di E. Metalli
Italiana in Algeri torna al Teatro dell’Opera di Roma dopo più di 20 anni di assenza, un ritorno che fa sorridere, ma anche riflettere.
Citando Rodolfo Celletti: “Sotto il velo di avvenimenti che sembrano congegnati da un beffardo demiurgo teso a dimostrare che il principio vitale dell’esistenza è l’incoerenza, lo scettico, ambiguo, misterioso Rossini ci ha narrato la storia d’amore d’una donna ingegnosa, devota, impavida e vittoriosa. Si potrebbe quasi dire che l’Italiana in Algeri è un Fidelio in chiave grottesca. Ma di questo ci avvediamo soltanto alla fine.”
Geniale intuizione di chi a Rossini – e al belcanto – ha praticamente dedicato l’esistenza. Anche se per comprendere il pesarese non è possibile prescindere dalla triade Cagli, Ragni e Gossett.
Tuttavia in questa sua visione, Celletti coglie con immediatezza non solo le caratteristiche salienti di questo titolo, ma anche la capacità di Rossini di attraversare i generi, impiegando il linguaggio musicale con una “fluidità” eccezionale, persino ai nostri occhi contemporanei.
In fondo, quando compose questo titolo per Venezia, Rossini, pur essendo assai giovane, era già molto avvezzo alle dinamiche dell’operismo comico di primo Ottocento, di cui Italiana in Algeri rappresenta una sorta di traguardo.

La sua capacità di ottimizzare alcune spigolosità del libretto, di trasformare in “cavalli vincenti” persino le scene più grottesche e assurde – si pensi al «Confusi e stupidi» del Finale I, pagina travolgente per il contrappunto di suoni onomatopeici, sintomo della momentanea disintegrazione mentale di ciascun personaggio – e di fondere, infine, questa comicità con una vena languidamente romantica.
Egli crea così un’opera mirabilmente bilanciata fra i due poli, sia sul piano drammatico sia sul piano musicale, come si intuisce fin dalla contrapposizione tematica della Sinfonia.

Ben intuisce questo duplice aspetto Sesto Quatrini che traduce con oculatezza le dinamiche della partitura, favorendo la comunicazione degli interpreti e la corretta sovrapposizione fra musica e azione.
L’orchestra lo asseconda, dando prova di eccellenza in alcuni passaggi solistici che rendono con aderenza ora l’animo grottesco ora quello languido della scena. A voler cercare il pelo nell’uovo, la sua versione manca di un pizzico di brio e sembra puntare a una lettura meno brillante e più sfumata, meno dirompente e più equilibrata. Non guasta: in questi anni in cui spesso si confonde l’espressività rossiniana con la comicità a tutti i costi, una prova di gusto è più pregevole di certe bizzarrie.

La regia di Maurizio Scaparro, nella ripresa di Orlando Forioso, accusa forse il passaggio degli anni e certo non raggiunge le vette briose e spensierate che altri registi hanno trovato in questo o in altri titoli comici rossiniani. Soprattutto alcune soluzioni sembrano superate e davvero poco dinamiche.
Eppure l’equilibrio e l’assenza di storture interpretative, la corretta gestione delle situazioni, l’equilibrata recitazione dei protagonisti, assieme all’indubbio pregio di scene (Emanuele Luzzati), costumi (Santuzza Calì) e luci (Vinicio Cheli), hanno realizzato uno spettacolo gradevole e godibile.
Completato dal coro, guidato da Ciro Visco, che si è distinto nonostante i brevi interventi.

Il cast è omogeneo e ben integrato, sia per i volumi, sia per la scena, con le eccezioni del caso, inevitabili se in partenza i ruoli attorno cui si svolge tutta la vicenda sono quelli di Mustafà e Isabella.
E in effetti il Mustafà di Adolfo Corrado lascia un’ottima impressione: “la protervia verbale espressa da fitti gorgheggi, a tratti così aulici e burbanzosi da configurare una pomposità puntigliosamente ostentata” – insiste Celletti nel descrivere il personaggio – è resa con una naturalezza che presuppone una perizia tecnica invidiabile, soprattutto per la giovane età.

Il timbro e la caratura vocale sono preziosi, così come la disinvoltura degli atteggiamenti. Nel complesso egli tratteggia un Mustafà maturo e consapevole, a tratti persino affascinante, certamente poco incline al versante buffo.

A lui si contrappone una Isabella che Laura Verrecchia plasma entro una cornice di equilibrio e moderazione. Non eccessi, ma buongusto e un pizzico di ironia. Rispetto alla costruzione musicale dal sapore d’un vero e proprio tripudio del grottesco, l’ago della bilancia resta su una comicità più cauta, proprio come l’emissione vocale che, pur partendo in sordina, raggiunge poi traguardi notevoli. Più che la scena iniziale, è l’episodio centrale del “Per lui che adoro” e il conclusivo “Pensa alla patria” a offrirle l’occasione di dimostrare il suo talento.

Nonostante un volume non imponente e un registro grave non particolarmente sensuale, Laura Verrecchia punta su una coloratura ragguardevole – “l’efficacia descrittiva e la vis comica interna della coloratura” rossiniana sembrerebbero il suo punto di forza – e un fraseggio studiato, così vince la sua prova con uno stile tutto personale che fa sperare in futuri e fortunati sviluppi.
Tutti gli altri, anche quando hanno un certo rilievo vocale, agiscono da satelliti, con i dovuti distinguo.
Satelliti maggiori restano Taddeo e Lindoro, che fanno il paio declinando in maniera simmetrica la figura dell’innamorato e dando corpo, sotto questa maschera, ai due mondi del comico-grottesco e del languido-larmoyant.

Antonio Mandrillo (Lindoro) fa il paio perfetto – timbricamente – con Isabella, sa dosare con grazia i momenti più delicati e quelli più dinamici, ma l’optimum è raggiunto soprattutto nelle mezzevoci e nei momenti di maggiore slancio lirico, anche se gli va riconosciuta una notevole precisione nei passaggi più dinamici. Pregio, al giorno d’oggi, mai scontato!

Il Taddeo di Vincenzo Taormina è, poi, vocalmente ineccepibile e divertente quanto basta, senza risultare polveroso o macchiettistico, spesso attento all’interazione con il resto del cast, senza mai tentare di incentrare eccessivamente su di sé un’attenzione che per libretto e musica gli sarebbe quasi dovuta.
Sfortunatamente la “gag del palo” si protrae un po’ troppo – o forse i tempi non sono più gli stessi di 20 anni fa – e alla fine suona ripetitiva, ma il danno è imputabile più alla regia che all’interprete.
Infine, anche Zulma (Maria Elena Pepi), Elvira (Jessica Ricci) e Haly (Alejo Alvarez Castillo) – figli artistici di YAP – hanno ampie dimensioni e passaggi arditi nei pezzi d’insieme, tanto che definirli comprimari suonerebbe quasi come un insulto. In più le voci dei tre sono interessanti, hanno talento scenico e chiarezza di interpretazione.
Fra i tre spicca Alejo Alvarez Castillo, ma solo perché ha la possibilità di mostrare le sue doti nella deliziosa aria dal sapore quasi mozartiano “Le femmine d’Italia”, che racchiude in pochi versi il succo della vicenda musicata.
Rossini è sempre una certezza!

TEATRO DELL’OPERA DI ROMA
L’italiana in Algeri
Musica Gioachino Rossini
Dramma giocoso in due atti
Libretto di Angelo Anelli
DIRETTORE Sesto Quatrini
REGIA Maurizio Scaparro
Regia ripresa da Orlando Forioso
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Emanuele Luzzati
Costumi Santuzza Calì
Luci Vinicio Cheli
PERSONAGGI INTERPRETI
Mustafà Paolo Bordogna / Adolfo Corrado 6, 8, 11 giu
Elvira Jessica Ricci*
Zulma Maria Elena Pepi*
Haly Alejo Alvarez Castillo*
Lindoro Dave Monaco / Antonio Mandrillo 6, 11 giu
Isabella Chiara Amarù / Laura Verrecchia 6, 8, 11 giu
Taddeo Misha Kiria / Vincenzo Taormina 6, 8, 11 giu
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento Teatro Massimo di Palermo
foto di Fabrizio Sansoni
