio di desiderio sessuale inespresso o deluso e rapacità da parvenu. La declinano su versanti opposti, una con crudeltà feroce, l’altro con toccante disperazione, ma entrambi con innegabile professionalità e carisma.

Li sostengono in questo viaggio i quattro componenti della famiglia, in un perverso gioco delle coppie. Gooper, il cinico fratello di Brick (Giordano Agrusta), e Mae, la sua iperfertile moglie (una equilibratissima Giuliana Vigogna) tratteggiano due personalità antagoniste, ma senza scadere nel cliché, restano umani e credibili nel loro cieco egoismo, per questo tanto più odiosi.
Temibile, iroso e anche un po’ stronzo il Padre di Nicola Pannelli, che però riesce a disegnare un chiaroscuro di sentimenti nella lunga scena con il figlio. Una comprensione che suona alla stregua di una condivisione di esperienze, come in un episodio di Baby Reindeer in cui padre e figlio si ritrovano sul medesimo tema.
Mentre la Madre di Orietta Notari è abilmente insopportabile, rumorosamente volgare, stupidamente agghindata e proprio per questo arriva a scuotere le radici dei sentimenti nella terribile scena con il medico, in cui il dolore si trasforma in qualcosa di indicibile e, proprio per questo, straziante.
Al fianco di questo schieramento familiare scorrono, quasi silenti, la bambina di Greta Petronillo, personificazione inquieta della schiera dei nipoti, svolta con sincera professionalità nonostante la giovane età, e il Reverendo di Nicolò Tomassini, corretto ma poco incisivo.
È invece Riccardo Micheletti che, muto davvero e costantemente in movimento, come fosse un brandello di scenografia, personifica non solo Skipper, immagine di consolazione e dannazione di Brick che è l’unico a vederlo e a interagire con lui, ma anche la morte stessa. Da bianco a nero, egli nasconde la sensualità del suo corpo da atleta sotto le spoglie dell’ipocrisia medica: una figura sinistra che ricorda più “Der Doctor Schnabel von Rom” che un medico condotto, ma che riassume chiaramente la sua funzione di deus ex machina nella dissoluzione della famiglia e del protagonista.
Solo l’ennesima menzogna, l’estrema ipocrisia di Margaret, conduce alla apparente conclusione, aperta e condivisa – attraverso il correlativo oggettivo dello specchio – con tutto il pubblico.
Perché il teatro non è altro che uno specchio della società.

Teatro Vascello
LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA
di Tennessee Williams
traduzione Monica Capuani
regia Leonardo Lidi
con Valentina Picello, Fausto Cabra, Orietta Notari, Nicola Pannelli, Giuliana Vigogna, Giordano Agrusta, Riccardo Micheletti, Greta Petronillo, Nicolò Tomassini
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Claudio Tortorici
assistente regia Alba Maria Porto
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
La gatta sul tetto che scotta viene presentato per gentile concessione de la University of the South, Sewanee, Tennesee.
DISTRIBUZIONE PERSONAGGI – INTERPRETI
Margaret, Valentina Picello
Brick, Fausto Cabra
Mamma – madre di Brick e Gooper, Orietta Notari
Papà – padre di Brick e Gooper, Nicola Pannelli
Mae – moglie di Gooper, Giuliana Vigogna
Gooper – fratello di Brick, Giordano Agrusta
Skipper, Riccardo Micheletti
Bambina, Greta Petronillo
Reverendo, Nicolò Tomassini
