De Fusco dirige l’inevitabile: Edipo Re come rito e rivelazione

5 Luglio 2025

L’Edipo sofocleo è nato uomo della Grecia classica, l’uomo che, a differenza dei personaggi eschilei, timidamente iniziava a non essere più solo marionetta in mano agli dei, ma uomo in lotta con i suoi pari e con sé stesso. Nel corso dei secoli la lunga tradizione ha trasformato Edipo in uomo rinascimentale, uomo moderno e infine uomo contemporaneo. Ogni epoca lo ha usato come simbolo dei conflitti proprio tempo, attribuendoli sfumature esistenziali e caratteriali attuali; sfumature non aggiunte ex novo nate da lavoro di completa revisione, bensì da commenti d’interpretazione sempre più profonda dello stesso testo tramandato. L’Edipo infatti non ha bisogno di complete riscritture per essere ininterrottamente attuale: Sofocle ha delineato un profilo umano archetipo, un’idea di uomo che è sempre stata e sempre sarà.

In pagina di tradizione il figlio di Laio è tracotante, tenace, scaltro e sventurato; sul palco, figlio del proprio tempo, registri e traduttori mettono in luce uno di questi aspetti, al servizio del messaggio voluto veicolare, necessità di quel preciso istante socio-culturale. Nell’Edipo Re andato in scena al Teatro Romano di Ostia antica, con la regia di Luca De Fusco, la traduzione di Gianni Garrera, interpretato da Luca Lazzareschi, la lente del palcoscenico punta sulla caducità della fortuna e della grazia e del potere momentanei, invitando a non invidiare, a non desiderare la vita d’altri prima di averne visto la fine, essendo la crisi tragedia istantanea.

In un’atmosfera in cui luci, musiche (di Ran Bagno) e costumi ricreano una dimensione tipica dei thriller noir del ‘900, gli attori, in completi neri e bombetta come l’uomo surrealista della pittura di Magritte, salgono e scendono una scala semi insanguinata, come Edipo sale e scende tra lieta ventura e inesorabile sventura; lo spettatore viene fatto entrare nella mente del protagonista, nei suoi tormenti, partecipa alla rivelazione della sua identità, alla lenta fine di un uomo di potere, alla perdita dell’amore, del rispetto verso sé stesso, alla scoperta della sua vera natura, alla rivalsa di Creonte (Paolo Serra) e all’orrore di Giocasta (Manuela Mandracchia), giunonica nella suo lungo abito, nel suo andamento e nell’espressività scenici.

Non ci sono maschere, scenograficamente non c’è Tebe, non c’è Corinto, non c’è il monte Citerone; fisicamente non vengono personificati né Tiresia né i due pastori, tuttavia presenti in scena, con la voce di Lazzareschi, proiettati in uno schermo ottagonale posto al centro del palco; scelta che rende la messinscena moderna, dinamica, uno spettacolo supportato dalla tecnologia senza lasciarsi sopraffare e tradire le caratteristiche della tradizione del teatro greco che accennava verbalmente non rappresentandole, scene di sangue e morte, e affidava a un solo attore più ruoli, in questo contesto possibile proprio grazie allo strumento digitale, che dunque modernizza la rappresentazione rendendola più fruibile a un pubblico contemporaneo, il quale con difficoltà sentirebbe la vicinanza e l’attualità del messaggio assistendo a scene interpretate da personaggi coperti da maschere in stile greco, e che permette, oltretutto, di vivere e sentire ciò che Edipo vede e non vede. Non intravediamo infatti Antigone e Ismene, ma ne udiamo la voce, come il protagonista ormai cieco percepisce, quando è costretto a separarsi da loro.

De Fusco dunque offre un’esperienza teatrale intensa, tale per l’equilibrio tra parola, immagine, luci,che scandiscono luci e ombre del personaggio principale, e suono rituale, scandendo il ritmo della tragedia e amplificando la dimensione sacra e fatale del testo sofocleo, densa di pathos e perfettamente in armonia con il contesto archeologico che la ospita; una messinscena che scava nel “senso del passato” come il Teatro Ostia Antica Festival vuole.

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