Bohème e le malinconie della giovinezza

16 Gennaio 2026

di Emiliano Metalli

La Bohème – in scena fino al 25 gennaio al Teatro dell’Opera – nasce quasi per caso: alla fine dell’Ottocento Puccini si imbatte nelle Scènes de la vie de bohème di Henri Murger, una raccolta di racconti sulla vita sgangherata e poetica di giovani artisti nella Parigi del Quartiere Latino. In quelle pagine riconosce subito un mondo che gli è vicino: amicizie rumorose, amori fragili, sogni enormi e tasche vuote.

La genesi dell’opera non è priva di ostacoli: il soggetto è conteso, i tempi di lavorazione si allungano, i librettisti Illica e Giacosa faticano a dare una forma definitiva a una storia che sembra fatta più di attimi che di grandi eventi. Ma è proprio questa apparente leggerezza a conquistare Puccini che realizza un mosaico di emozioni quotidiane, dove il dramma nasce senza clamore e l’amore e la giovinezza non vivono come idee astratte, ma come esperienze vissute, imperfette e intensamente umane.

Al giorno d’oggi, per un regista, riuscire a “raccontare” la Bohème è un compito difficile. Principalmente perché il libretto possiede indicazioni – dirette e indirette – molto precise che devono essere, in qualche modo, declinate secondo l’approccio scelto: tradizionale, innovativo, sperimentale e via dicendo. E questa declinazione non è scontato che funzioni per tutte le situazioni della drammaturgia. 

E poi perché la lunga tradizione degli allestimenti condiziona, almeno inconsciamente, tutte le maestranze al lavoro, dai tecnici alle comparse, senza contare i protagonisti. È forse uno dei maggiori limiti per le regie nell’opera, ma è anche un suo pregio intrinseco: lo spettacolo non è semplicemente un’idea del regista, come può accadere in un progetto di prosa o nel cinema, ma un insieme di sinergie e di percorsi che si incontrano di volta in volta e da cui nasce un’esperienza costantemente mutevole. E il pubblico lo sa, almeno quella parte del pubblico che segue l’opera e ne conosce i meccanismi organizzativi oltreché artistici.

Davide Livermore – che firma regia, scene, costumi e luci – appare perfettamente cosciente di tutto questo e lo risolve mescolando elementi tradizionali e attesi dai veterani con alcune disposizioni dall’aria più sperimentale, ne risulta un insieme che non sempre fluisce con naturalezza, con alcuni momenti più riusciti di altri. Quel che salta all’occhio è l’elemento visuale – innestato nella storia quasi con violenza – che veicola capolavori dell’arte come fossero parte integrante dell’azione. L’impressione è di essere sul set di Midnight in Paris, ma senza l’ironia leggera di Woody Allen, anche perché gli schermi occupano prepotentemente tutta la scena lasciando poco spazio agli effetti delle luci, agli elementi scenografici – il bel soffitto con uno scheletro stilizzato di lampadario d’epoca passa quasi inosservato – e all’azione degli interpreti, inglobati – loro malgrado – entro un loop visivo quasi esclusivamente didascalico. 

Nel complesso gli atti più riusciti risultano il primo e il quarto, mentre il secondo dà l’impressione di maggiore confusione, generata probabilmente da una sovrapposizione di piani scenici fra comparse, coro e protagonisti. 

La stessa impressione di una certa discontinuità è offerta dalla lettura di Jader Bignamini che ha concepito la sua interpretazione sulla fedeltà alle direttive pucciniane, come dichiarato in una interessante intervista presente nel programma di sala. L’aderenza ai dettami dell’autore, però, sembra aver escluso una certa dose di sensualità proprio nei passaggi più attesi dell’opera, come il duetto del primo atto o il valzer del secondo, vero momento topico dell’estro e della creatività pucciniana nel delineare l’universo seduttivo femminile con poche frasi musicali. Ne consegue una bella Bohème, ma episodica, in bilico su una costante giustapposizione di alterni esiti. C’è rispetto delle voci, ma poche dinamiche orchestrali, a volte raccolte per blocchi sonori più che per singole voci strumentali e questo suona assai poco pucciniano. 

Queste perplessità, tuttavia, non coinvolgono il cast che, anzi, porta a segno una recita ottima, a partire dal Rodolfo di Saimir Pirgu che sfoggia acuti svettanti e meravigliosamente timbrati e una attitudine scenica disinibita e realisticamente efficace. Si capisce che il poeta non è interpretato, ma ricreato dall’interno con tecnica sapiente – gli acuti sono una vera ciliegina sulla torta sempre! – e razionalità drammatica. 

Al suo fianco Carolina López Moreno è una Mimì dalla bellezza assordante che, a parte qualche attimo di incertezza al suo ingresso (appariva più nervosa che indecisa), ha delineato con garbo il personaggio, senza mettere l’accento sulla sensualità (in questo rispettando l’equilibrio con Musetta), grazie a una vocalità adatta alla giovinezza scenica, brillante e ricca di sfumature. 

Meno a fuoco la Musetta che ha proposto Desirée Rancatore, pure molto brava in scena e dal registro acuto ancora pregevole. Peccato che la tessitura, soprattutto nel quarto atto, non sia a suo favore e che nel suo ingresso al Caffè Momus la confusione generale l’abbia penalizzata sia nella scena che nella musica.

Il Marcello di Nicola Alaimo ha invece al suo arco frecce numerose e assai precise: non solo una voce eccellente, supportata da una tecnica perfetta, ma una credibilità scenica volta a dipingere un personaggio umano, fragile, a tratti imperfetto e per questo estremamente tenero e commovente. Per nulla gigione, ogni gesto appare spontaneo e, per questo, toccante, così come gli accenti delle frasi musicali: maturi, ma mai scontati. 

Lo sostengono, nelle scene d’assieme, due autentici fuoriclasse: Schaunard di Alessio Arduini, brillantissimo, vivace, atletico come non mai, e William Thomas che tratteggia un Colline giovane e affascinante – una specie di Lord Byron – ma con una vocalità matura, vibrante, sensuale e piena tanto da far sperare in una sua presenza futura in ruoli ancora più importanti. 

Chiude il cerchio Matteo Peirone nel doppio ruolo di Benoît/Alcindoro entro i limiti rassicuranti della tradizione. 

Il resto è onesta professionalità, coro compreso. 

Stagione 2025/2026

La bohème

Musica di Giacomo Puccini

Scene liriche in quattro quadri

Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa

da Scènes de la vie de bohème di Henri Murger e Théodore Barrière

DIRETTORE Jader Bignamini e Alessandro Palumbo (21)

REGIA Davide Livermore

Scene, costumi, luci Davide Livermore
Maestro del Coro Ciro Visco
Video D-Wok

PERSONAGGI e INTERPRETI


Rodolfo     

Saimir Pirgu  14, 17, 20, 22, 25

Francesco Demuro  15, 18, 24

René Barbera  16, 21, 23

Schaunard   

Alessio Arduini 14, 17, 20, 22, 24, 25

Biagio Pizzuti  15, 16, 18, 21, 23


Mimì                         

Carolina López Moreno 14, 17, 20, 22, 25                          

Maria Agresta  15, 18, 24                                                       

Roberta Mantegna 16, 21, 23


Marcello                 

Nicola Alaimo 14, 17, 18,  20, 22

Vittorio Prato 15, 16, 21, 23, 24

Biagio Pizzuti 25


Colline                     

William Thomas 14, 17, 18, 20, 22, 25

Manuel Fuentes 15, 16, 21, 23, 24


Musetta                   

Desirée Rancatore 14, 17, 18, 20, 22, 25

Elisa Balbo 15, 16, 21, 23, 24


Benoît/Alcindoro   

Matteo Peirone

Parpignol

Giordano Massaro / Yoosang Yoon 15, 16, 21, 23, 24

Sergente dei doganieri

Alessandro Fabbri / Antonio Taschini 15, 16, 21, 23, 24

Doganiere

Andrea Jin Chen / Carlo Alberto Gioja 15, 16, 21, 23, 24

Venditore ambulante

Luis Armando Fuentes Bustos / Michael Alfonsi15, 16, 21, 23, 24

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera (maestro Alberto de Sanctis)

Allestimento Teatro dell’Opera di Roma in collaborazione con Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia

Foto di Fabrizio Sansoni per il Teatro dell’Opera di Roma

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